Stan Brakhage è l'autore più prolifico
ed influente nell'avanguardia del cinema americano ed
ha fatto film così profondamente personali che
la loro visione è come immergersi nei processi
del pensiero stesso. Il suo cinema ha fatto epoca e
le sue opere sono un passo obbligato per la maggioranza
degli studenti americani di comunicazione dei media.
Il suo progetto di vita è stato quello di riscoprire
la purezza e l'intensità della percezione che
ogni individuo possiede prima che essa venga "inquinata"
dall'educazione e dalle regole socialmente costituite.
Questo The act of seeing with
one's own eyes rientra esattamente in questa visione
artistica e ci lascia soli innanzi allo schermo ad osservare,
ad osservarci, senza nessuna mediazione da parte dell'autore.
Girato interamente come progetto sperimentale nell'obitorio
di Pittsbourg e con l'unico limite imposto dall'équipe
medica di non filmare i volti dei morti, il corto di
Brakhage ci presenta l'autopsia di due corpi, uno maschile
e l'altro femminile. Questo in pratica. Qualcuno potrebbe
pensare che sia una mera operazione di Shock Exploitation,
ma non è così. Benché nella pratica
vediamo autopsie come potrebbe accadere in shockumentary
come Faces of death,
l'opera di Brakhage si discosta in modo abissale
da quelle macabre operazioni commerciali. The Act
non è un mero documentario (il termine shockumentary
gli va in effetti stretto) e l'eliminazione del sonoro
dalla ripresa è uno dei segni per i quali dovremmo
capire di trovarci davanti a qualcosa di realmente diverso.
Brakhage ci offre il muto più insopportabile
della storia, ci abbandona al nostro sguardo sorpreso,
curioso, disgustato, ad un'ispezione visiva che abbiamo
perso dai tempi dell'infanzia, nei giorni in cui c'è
stato insegnato cosa val la pena guardare e cosa no,
cosa è bello e cosa è brutto. In più
il regista ci lascia alla visione della nostra essenza,
del corpo, della decostruzione di esso, alla parallela
decostruzione del nostro modo di vedere e pensare le
immagini. Ognuno può pensare ed inferire ciò
che vuole da questo film, poiché dal regista
siamo messi nelle migliori condizioni per poter fare
questo. Ognuno può reagire ad esso secondo il
proprio intimo sentire: disgusto, curiosità,
voyeurismo, etc... tutto è lecito, tutto fa parte
del processo stimolo-percezione-risposta senza alcuna
mediazione culturale. Questo prodotto di Brakhage sfida
davvero gli spettatori a riconsiderare il loro modo
di pensare a loro stessi. MI RACCOMANDO: questo film
è assolutamente sconsigliato alle persone che
non sopportano la vista del sangue e non dovrebbe essere
fatto vedere neppure per scherzo a coloro che sono facilmente
impressionabili, anche se, paradossalmente, per questi
ultimi sarebbe un'esperienza forte ed istruttiva sui
propri limiti autoimposti. Pazienza. Per coloro che
decidessero di vedere The Act, consiglierei
di guardarlo (la prima volta - ma dubito che ce ne sarà
una seconda...) da soli e senza distrazioni, solo così,
credo, può pienamente svilupparsi il processo
percettivo-mentale che voleva elicitare il regista.
Anche a queste persone vorrei ribadire il fatto che
il film è davvero un pugno nello stomaco anche
se vi siete fatti le ossa con i cannibal di Deodato,
con i Mondo-movies e compagnia bella. Siete stati avvertiti.