La frase dal film:
"Quelli che sono tornati vivi e possono
raccontarlo dicono di aver visto un tunnel bianco, molti
fantasmi e un vortice di immagini dimenticate. Quelli che
sono morti dovrebbero chiedersi se veramente sono morti.
Se quello che li aspetta sembra veramente un'altra vita
dopo la morte o, al contrario, rappresenta il peggior inferno
che mai avrebbero immaginato"
Nacho Cerdà, regista catalano professore
presso la ESCAC (Escuela de Cinema y Audiovisuales de Catalunya),
ci mostra con Aftermath (opera successiva a The
Awakening (1990) e precedente a Genesis (1998)
- la sua trilogia sulla morte), una possibile morte/mortificazione
dopo la morte fisica. Ai newbies dell'horror questo film
deve sembrare davvero eccessivo e perverso. E lo è;
è un bel pugno nello stomaco anche per coloro che
di pellicole horror ne hanno viste a bizzeffe. Girato in
otto giorni in un vero obitorio (ma con cadaveri finti!),
e con un budget irrisorio (l'obitorio gli è stato
dato gratuitamente - al personale ospedaliero Cerdà
ha detto che doveva girare un documentario), Aftermath
mette in scena l'impresa di un medico che riesce nella sua
fredda perversione a togliere dignità al corpo di
una vittima già vittima della sorte. La fotografia
e la regia è perfetta, fredda, glossy, come direbbero
gli Americani, ovvero patinata e tagliente come uno strumento
chirurgico. La telecamera non lesina in riprese di autopsie
più vere del vero (gli effettisti della DDT hanno
fatto un ottimo lavoro) e gli effetti audio sono strepitosamente
coinvolgenti e reali. Il film è muto, o meglio nessuno
parla nella pellicola a parte un testo che viene letto all'inizio
quasi come un avvertimento di ciò che si sta per
vedere, e poi più nulla. Siamo lasciati alle immagini,
al disgusto ed al dolore, anche se non in maniera assoluta
come aveva fatto Brakhage nel suo The
Act of Seeing with One's Own Eyes (1971). Bello
il gesto della consegna del crocifisso ai genitori di Marta
che simboleggia quasi la cessazione della dignità
umana della ragazza, la consegna dell'anima, la fine di
ogni apparteneza al genere umano così da divenire
unicamente pezzo di carne manipolabile, tagliabile, distruttibile
(anche se il cartellino autoptico ci ricorda che Marta "era"
un essere umano). Cerdà non si sogna minimamente,
in questa caduta nell'incubo, di scrivere un finale che
possa "accontentare il pubblico", bensì
conclude la cavalcata nell'orrore della morte con un finale
nichilista e cinico; ben al di là del "polvere
eri e polvere tornerai". Uno short eccellente, questo
Aftermath, più esplicito di Nekromantik
nel dipingere la necrofilia, ed un passo obbligato per coloro
che vogliano affrontare seriamente il filone splatter. Intervistato,
Cerdà ha affermato che attualmente non girerebbe
più un film come Aftermath, poiché
rifletteva determinati suoi punti di vista che appartenevano
ad anni precedenti; comunque non si pente di averlo girato,
affermando che gli ha aperto numerose porte. Alla domanda
se pensasse di essere andato troppo oltre con la scena dello
stupro del cadavere, Cerdà rispose: "Pensai,
Gesù, forse è sbagliato, qualcuno potrebbe
punirmi per quello che sto facendo [...] Volevo
essere molto obbiettivo a riguardo. E' stato molto difficile
per l'attore il quale mi chiedeva di non fare più
di un ciak per quella scena visto che aveva appena mangiato.
Potete vederlo nel making-of del film, l'attore quasi quasi
stava per vomitare dopo la scena dello stupro."