La Frase dal Film: “Da quando sei tornato qui ti comporti come un bambino. E non te lo tocco più il tuo cappello e i tuoi ricordi e tutta la polvere di merda che ricopre questa casa!”
Thriller horror del nisseno Cino che, grazie al finanziamento del Ministero del Turismo e dello Spettacolo, tenta il colpaccio del cinema autoriale, realizzando un film di psico-paura rarefatto nei dialoghi ma pregno di atmosfera, a metà tra i goticismi delle vecchie pellicole in bianco e nero e il giallo all'italiana, come si può intuire dalla costruzione della prima scena. Questo almeno credo che fossero le intenzioni di Cino. La realtà è che La Casa del Buon Ritorno di veramente buon ha solo il titolo che per quanto intrigante rischia oltretutto di portare fuori strada lo spettatore, facendo pensare agli horror sanguinari del ciclo delle "case". Nulla di tutto ciò. La Casa del Buon Ritorno è un lento susseguirsi di lentezze sottolineate da uno score classicheggiante in linea con gli aneliti autoriali che si vanno a perdere proprio nel forzoso tentativo del regista di essere di classe, dimenticandosi invece di costruire una storia che in sé aveva anche i semi dell'inquietundine. Soverchiato da questa smania arty, l'orrore che poteva trasudare dalla storia, e che a tratti fa capolino, si perde fra silenzi, flashback, strimpellate, gente che si fa la barba al cesso e altri che bevono il caffé in cucina. Poi un sacco di scene al buio dove non sono riuscito a capire un cacchio. Se Cino avesse continuato a girare il film come aveva condotto l'incipit con il nascondino finito male, allora questa "Casa" avrebbe potuto davvero fare paura mentre il risultato finale assomiglia ad uno sceneggiatone italiano di quelli che non mi piace guardare (in genere tutti). In più il protagonista barbuto (poi baffuto alla Freddy Mercury) e con un pessimo gusto per i vestiti non ha assolutamente lo spessore nè la faccia per la parte che riveste mentre un'acerba Sandrelli, se non altro, porta una ventata di fresca sensualità lasciata però lì ad impolverarsi nella casa. L'errore di tentare il cinema ricercato invece di scegliere l'onesta strada del "parla come mangi", Cino lo farà anche due anni dopo con Intimo (1988), softone truce che obbligò per mesi Eva Grimaldi a dire stronzate sui giornali tipo "miscuglio di temi letterari", "erotismo interiore", quando in realtà si trattava solo di un softone tette e culi. E non parliamo di Fatal Temptations (1988). In conclusione, occasione persa di fare un piccolo dignitoso horror di cinema B per la voglia di fare qualcosa di serie A, finendo per cadere nella serie Z.
Noto all'estero come: Das Haus der blauen Schatten (Germania).