Opera finanziata dalla madre di Buñuel e sceneggita
da Dalì. Un corto il cui senso è superato
dal consenso culturale che ricevette dalle avanguardie
surrealiste parigine che fecero di questo film il loro
manifesto e nonostante non sia l'unica opera surrealista
(ricordiamo L'Age d'or, 1930), rimane comunque
il documento filmico d'avanguardia più famoso al
mondo. E' praticamente impossibile dare un giudizio estetico
su questo film che non sia condizionato o che non tenga
conto del periodo storico o della vita degli autori ed
anche e soprattutto di ciò che persone ben più
esperte di me sul cinema hanno espresso a riguardo. Jean
Vigo, che ha osannato il film per la sua valenza sociale,
ha suggerito che il montaggio associativo, allusivo facesse
sorgere una domanda: "Il taglio dell'occhio è
più temibile di una nuvola che copre la luna?".
E, dico io, ha senso questa domanda? Forse, ma Vigo è
certo che la scena ed il film fosse metafora dell'Eros
oppresso, negato e frustrato dalla società e dai
costumi. Va detto che il regista affermò di farsi
grasse risate di tutti coloro che cercarono di dare un
senso a questo film. Stranoto, dunque, per la scena iniziale
del rasoio che recide l'occhio di una donna, questo film
ha fatto sorgere parecchi interrogativi e particolari
nonché assurde spiegazioni (più del film
stesso) su ciò che viene mostrato. Ci sono preti
trascinati dietro un pianoforte, un asino putrefatto,
formiche sulla mano (le formiche saranno un marchio di
fabbrica di Buñuel, un po' come i piccioni nel
cinema di John Woo), seni palpeggiati, gente sepellita
nella sabbia. Il film è dunque simbolo puro, sogno,
metafora, rimando a qualcosa che non ci è dato
di conoscere, è il corrispettivo filmico
del Primo Manifesto del Surrealismo (1924, ristampato
da André Breton nel 1929) di cui condivide l'estetica
di Lautréamont, l'influsso di Freud, la volontà
rivoluzionaria di ispirazione marxiana con spunti presi
da Buster Keaton e René Magritte (Morandini).
E' certo che in tale ridda di interpretazioni le uniche
cose che sono sicure sono i dati storici che hanno portato
alla creazione di Un chien andalou, in parte
riportati in questa mia recensione. Spessissimo si è
parlato di questo film come di un'accozaglia di immagini
non coordinate fra loro anche se in verità Buñuel
rispetta in qualche modo le regole e le convenzioni di
continuità in modo molto sottile ed in bilico fra
la razionalità ed il profondo, il che sarà
il tema portante del suo cinema successivo. Impossibile
dare un giudizio su questo manifesto programmatico artistico
su pellicola che si configura come un'esperienza artistica
inintelleggibile. Sedetevi ed immergetevi nel sogno senza
provare a cercare un filo conduttore un po' come quando
vi svegliate e portate con voi per una manciata di minuti
le ombre incomprensibli che hanno preso forma nella vostra
notte. Nulla più, e questa è la forza di
Un chien andalou. Un must per i weird-seekers.
FORSE TUTTI NON SANNO CHE...
Il titolo deriva da Un perro
andaluz, raccolta di poesie e prose di Buñuel,
pubblicata nel 1927 sulla Gaceta Literaria
di Madrid.
Alla prima a Parigi (proiettato nel giugno 1929 allo
Studio des Ursulines di Parigi), Buñuel si
nascose dietro lo schermo con delle pietre in tasca
per difendersi da un'eventuale aggressione da parte
del pubblico allibito. Il film rimase in cartellone
per settimane.
Fu usato un occhio di bue per la scena del rasoio
ed il regista è quello che affila il rasoio
mentre chi taglia l'occhio è Simone Mareuil.
L'attore protagonista, P. Batcheff,
si suicidò pochi mesi dopo la fine delle riprese.
Uno dei preti attaccati al pianoforte era Dalì.
Il film contiene dei rimandi a Federico García
Lorca che aveva una storia con Dalì. Lorca
nel 1928 aveva pubblicato Primero romancero gitano,
accolto da molti con entusiastici elogi, ma non dall'amico
Buñuel che gli rimproverava il “terribile
estetismo”. L'asino putrefatto fa riferimento
alla novella Platero y yo di Juan Ramón
Jiménez , che sia il regista sia Dalì
detestavano.
Nel 1960 il regista-produttore ne
cedette i diritti e fu sonorizzato con le musiche (Morte
di Isotta di Wagner, Liebestod di Richard
Wagner, tanghi argentini) scelte da Buñuel, ed
erano le stesse musiche che accompagnarono le proiezioni
del 1929 diffuse tramite il fonografo.