Il film in breve

Inintelleggibile (e non provate a comprenderlo!) manifesto del surrealismo

 

 

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UN CHIEN ANDALOU

Titolo originale: Un Chien AndalouRegista: Luis BuñuelPaese: FranciaAnno: 1929Durata: 16'Cromia: b/nGenere: Drama (?)

Il film non ha una trama specifica

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Opera finanziata dalla madre di Buñuel e sceneggita da Dalì. Un corto il cui senso è superato dal consenso culturale che ricevette dalle avanguardie surrealiste parigine che fecero di questo film il loro manifesto e nonostante non sia l'unica opera surrealista (ricordiamo L'Age d'or, 1930), rimane comunque il documento filmico d'avanguardia più famoso al mondo. E' praticamente impossibile dare un giudizio estetico su questo film che non sia condizionato o che non tenga conto del periodo storico o della vita degli autori ed anche e soprattutto di ciò che persone ben più esperte di me sul cinema hanno espresso a riguardo. Jean Vigo, che ha osannato il film per la sua valenza sociale, ha suggerito che il montaggio associativo, allusivo facesse sorgere una domanda: "Il taglio dell'occhio è più temibile di una nuvola che copre la luna?". E, dico io, ha senso questa domanda? Forse, ma Vigo è certo che la scena ed il film fosse metafora dell'Eros oppresso, negato e frustrato dalla società e dai costumi. Va detto che il regista affermò di farsi grasse risate di tutti coloro che cercarono di dare un senso a questo film. Stranoto, dunque, per la scena iniziale del rasoio che recide l'occhio di una donna, questo film ha fatto sorgere parecchi interrogativi e particolari nonché assurde spiegazioni (più del film stesso) su ciò che viene mostrato. Ci sono preti trascinati dietro un pianoforte, un asino putrefatto, formiche sulla mano (le formiche saranno un marchio di fabbrica di Buñuel, un po' come i piccioni nel cinema di John Woo), seni palpeggiati, gente sepellita nella sabbia. Il film è dunque simbolo puro, sogno, metafora, rimando a qualcosa che non ci è dato di conoscere, è il corrispettivo filmico del Primo Manifesto del Surrealismo (1924, ristampato da André Breton nel 1929) di cui condivide l'estetica di Lautréamont, l'influsso di Freud, la volontà rivoluzionaria di ispirazione marxiana con spunti presi da Buster Keaton e René Magritte (Morandini). E' certo che in tale ridda di interpretazioni le uniche cose che sono sicure sono i dati storici che hanno portato alla creazione di Un chien andalou, in parte riportati in questa mia recensione. Spessissimo si è parlato di questo film come di un'accozaglia di immagini non coordinate fra loro anche se in verità Buñuel rispetta in qualche modo le regole e le convenzioni di continuità in modo molto sottile ed in bilico fra la razionalità ed il profondo, il che sarà il tema portante del suo cinema successivo. Impossibile dare un giudizio su questo manifesto programmatico artistico su pellicola che si configura come un'esperienza artistica inintelleggibile. Sedetevi ed immergetevi nel sogno senza provare a cercare un filo conduttore un po' come quando vi svegliate e portate con voi per una manciata di minuti le ombre incomprensibli che hanno preso forma nella vostra notte. Nulla più, e questa è la forza di Un chien andalou. Un must per i weird-seekers.

 

 

Il film e oltre...

TRIVIA

Il titolo deriva da Un perro andaluz, raccolta di poesie e prose di Buñuel, pubblicata nel 1927 sulla Gaceta Literaria di Madrid.

 

Alla prima a Parigi (proiettato nel giugno 1929 allo Studio des Ursulines di Parigi), Buñuel si nascose dietro lo schermo con delle pietre in tasca per difendersi da un'eventuale aggressione da parte del pubblico allibito. Il film rimase in cartellone per settimane.

 

Fu usato un occhio di bue per la scena del rasoio ed il regista è quello che affila il rasoio

 

L'attore protagonista, P. Batcheff, si suicidò pochi mesi dopo la fine delle riprese.

 

Uno dei preti attaccati al pianoforte era Dalì.

 

Il film contiene dei rimandi a Federico García Lorca che aveva una storia con Dalì. Lorca nel 1928 aveva pubblicato Primero romancero gitano, accolto da molti con entusiastici elogi, ma non dall'amico Buñuel che gli rimproverava il “terribile estetismo”. L'asino putrefatto fa riferimento alla novella Platero y yo di Juan Ramón Jiménez , che sia il regista sia Dalì detestavano.

 

Nel 1960 il regista-produttore ne cedette i diritti e fu sonorizzato con le musiche (Morte di Isotta di Wagner, Liebestod di Richard Wagner, tanghi argentini) scelte da Buñuel, ed erano le stesse musiche che accompagnarono le proiezioni del 1929 diffuse tramite il fonografo.

TRASH

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SPOILER

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