La Frase dal Film: “The basis of fairy tale is in reality. The basis of reality is fairy tales”*
Primo sforzo produttivo di Milton Subotsky e Max J. Rosenberg, quelli che avrebbero fondato l'Amicus, casa di produzione inglese in qualche modo rivale della Hammer e famosa per le sue antologie horror. Qui, sotto il nome della Vulcan, i due finanziano un gotico la cui regia viene affidata all'esordiente Moxey che maggior fortuna riscuoterà in ambito televisivo. La Città dei Morti, a prescindere dalle sue qualità tecniche di cui poi si dirà, ha il merito di inagurare il tema horror della strega reincarnata, ponendo le basi di elementi che successivamente diverranno ricorrenti in soggetti simili: il satanismo serpeggiante e nascosto dietro una facciata di normalità, il libro di magia che dà le spiegazioni del caso, etc. Da segnalare assolutamente il fatto che pochi mesi dall'uscita de La Città dei Morti, in Italia esce La Maschera del Demonio (1960) di Bava, fiore all'occhiello del nostro cinema dell'orrore nonché perfetto esempio di plot in cui al centro della faccenda c'è una strega reincarnata. Interessante, peraltro, le accidentali similitudini fra La Città dei Morti e il coevo Psycho (1960). In entrambe le storie sono centrali le figure di due fratelli che si lanciano alla ricerca del parente scomparso, una sorella nel film di Hitchcock e un fratello in questo film della Vulcan. Allo stesso modo alle ricerche dei fratelli si unisce una persona del sesso rispettivamente opposto: in Psycho si tratta dell'amante della donna scomparsa, ne La Città dei Morti di un nuovo amico. In entrambi i film alla ricerca dei due si unisce una terza persona. La similitudine maggiore, tuttavia, riguarda il fatto la protagonista della prima parte del film finisce male appunto allo scattare del secondo tempo. Ciò detto, La Città dei Morti non si distingue per originalità e sottigliezze: buona parte degli avvenimenti è prevedibile e così come lo è il ruolo che assumeranno i personaggi nel divenire della faccenda anche (o soprattutto) quando si gioca la carta dell'ambiguità. Piuttosto, il film funziona per la sua classica e "tranquillizzante" atmosfera gotica, quella di un paese immerso in una nebbia che non si dirada mai, con tanto di bruma strisciante che si struscia sulle lapidi storte. Alla scenggiatura debole si oppone dunque un'umorale atmosfera che salva il film dalla mediocrità. Ci sarebbe anche Christopher Lee ma ha un ruolo tutto sommato marginale. La paura per un film del 1960 è prevedibilmente poca, però alcune trovate di regia creativa sorprendono: all'inizio la strega si dimena in maniera strana sul rogo, la mdp si avvicina lentamente e di colpo il suo volto si blocca; la scena fu montata al contrario e quindi la ripresa partiva dal volto fisso della donna per poi allargare progressivamente l'inquadratura. Non male, pionieristico rispetto a molti horror post 2000 che hanno usato lo stesso stratagemma per dare l'effetto della scattosità. Nonostante i tanti pregi tecnici e storici, La Città dei Morti non conquista ma vale comunque una visione da parte di coloro che amano i vecchi gotici. Fra l'altro adesso il film è di pubblico dominio e può essere visto gratuitamente e liberamente in internet.
* Trad: "La base di una leggenda è nella realtà. La base della realtà è nelle leggende"
FORSE NON TUTTI SANNO CHE...
Nei credits iniziali il nome dell'attrice Venetia Stevenson è scritto Stephenson.
Nei credits finali, il personaggio che per tutto il film viene chiamato Bill Maitland, è indicato come Tom Maitland.
Benché renda come idea cinematografica, in New England le streghe non venivano bruciate sul rogo. Nello stato americano quelle povere donne venivano impiccate o schiacciate da grosse pietre che i concittadini ponevano sul loro corpo. La pena del rogo era tipicamente uno sfizio dei cattolici europei.
Chiaro fin da subito che la proprietaria del The Raven Inn, Mrs Newless, sia la reincarnazione della Selwyn il cui nome altro non è che un rovesciamento fonetico dell'altro. Un classico in ambito horror.