La Frase dal Film:
"Miette...One...morire" "Normale,
chi nasce nel ruscello finisce nel porto"
Quel dommage che questo film non
abbia ricevuto la giusta attenzione dal pubblico italiano.
Piuttosto che scornarmi con il monolitico mainstream che
ha leggi di gusto tutte sue, vorrei far notare che "l'insuccesso"
di un film parte anche dal titolo, che può essere
più o meno un incentivo per la curiosità del
pubblico. Ora, se il titolo originale è La Cité
des enfants perdus si può sapere perché
l'ineffabile distribuzione italiana ha voluto che il titolo
italiano fosse La città perduta? I bambini,
i loro sogni e la loro purezza sono il fulcro della storia,
e poi sono i bambini ad essere perduti e non la città!
Il titolo italiano si presta ad equivoci poiché fa
pensare ad un film d'avventura, deviando eventualmente l'interesse
di un pubblico non avvezzo a tale genere. Insomma, una scelta
demenziale, tipica di una nazione che sembra tenere alla
propria lingua solo quando si tratta di tradurre film e
titoli, roba che manco al tempo dei Fascisti. Continuiamo
così...facciamoci del male. Comunque; nel 1991
i registi Jean-Pierre Jeunet e Marc Caro presentarono al
pubblico il mondo di Delicatessen,
una realtà post-apocalittica, grottesca ed oscura
così come dolce e amara. A quattro anni di distanza
i due non sembrano aver "moderato i toni" dividendo
ancor di più il pubblico fra coloro che amano il
loro stile e quelli che proprio non riescono a raccapezzarsi
fra personaggi strambi, colori accesi, tubi e nebbie. A
differenza del 1991 i due cineasti avevano a disposizione
un budget molto più sostanzioso, dovuto all'investimento
di ben 13 differenti compagnie di produzione, nonché
la collaborazione dello stilista Jean-Paul Gaultier per
la realizzazione dei costumi. Il risultato? Beh, io faccio
parte di quella schiera che rimane ammaliata dall'estetica,
dalle luci, dalle scenografie e dal rutilante succedersi
di colori e atmosfere: mi è successe con Brazil
(1985) e Moulin Rouge (2001) e mi è successo
con La città perduta. Questo film è
un mondo di fantasie vittoriane con un gusto per gli scritti
di Jules Verne (che si incarnano in macchinari arrugginiti,
umidi e scombinati). Ma c'è anche Dickens, Fellini,
e alti riferimenti all'arte pittorica. Ogni cosa è
curata nei minimi dettagli tanto che la scenografia pare
puro artigianato. Il tutto è "sacralizzato"
da una fotografia eccelsa (verde, gialla, rossa, e che altro?!)
firmata da Darius Khondji, ovvero colui al quale si deve
molto del successo di Se7en (1995) film per il
quale vinse l'Oscar. Lo spazio in cui si muovono i protagonisti
sembra immenso e allo stesso tempo claustrofobico, animato
da personaggi da circo Barnum (gemelle siamesi, pulci ammaestrate,
nani, "ciclopi", ...) che danno vita a un'atmosfera
in bilico fra il comico e il macabro. Il pericolo è
che l'estetica del film surclassi la trama ed in effetti
all'inizio del film si viene piacevolmente distratti dalle
ambientazioni mentre si ha difficoltà ad entrare
in sintonia con il racconto. E' una questione di minuti.
Là dove la messa in scena è bizzarrà,
il racconto si fa semplice come una favola ed i protagonisti
incarnano degli archetipi facili da comprendere. Il plot
è semplice e solido e la sua morale fa riferimento
alla creatività e alla capacità dell'immaginazione
di sfuggire il reale, cosa che sembrerebbe riuscire meglio
ai bambini (anche se poi, va detto, questi film li fanno
gli adulti!). All'interno di questa morale si va ad iscrivere
la relazione fra la piccola Miette ed il gigante One, una
relazione per certi versi ambigua (che Leon [1994]
abbia fatto scuola?), ma che sa evitare toni perversi: in
fondo entrambi cercano piuttosto un amore che è vicinanza,
calore, famiglia. One è interpretato dall'americano
Ron Perlman (forse qualcuno lo ricorderà come il
gobbo Salvatore ne Il nome della rosa, 1986) che
mette in scena un nerboruto uomo col cuore da bambino. Brava
la piccola Vittete che non ha avuto un gran futuro nel cinema.
Incisive invece le interpretazioni di Emilfork nei panni
di Krank, e quella multipla di Pinon. Emilfork (Il Casanova
di Federico Fellini, 1976) interpreta un Krank orribile
e tragico che rammenta Max Schreck in Nosferatu
(1922). Dominique Pinon, protagonista in Delicatessen
(1991), si moltiplica sfruttando i suoi noti manierismi
e il suo viso plastico, inscenando gag di gusto retrò
(Stanlio e Olio, I tre marmittoni). Comunque, come ho già
detto, il film ha il suo punto di forza nella messa in scena
e basta guardarne pochi minuti per rendersi conto che alcuni
fotogrammi sembrano veri e propri quadri (guardate l'ottava
immagine dall'alto). Quindi se avete apprezzato il lavoro
di Terry Gilliam, Jodorowsky (nella fattispecie Santa
Sangre, 1989), in parte Fellini e soprattutto il precedente
lavoro di Jeunet e Caro del 1991, non potrete che rimanere
incantati da questo piccolo gioiello cinematografico passato
in sordina nelle nostre sale. Per me vale la pena acquistarlo
per avere un esempio alto e paradigmatico di un certo modo
di fare cinema.
FORSE NON TUTTI SANNO CHE...
Il film costò circa 18 milioni di
dollari, e fu girato nel teatro di posa a Saint-Germain-les-Arpajon,
Essonne, Francia.
Nel commento audio del DVD, l'attore Ron
Perlman ha detto che la scena che ha avuto più difficoltà
a recitare è stata quella in cui, sotto l'effetto
della droga, picchia Miette.
Le gemelle erano unite per una gamba, ma
ovviamente le attrici che le interpretavano no. Fu costruita
una gamba finta indossata contemporaneamente dalle due donne,
il che impediva loro di camminare. Questo è il motivo
per cui le gemelle non si vedono mai camminare nel film.
Durante le riprese, Ron Perlman fu morso
dal cane legato alla corda e Judith Vittet venne morsicata
dal topo con il magnete.
Ron Perlman era l'unico attore del cast
Americano e non parlava francese, comunque imparò
tutti i suoi dialoghi senza fare un errore.
Di questo film fu fatta un'avventura grafica
dalla Psygnosis, e Marc Caro ne supervisionò la realizzazione.