TRAMA
A Tokyo avvengono strani
omicidi. L'unica connessione fra essi è una "X"
incisa sulla pelle delle vittime. Cosa ancora più strana,
il colpevole si fa trovare vicino alla vittima e sembra non ricordarsi
nulla di ciò che ha fatto. Il detective Takabe (Kôji
Yakusho) e il suo amico psichiatra Sakuma (Tsuyoshi Ujiki) si
mettono sulle tracce della verità ma non riescono a capirci
granché fino al momento in cui non fa la sua comparsa Kunio
Mamiya (Masato Hagiwara). Quest'ultimo è un giovane uomo
amnesico, capace solo di porre strane domande; è inquietante
ed irritante ma sembra avere uno strano effetto su coloro che
entrano in contatto con lui





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CURE |
(titolo
or.: Kyua - GIAPPONE
- 1997 - 110min - Colore) |
di Kiyoshi Kurosawa
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| GENERE |
THRILLER - CRIME
- HORROR |
| IN BREVE |
Capolavoro
low-budget che lascia frastornati coloro che vogliono
i finali spiegati. Qui il pessimismo è cosmico. |
| WEIRD |
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| SESSO |
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| VIOLENZA |
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| SANGUE |
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| PAURA |
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La Frase dal Film:
"Ciò che io avevo in passato dentro di me,
ora è all'esterno, quindi tutto ciò che lei
ha dentro di sé, io posso vederlo. In cambio io sono
pieno di vuoto"
Grande film questo Cure. Pellicola
che ha diviso il pubblico fra coloro che si sono fatti rapire
dall'idea e dalla realizzazione e quelli che invece si sono
sentiti frustrati da un finale che non mette i puntini sulle
"i". Kiyoshi Kurosawa (che probabilmente non ne
può più di specificare che non è parente
di Akira Kurosawa) ricevette il plauso della critica per
questo film anche se il grande pubblico ne rimase allo scuro
dal momento che la pellicola non ebbe grande diffusione:
la fama per il regista arriverà con l'uscita di Kairo
(Pulse, 2001), horror di grande
spessore e grande paura. Cure è un crime/thriller
che potrebbe essere affiancato a Seven (1995),
ma rispetto a questo, Cure è molto meno
lineare. Kurosawa dimostra di non essere interessato al
tipico procedimento di risoluzione del caso poliziesco piuttosto
presta la sua opera alla messa in scena dell'insanità
generata dal caos moderno. Il regista, con un budget limitatissimo
(meno di 10.000 dollari), riesce a costruire un'atmosfera
austera e livida avvalendosi, per dare un senso di straniamento,
di lunghi piani sequenza con dei close-up improvvisi. Alcune
scene sono magistrali, come ad esempio quella dell'acqua
versata che procede lentamente sul pavimento dell'ospedale.
Kurosawa ha un ottimo senso dei tempi tecnici e la sua regia
ha stile e controllo; gli omicidi sono filmati con distacco,
non c'è morbosità ed il dramma, per quanto
enorme, non viene mai enfatizzato. Grazie a questi accorgimenti
tecnici che vanno fino ad uno score musicale non fatto di
musica ma di rumori ambientali, passando dalla filosofia
dell'alienazione tipicamente giapponese con tocchi mainstream
(in fondo si tratta di un "comune" crime/thriller)
Kurosawa struttura un dramma personale e sociale ipnotico
per i personaggi del film come per lo spettatore, un viaggio
nel profondo dell'animo umano. A ben vedere il film sembra
avere un sottofondo socio-politico: tutte le vittime appartengono
a classi ben specifiche: insegnanti, poliziotti, dottori.
L'omicidio si diffonde come un contagio che nasconde forse
un anelito sovversivo, ma più probabilmente la sovversione
è interna all'individuo, nella misura in cui il killer
di turno agisce un desiderio inconscio. Di certo non si
tratta di un film superficiale, ma anzi quasi mistico, sopratto
nel finale in cui, i due protagonisti, ormai permeabili
l'uno all'altro, vanno incontro ad un'identificazione reciproca.
Di grandissimo fascino (direi mesmerizzante!) il personaggio
di Mamiya: occhio vitreo e parlare dismesso ma potente.
Mamiya non sembra avere un'energia sua propria ma vive,
quasi come un parassita, delle energie altrui. Al suo fianco
viaggia in parallelo la storia drammatica del detective
Takabe, un uomo nipponicamente devoto al suo lavoro che
man-tiene a casa una donna che ama ma che gli drena le energie
a causa della malattia mentale. Su Takabe pende, come la
spada di Damocle, tutto un discorso di identità personale
e su quale sia la cosa (lavoro, famiglia, ...) che doni
questa identità. Quale sarebbe il punto debole di
questo film che inizia lento e lento finisce? Molti spettatori
si sono sentiti frustrati da un finale che non spiega "tutto".
Nell'ultimo quarto del film ci viene fatto vedere un filmato
di fine '800 in cui si mostra una strana seduta ipnotica,
in questo filmato appaiono dei volti confusi: è Mamiya
la persona nel film? Mamiya è posseduto? E' una persona
reale? Soprattutto che significato ha la scena finale che
vede protagonista la cameriera? E quella all'ospedale con
la donna uccisa sulla carrozzella? Kurosawa realizzò
volutamente un finale che lasciasse aperti interrogativi
ed interpretazioni; questo è il suo cinema, prenedere
o lasciare. Questo finale spiazzante, tipico del cinema
del non detto che agisce per sottrazione, ha lasciato l'amaro
in bocca a molti spettatori ma, piazzando il protagonista
positivo come ultimo anello in una catena di drammi, Kurosawa
ha detto la sua sull'apocalisse dell'anima, su un pessimismo
che porta con sé l'orrore. C'è chi dice che,
in ultima analisi, Cure sia un film non riuscito,
io, dalla mia, vi dico che questo film è un piccolo
capolavoro. Kurosawa ha girato un film sulla suggestione
che riesce davvero a ipnotizzare lo spettatore. Da vedere,
da acquistare.
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