La Frase dal Film:
"La vita ogni tanto sa di merda. Stacci."
Seconda parte, ed episodio più famoso, della trilogia "Teenage Apocalypse" del nippo-americano Gregg Araki iniziata con Totally Fucked Up (1993) e proseguita con Nowhere (1997). Araki abbandona temporaneamente il "queer cinema" underground per dipingere a tinte forti il quadro della generazione X, una generazione dannata (come da titolo) scollata dalla realtà, desiderosa d'amore e d'affetto e condannata all'infelicità poiché inserita in un ecosistema spietato. Sarà vero? A mio parere no, a parte pochi sfortunati esempi di giovani dannati e perduti, questi film capitalizzano e drammatizzano programmaticamente sul mal di vivere del giovane che per sua natura non si sente mai pienamente compreso e trova nel road-fucking-street-movie tutta quella voglia di evasione e di rabbia finalmente e non finemente rappresentata. Rimango dell'opinione che la maggior parte dei giovani studino e lavorino con più o meno profitto e che il maggior disagio provenga dal fatto che la vita non gli abbia ancora disillusi e che, quindi, il loro desiderio di essere altro (persone più felici/più realizzate?) si scontri quotidianamente con la realtà che non gli chiede altro che essere studenti e/o lavoratori. Lo scollamento, semplicemente, non è fra i giovani e la società ma fra la fantasia e la realtà. Il successo del coevo L'Odio di Kassovitz la disse lunga: tutti comprendono empaticamente la rabbia e la dannazione di quei modelli ma quanti si possono davvero rispecchiare come esseri umani? E quanti lo vorrebbero? E' lo scollamento che esiste appunto fra la realtà e l'arte che tutto può rappresentare ed intendere ma che rischierebbe di diventare mortifera se trasposta, cioé realizzata, nel reale. E chi ha voglia davvero di morire? Pochi, quei pochi sfortunati esempi di cui sopra. Araki, che è un artista, lo sa e non fa un film documentaristico sulla gioventù ma crea una distorsione di una distorsione e la rimpinza di suggestioni fumettistiche, di scene splatter, di pezzi trash e di oggetti kitch. Doom Generation è un film disincantato, certo, cinico nei confronti della gioventù, ma di una gioventù passata attraverso le maglie e i magli dell'arte, ribattuta, riformata, in cui lo schifo coesiste con il bello, lo stupido con il saggio e il dramma con la comicità. E gli opposti, si sa, sono il linguaggio del sogno che è la culla dell'arte stessa. Tutto questo sproloquio per dire che prendere Doom Generation come un mero film denuncia sulla Generation X è come pensare che la società del XV secolo fosse composta di persone deformi e infernali come quelle ritratte da Hieronymus Bosch. Detto ciò può piacere o non piacere il pastiche artistico di Araki che parte da una base godardiana (Fino all'ultimo respiro, 1960) per contorcersi in evoluzioni verbali tarantiniane, in visioni weird Lynchiane, in configurazioni sessuali promiscue il tutto incartato in una colonna sonora martellante. E' la solita storia di tre anime perse in cerca del loro destino: una donna che accoglie lo spettatore dandogli dello stronzo ma nell'evoluzione si rivela sensibile e bisognosa d'affetto non meno di un'innocente scolaretta della quale vorrebbe essere la truce nemesi. Il duro, magnetico e ambiguo Xavier che viene accolto dalla coppia Amy-Jordan come fosse un bambino difficile adottato. Lo smidollato Jordan, una sorta di Keanu Reeves senza palle che si sente "come un criceto nel culo di Richard Gere". Sulla kerouachiana strada, il regista intesse il suo racconto sul maledettismo giovanile, su questi tre ragazzi (ma Schaech aveva 26 anni al tempo!) che vuole spiegare le ali al vento ma finisce per realizzarsi solo all'interno di piccole stanze in un abbraccio corale mentre fuori il mondo li vuole morti. Più a portata di mano rispetto ad altri lavori, Araki non rinuncia ad un'ironia che salva il dramma dalla stucchevolezza che avrebbe assunto se si fosse preso troppo sul serio. L'impatto trasgressivo e violento del film è direttamente proporzionale alla "castità" dello spettatore, poiché chi è aduso a guardare film di un certo tenore non stupirà per questo (ennesimo) film sulla gioventù bruciata né girerà la testa quando Xavier, dopo essersi masturbato, si mangierà il proprio sperma. Per dirne una. Che poi questa sia vera trasgressione, vero shock, o piuttosto un modo di rappresentare la trasgressione in maniera cheap tanto per far dire alle solite anime candide "che schifo!" è una questione fra Araki e la sua onestà intellettuale di artista. Per amanti del cinema sopra (o sotto) le righe.
FORSE NON TUTTI SANNO CHE...
Per il ruolo di Amy Blue fu inizialmente ingaggiata Jordan Ladd (Cabin Fever, 2002; Grace, 2008) ma sua madre Cheryl Ladd (la Kris Munroe delle Charlie's Angels 1977-1981) vietò che sua figlia recitasse nel film di Araki. Infatti nei titoli di coda si può leggere "Nessun ringraziamento a Cheryl Ladd".
Nei titoli di coda si legge: "Girato in luoghi all'Inferno" (Photographed on locations in hell); "Go out and buy the fucking soundtrack" (Uscite e compratevi la fottuta colonna sonora); "A Heterosexual Movie by Gregg Araki".
Nel film ricorre la satanica cifra 666: quando si compra qualcosa, nei numeri civici, nella media scolastica di Amy.
Ogni volta che i protagonisti usano l'accendino a teschio, la fiamma è di colori differenti: quando lo usa Jordan la fiamma è blu, quando lo usa Xavier è rossa e quando lo usa Amy è arancione.
I nomi dei due fidanzati, Amy e Jordan, si ispirano al fumetto underground di Mark Beyer dei primi anni '90 "Amy & Jordan" in cui una coppia si trovava spesso in terribile e grottesche situazioni.