Si può davvero elaborare e superare il profondo dolore relativo alla perdita di una persona amata? Può l'arte, che è dolce medicina rispetto alle amarezze della vita (chiedere a Woody Allen per delucidazioni), diventare trappola psicologica? Nacho Cerdà, dopo i crudissimi rigori di Aftermath (1994), disperato inno della morte dopo la morte, si eleva sul piano lirico e sensuale a descrivere l'artista, il dolore dietro l'arte e l'ambigua natura di ciò che scaturisce dalla sinergia del primo con il secondo. Come un dottor Frankenstein, novello Prometeo, l'artista crea e compensa la morte con una creazione, che è vita, ma quest'ultima vita sembra condividere la natura dell'oggetto d'ispirazione. Ispirazione che, per tradizione, è sovente connessa ad un mal di vivere, in questo caso un lutto; tralasciando il fatto che non necessariamente il processo creativo parte da un mal di vivere, ma vero è che una certa sensibilità artistica si sviluppa attraverso un processo introspettivo che può essere doloroso. Divagazioni a parte, Cerdà descrive tutto ciò (e anche di più, perché il muto Genesis diventa presto esperienza molto soggettiva), con ispirata bellezza visiva, sulle prime assai distante dalle brutalità di Aftermath ma, a ben vedere, usando la stessa tendenza estetizzante che, per gli occhi è un piacere (manierismi compresi). Genesis quindi non è solo la storia di un Pigmalione che si innamora della sua creatura, ma si fa metafora di altre cose, dell'amore, del dolore e della morte. Già si è detto del controllo tecnico di Cerdà sui sui film, qui mi sento di aggiungere qualcosa sulla bravura di Pep Tosar che, in un film non parlato, sa parlare con gli occhi. In modo apparentemente diverso, il regista chiude il trittico sulla morte composto da Aftermath e The Awekening (1990), fregandosene delle regole commerciali che governano il cinema ed elevando di netto sopra la media il film horror come prodotto, dimostrando di saper passare dall'ultrasplatter ad immagini di rara finezza, dalla brutalità al dramma commovente, senza scadere in brutture e, al contempo, senza dimenticare che si naviga nel mare mostrum dell'horror. Consigliatissimo... se non si era capito.
FORSE NON TUTTI SANNO CHE...
Cerdà ha costruito, insiema al direttore artistico Antonio Belart, la location: 6 stanze dentro un deposito a Barcellona.
Le riprese sono durate 12 giorni.
Per costruire le statue presenti nel film gli effettisti della RHK c'hanno messo un mese.