La Frase dal Film:
"When you leave, I'm the one to look after our house, I'm the one to look after Mummy"*
Pellicola dalla storia produttiva particolare. L'idea base del film inglese The Living and the Dead deriva, a detta dello stesso regista (e come potete leggere sul suo sito), dal trauma di aver visto morire sua madre di cancro. Il tumore fu diagnosicato nel dicembre 2001 e nel marzo 2002 la signora morì. Morì esattamente il Giorno della Mamma, che in UK cade la quarta domenica di quaresima; una coincidenza che il regista ha definito "perversa". Come se non bastasse tre mesi prima il padre di Simon Rumsey era morto per un attacco di cuore. Il regista ricorda come guardasse sua zia che si prendeva cura della sorella in fin di vita, ed anche la zia non stava granché bene, tanto che iniziò a pensare di essere l'unico vivo in una casa di morti; e in effetti il primo titolo a cui pensò Rumsey fu The Living in The Home of the Dead. Come si può presagire leggendo queste note biografiche che sono state d'ispirazione per il soggetto del film, la pellicola porta con sé una grossa dimensione di dramma umano, e se di orrore si tratta non è quello che potrebbe far presagire il titolo che risuona di eco romeriane; nessun morto vivente qui, se non la serenità famigliare. Rumsey dirige un film che ha il sentore dell'horror, ne possiede alcuni elementi (fra cui il sangue comunque molto contenuto) ma, come spesso accade in molto cinema del Regno Unito, l'horror è parte integrante dell'equazione che spiega la vita invece di essere, come accade più sovente, scheggia impazzita dell'elemento fantastico della vita. Penso a quante similitudini ambientali e d'atmosfera ci sono fra questo The Living and the Dead e l'affascinantissmimo horror inglese Session 9 (2001) e quanto il diasagio umano, benché in forme diverse, sia elemento comune. Come il film del 2001 presentava le sue complessità, allo stesso modo il film di Rumsey non è un prodotto per tutti i gusti. Lento nella prima parte, psicotico nella seconda; weird per dirla con un termine che i cinefili conoscono bene. Un po' Spider (2002) di Cronenberg, forse un po' di Kubrick e Peter Greenway, di certo qualcosa di Che fine ha fatto Baby Jane? (1962) per la donna legata ad un letto e ad una sedia a rotelle, per un "infermiere" dalla mente disturbata, per un telefono alla fine della scala. Il regista però parla anche di Lynch e Becket: "I'd originally written the piece as a nightmare; absurdist and surreal, disturbing and at times willfully illogical. I wanted to visually recreate the horror and the uncertainty, the living hell that it was that I'd stumbled through, the unreality, the trauma, the confusion, so many different things at so many different times. The script was part Lynchian, part Beckettian, part accessible and part inaccessible".** Allo spettatore arriva con esattezza tutto ciò che ha voluto trasmettere il regista: nella prima parte il film procede con una certa linearità, freddo come la casa in cui si svolge, ma quando la madre ed il figlio si trovano da soli in casa la linearità e la razionalità del racconto iniziano a frammentarsi come la psiche del povero James; la mdp, il montaggio e lo score musicale cominciano allora ad immedesimarsi con la mente del protagonista. Chiaramente per lo spettatore questo momento coincide con la parte difficile da digerire, da comprendere: diversi hanno accusato The Living and the Dead di essere troppo arty, troppo eccentrico di essere quel genere di pellicole supponenti che usano visioni complesse per darsi arie da film impegnato. E' fuori di dubbio che se si vuole penetrare con la logica ciò che logico non vuole essere, allora si crea una frattura quasi insanabile fra narrazione e ascoltatore. Ma qui non si tratta di narrazione ma di visione, di suggestioni psicologiche o ancor peggio psicotiche. Il weird di Rumsey non è sperimentalismo fine a se stesso come accade di vedere in qualche cortometraggio fatto per una tesi sul cinema; Rumsey vuole descrivere il disagio, la psicosi e inevitabilmente costruisce un racconto frammentato come l'Io del protagonista. The Living and the Dead non è un capolavoro, parliamoci chiaro, però è un film fatto con la tecnica, la testa e con il cuore ed i tre elementi si avvertono pienamente. Menzione d'onore per l'attore Leo Bill: a motivo della mia professione ho avuto diverse volte a che fare con il disagio mentale anche gravissimo (ritardo e psicosi) e vi posso garantire che poche volte ho visto in un film una persona "normale" interpretare in maniera così convincente e completa un soggetto con disturbo mentale. Non meno bravi gli altri due interpreti. Come spesso accade nel cinema inglese l'ambientazione è un ulteriore personaggio del film; qui l'arredo spoglio e vecchio, in contrapposizione a solo una piccola foto che incornicia un passato sereno, è specchio del dramma e dell'orrore a venire, un po' come succede nel genere gotico. Per concludere, non mi sento di consigliare il film a tutti, è una pellicola non immediata e forse ostica per i più, di certo non per tutta la famiglia; però coloro che vorranno cimentarsi e che hanno una qualche dimestichezza con il cinema weird dovrebbero apprezzare.
* Trad: "Quando te ne andrai, starò attento alla nostra casa, starò attento alla mamma"
** "Ho scritto originariamente il pezzo come fosse un incubo; assurdo e surreale, disturbante e a tratti volontariamente illogico. Volevo ricreare visivamente l'orrore e l'incertezza, l'inferno sulla terra che era, quello in cui sono incappato, l'irrealtà, il trauma, la confusione, così tante cose diverse in momenti così differenti. Lo script era in parte Lynchiano, in parte Beckettiano, in parte accessibile a in parte inaccessibile". Tratto dal sito del regista http://www.simonrumley.com
FORSE NON TUTTI SANNO CHE...
Il film è costato circa 650.000 sterline ed è stato girato fra il 5 ed il 23 settembre 2005 pressoché interamente alla Tottenham House di Savernake (Wiltshire, UK).
Il regista avrebbe voluto girare il film a Luton Hoo, più nota come location del film Gosford Park (2001), ma al tempo era stata chiusa alle riprese cinematografiche.
La Tottenham House fu usata durante la Prima Guerra Mondiale come ospedale, poi come collegio maschile e dopo ancora come centro di riabilitazione per tossicodipendenti. Si dice che nell'enorme magione alberghino tre fantasmi: quello di un'anziana donna, di un bambino e di un soldato. Proprio poco prima che iniziassero le riprese, i proprietari della Tottenham House, la famiglia Cardigan, ha venduto l'usufrutto ad una compagnia americana che ne farà un hotel di lusso con un campo da golf a 18 stanze. Con il bene placido dei tre fantasmi, suppongo.
Delle 250 stanze della Tottenham House il regista ne ha utilizzate solo 8.
Il film è dedicato ai genitori del regista: David e Sheila.