La Frase dal Film:
"Può capitare ed è capitato, una volta, anche una sola volta nella vita di una persona, di chiudersi una porta alle spalle e trovarsi in una stanza buia, cercare l'interruttore della luce e non trovarlo, provare ad aprire la porta e non poterlo fare. E dover restare lì, al buio, soli, per sempre"
Quasi all'apogeo del suo impero della paura che troverà realizzazione con Profondo Rosso (1975) e Suspiria (1977), Dario Argento, forte dei successi dei suoi primi film, tenta la strada televisiva curando e producendo una serie di quattro mediometraggi che verranno trasmessi dalla RAI Uno a partire dal settembre 1973. Ne dirige uno sotto pseudonimo per non associare il suo nome alla televisione e subentra a Pariante nella regia del terzo e pisodio. I modelli dei quattro film sono quelli del thriller all'italiana fine anni '60 e alcuni tocchi di giallo '70 ma i toni sono smorzati per adattarsi al pubblico domestico non troppo avvezzo all'horror. La mano di Argento si estende su quasi tutti e qauttro i lavori e la cosa, fortunantamente, si nota. Il risultato globale non è dei più esaltanti ma si respira la sinistra atmosfera tipica dello spaghetti thriller, il che non è male. Il loro valore a livello storico-cinefilo è di certo superiore alle qualità come prodotti cinematografici in sé. Ogni episodio è introdotto da un Dario argento palesemente a disagio davanti alla mdp che sproloquia come Rod Serling in Ai Confini della Realtà (il serial).
Il Vicino di Casa. Luigi Cozzi ammette di aver tratto ispirazione da La Finestra sul Cortile (1949) di Hitchcock per la scrittura di questo horror-thriller con uxoricida e coppietta di scomodi testimoni. La soluzione del caso però a me ha fatto anche venire in mente "Il Cuore Rivelatore" (o "Il Gatto Nero") di Edgar Allan Poe, dove al posto del gatto e del cuore c'è il neonato. E' il film dei quattro dove meno si sente la presenza di Argento, nondimeno Cozzi riesce meglio qui che altrove. La casa disadorna, buia e le persone che la abitano riescono ad orchestrare un'atmosfera da brutto sogno. La trama non è per nulla complessa, anzi, ma l'idea, per quanto non originale, è buona e la tensione del film regge. Interessante il vicino di casa omicida, più triste che cattivo, e bravo l'attore Reggiani (Il Gatto a Nove Code, 1971) nei panni del maritino. Meno esaltante la performance della Belli. Il film che i due guardano in tv è l'horror-comedy Il Cervello di Frankenstein (1948).
Il Tram. Argento recupera un'idea che aveva eliminato nella scrittura de L'Uccello dalle Piume di Cristallo (1970) e dirige un film che ha la particolarità, conoscendo gli altri lavori argentiani, di avere come protagonista un commissario della polizia per di più scaltro. Di solito nei suoi film le forze dell'ordine erano messe alla berlina e il giallo veniva risolto da non addetti ai lavori. Enzo Cerusico mette in scena un simpatico commissario con qualche cantilena regionalistica di troppo. Il succo, essendo che sempre di Argento si tratta, è il solito particolare che sfugge, che non si riesce ad inquadrare e che, ovviamente, è l'elemento risolutivo del caso. Il regista sperimenta inquadrature e scene che userà in futuro: la bocca della donna urlante mi ha ricordato una scena vista in Opera (1987). Presenti all'appello anche l'ossessione per il dettaglio, alcuni siparietti comici (riusciti!) e uno stuolo di caratteristi. La musica jazz è ovviamente di Gaslini. Come film in sé non è il massimo ma per un connoisseur è come tornare al paesello in cui si erano fatte le elementari. Alla fine Argento piazza una riflessione socio-politica sui criminali dal colletto bianco che ci sta come i cavoli a merenda, ma al tempo aveva un suo perché.
Testimone Oculare. Firma Roberto Pariante che aveva una carriera come assistente alla regia, ma in pratica realizza Dario Argento. Anche qui infatti si possono trovare le sue tracce: a partire dallo score musicale fino ad arrivare allo stile di ripresa (campo lungo, stacco, primissimo piano). La storia procede con toni cupi e volutamente insicuri, partecipe dei dubbi della protagonista interpretata dalla Tolo, donna dalla bellezza non canonica e quindi ancor più intrigante. Il film manca del tutto di ironia e si costruisce con un continuo accumulo di tensione. La polzia qui, diversamente a come accadeva ne Il Tram, riesce a fare il proprio lavoro solo per puro caso. La soluzione della faccenda si rifà allo spaghetti triller anni '60 e meno a quello argentiano del giallo anni '70. Strano. Intrigante ma non troppo.
La Bambola. Sapendoci di mezzo Dario Argento e leggendo il titolo di questo quarto mediometraggio, mi aspettavo brividi a non finire. Invece la bambola in questione altro non è che un oggetto inserito in una storia mystery con una buona soluzione finale. La paura non è l'arma di questo episodio, semmai è il tentativo di intessere una storia che depisti lo spettatore dalla soluzione. Il risultato non è malaccio ma l'impatto de La Bambola si basa tutto sul twist finale mentre nel percorso manca di suspance. Da urlo invece il cast: la bella di turno è niente meno che Mara Venier al suo esordio davanti alla mdp. Bella (ai tempi) ma recitare non è il suo forte. Quindi abbiamo il Robert Hoffmann di tanto cinema di genere italiano (La morte non ha sesso, 1968; Ragazza tutta nuda assassinata nel parco, 1972; Passi di danza su una lama di rasoio, 1973; Spasmo, 1974) e per finire un Gianfranco D'Angelo nei panni serissimi di un commissario di polizia; da non perdere anche perché è uno dei pochi ruoli non comici del mitico D'Angelo (il film subito successivo per l'attore sarà 4 marmittoni alle grandi manovre, 1974). Fosse solo per la presenza di D'Angelo porterei il mediometraggio in pompa magna, ma ad essere sinceri non è che La Bambola sia così memorabile.