La Frase dal Film: “Il vero mistero del mondo non è l'invisibile ma il visibile. Vorrei vederlo l'uomo capace di portarmi la prova dell'esistenza di questo bastone, di questa città, di questa piazza, di questa notte, di noi due, delle mie parole. Tutto è illusione, amico della notte, tutto!”
Mino Reitano che cerca Gesù, Mino Reitano che è Gesù. Basta questo per fare della piercarpata Povero Cristo un film di imperituro culto. Adesso che il buon Beniamino è passato a miglior vita, prenderlo per il culo pare un po' brutto; anni addietro era uno sport nazionale e ogni volta che il cantante di Fiumara compariva sul palco, le risate si sprecavano in una sequela di sfottò odontoiatrici. Lui però, Mino Reitano, tirava fuori la sua rustica energia popolare, cantava come un dannato e si commuoveva. E commuoveva anche il pubblico che rideva, sì, ma che applaudiva all'entusiasmo di quell'ex emigrante così simile a tanti connazionali della sua cara Italia. Quindi ok, non ridiamo troppo, ma Mino minatore dell'anima che cerca Gesù e lo trova in sé è qualcosa di micidiale e se non ricordo male nei Vangeli non c'era Enrico Beruschi. Beh, qui c'è! Quindi Beruschi-Reitano-Cristo, ma non solo. Pier Carpi parte con una riflessione cine-mistica che evidentemente accompagna con coerenza sue personali tribolazioni spirituali che approderanno in una pubblicazione da lui composta: "Gesù contro Cristo: tra magia e mistero, il romanzo che svela i segreti del Vangelo" (1997). Carpi la doveva sapere più lunga di tutti. Reitano/Giorgio, doppiato da Pino Colizzi, è un antieroe che si aggira un po' irrigidito in un mondo surreale, incrocio fra l'apocalittico, il futuristico e il medioevale. Con spirito francescano sbraita contro i dotti e i ricchi e si siede a discutere al fianco dei barboni. Mino, che ha l'iconica barbetta e il capello lungo dietro, parla anche con il Diavolo vestito da prestigiatore che prova a distoglierlo dalla sua missione con seduttiva eloquenza. Lentezze a go go, simbologie sparse e discorsoni filosofici su Dio, la vita e la morte nella ricerca di Giorgio come ne Il Settimo Sigillo (1957), ma al posto di von Sydow c'è Reitano, come si conviene al nostro cinema bis. Alla fine ci resto male perché il film non è ridicolo come avrei sperato e l'unica cosa che fa un po' ridere è il forzato esoterismo con cui Carpi decide di illustrare la sua storia, che evidentemente tratta come materiale per iniziati, usando per la bisogna Reitano con spirito quasi pasoliniano, inserendo il cantante (impegnatissimo quanto legnosissimo) in una serie di situazioni frammentate e irrisolte che trasudano solo una gran vogli di essere arte cinematografica. Carpi si prende sul serio e s'imbroda. Si salvano però le scenografie, i costumi e tante interpretazioni (Dexter, Purdom, Grassilli...) che non è poco. Finalone con ultima cena e frasi del tipo "trovando Cristo ti sei ritrovato". Ovvio. Mino, pio, rifiuta i 100 milioni del mercante nel tempio e si becca un proiettile nella mano tipo stigmate. Azz. Per chi ha la forza di reggere a tutta la riflessione teologica di Carpi va il premio di essersi visto Mino Reitano il Messia nello splendore dei 35 mm. Non è poco neanche questo. Da recuperare, fosse solo per il cast. Però non si ride.