TRAMA
Un misterioso paio di
scarpe più viola che rosse trovate in metropolitana sembrano
portare male a chi le indossa. Coloro che le trovano non vogliono
più staccarsene manco fossero l'anello di Sauron. Una madre
(Sun-jae) che si è appena separata dal marito dopo averlo
scoperto con un'altra, trova le scarpe e ha parecchio da combattere
con la piccola figlia Tae-su (Yeon-ah Park) che sembra, a sua
volta, volere le scarpe. Apparizioni ed incubi iniziano a fare
capolino nella vita della donna mentre un giovane arredatore prova
a capirci qualcosa.








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THE
RED SHOES |
(titolo
or.: Bunhongsin - SUD
COREA - 2005 - 103min - Colore) |
di Yong-gyun
Kim
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| GENERE |
HORROR - MYSTERY
- THRILLER |
| IN BREVE |
Un
buon horror orientale di grande fascino visivo in
cui lo stile supera il contenuto. Ma non era così
anche per Argento? |
| WEIRD |
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| SESSO |
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| VIOLENZA |
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| SANGUE |
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| PAURA |
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La Frase dal Film:
"Tutto per colpa di quel bastardo. Le donne che
hanno un buon lavoro devono restare zitelle, come me"
"Miai, non chiamarlo bastardo, è il padre
di Tae-su. E comunque non nominare più quel bastardo
di fronte a me"
Rivisitazione sud coreana in chiave parzialmente
gotica della fiaba di Hans Christian Andersen, nonché
del film di Michael Powell ed Emeric Pressburger Scarpette
Rosse (1948). La prima cosa che balza all'occhio guardando
i tesissimi primi minuti della pellicola è la grande
cura nella fotografia e nella tecnica, una ricerca di finezza
nella rappresentazione, cosa che pare essere diventata una
positiva costante nel cinema horror sud coreano. Il tetro
e violento incipit del film (che ricorda Un
lupo mannaro americano a Londra, 1981) mette dell'umore
giusto (o meglio adatto) per godere di questo lavoro girato
da Yong-gyun Kim un regista di non ampio curriculum che
al suo attivo aveva, in precedenza, solo un film sentimentale
(Wanee & Junah, 2001). Il film è visivamente
molto ben fatto e si percepisce la volontà di evocare
un'atmosfera da moderna fiaba nera. La cosa riesce perché
vi è un sapiente uso delle luci e del gioco fotografico
rispetto alla profondità di campo, con la tendenza
a sfocare parti dell'inquadratura in modo da elicitare un
senso di isolamento (cosa particolare per una città
caotica come Seoul) proiettando il racconto in una dimensione
fodamentalmente irreale. A dare un maggiore senso di irrealtà
contribuiscono i tocchi surreali come una "nevicata
rossa" e un incubo fatto di una vera e propria cascata
di sangue. Impossibile non rintracciare il simbolismo di
queste scarpe, pivot della trama, con un colore vivo (viola
e non rosso, comunque) che fa da contraltare ai cromatismi
desaturati delle locations. Quelle bellissime e coloratissime
scarpe portano con sé tutta una metafora psicanalitica
fatta di pulsioni e repressione. Il desiderio delle scarpe
(così femminili) nasconde la frustrazione di femmine
trascurate dagli uomini (la moglie tradita, l'amica zitella),
la frustrazione e l'odio indotti dalla gelosia per la ballerina
del passato, o la spinta a crescere (la piccola Tae-su)
senza frustrazioni materne. Questo senza aggiungere che
la scarpa è freudianamente simbolo della vagina.
E' un film fatto di donne in cui gli uomini hanno un ruolo
più marginale che negativo, è anche un film
che parla "male" delle donne nella misura in cui
mette in scena la stranota tendenza al conflitto fra esse
piuttosto che alla coalizione. Il conflitto maggiore fra
donne viene rappresentato dallo scontro madre/figlia, scontro
che in alcune scene diviene particolarmente violento come
poche volte si è visto al cinema, soprattutto per
il fatto che di mezzo c'è una bambina molto piccola.
Ma le scarpe c'entrano poco, qui si tratta del lato oscuro
dell'animo umano e di ciò che può fare uscire
allo scoperto questo lato nascosto celato di solito dietro
bei vestiti, rossetti glossy e rosse scarpe col tacco. Se
le atmosfere e la dimensione stilistica funzionano bene,
altrettanto non si può dire della struttura narrativa
a volte troppo poco lineare e altre volte prevedibile, ivi
compresi i momenti di vero e proprio horror che richiamano
lo stile già collaudato dal jhorror; grande utilizzo
degli effetti sonori a supportare la tensione, luci intermittenti,
spettri e quant'altro. Non che la paura manchi, anzi, però
siamo nel campo del già visto ed anche il finale,
che dovrebbe essere il colpo di scena, si perde fra buchi
logici come spesso accade nell'horror orientale. La paura
però rimane. Il regista non perde mai di vista il
fatto che il suo prodotto è un horror e così
evita derive troppo arty o metafisiche e invece costruisce
buone scene di paura (per quanto debitrici, come detto,
al jhorror) e non lesina in quanto a sangue. Ottimo lavoro
degli attori e soprattutto della protagonista Kim Hye-su,
che fa molti passi avanti rispetto alla staticità
imposta dal copione nel segmento Memories in Three
(2002). Chiaramente si potrebbe discutere se lo stile possa
o no sopperire all'originalità o ad alcune banalità
di sceneggiatura o ancora ad una certa attitudine dell'horror
orientale al gigioneggiare e ripetersi. E' l'annosa questione
che potrebbe essere fatta risalire fino a Dario Argento,
maestro dell'orrore di casa nostra, tante volte attaccato
per la sua capacità di stregare con storie e sceneggiature
deboli. Però va detto che le storie di Dario "rimangono",
mentre il pericolo è che di The Red Shoes
fra qualche tempo nessuno se ne ricordi più (salvo
remake USA). In tutti i casi, originale o no, terrificante
o meno, questo film è un buon horror ed un buon esempio
di cinema di paura made in Corea...del Sud. Al Nord l'orrore
non hanno bisogno di vederlo sul grande schermo, ce l'hanno
al governo.
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