TRAMA
Eddy confessa alla propria amante che la collana che indossa da sempre lo preserva dal diventare un mostro demoniaco. La donna è scettica ma quando Eddy verrà aggredito in casa da tre malviventi che gli porteranno via la collana ed Eddy si trasformerà, non ci sarà più spazio per i dubbi.









|
RIECCO ABORYM |
Italia - 2008 - 30' - Colore |
di Marco Antonio Andolfi
|
| GENERE |
HORROR - SHORT |
| IN BREVE |
Forse con il corto Andolfi non ha il "tempo" sufficiente per dare il massimo. Questo Aborym è proprio stanco. |
| WEIRD |
|
| SESSO |
|
| VIOLENZA |
|
| SANGUE |
|
| PAURA |
|
|
La Frase dal Film:
"Ma perché porti sempre questa cosa al collo? Mi sembri un vescovo!"
Un tempo ci fu La croce dalle sette pietre (1987), ritenuto da più parti il peggior esito dell'horror italico che mai sia stato commesso su pellicola. Ventuno anni dopo, Marco Antonio Andolfi, forse spinto dall'eco underground che ha innalzato a cult trash la sua opera prima, deve aver sentito che il demone Aborym e la collana che lo tiene lontano avessero ancora qualcosa da dire al mondo. Qualcosina che potesse essere espressa nelle ristrettezze di un corto e nei limiti di un budget casereccio. Il risultato avvilisce e esalta allo stesso tempo anche se l'universo trash del mix horror-mafia della pellicola dell'87 si perde per lasciar posto ad un Andolfi intimista e disilluso con tanto di finalino nichilista. Chissà come se l'è passata il regista in questi anni... In ogni caso Riecco Aborym sa regalare al cinefilo delle profondità oceaniche delle perle da abisso registico e recitativo, non contando un montaggio che saccheggia qua e là il precedente film in un collage di immagini il cui senso si perde nei meandri della mente di Andolfi. Chi ci si presenta davanti agli occhi sulle prime è un Andolfi sbracato che amoreggia con una rossa, con quel fare vissuto del regista alla Woody Allen che smanaccia donne che al di fuori del set chissà se si sarebbero concesse. E' un Andolfi stanco, che nella migliore tradizione del cinema italiano girato in quattro mura non recita frasi, ma le sussurrà, le biascica contrito, le soffia via con pause alla Celentano. Il tutto nell'intimo della scenografia casalinga esaltata da una tuta aperta sulla pancia un po' così, a farci vedere che gli anni per il protagonista sono passati pesanti sul suo corpo. Ma noi sappiamo che Eddy è depositario di un terribile segreto. Ora anche la sua amante vuole sapere di cosa si tratta, vuole sapere il perché Eddy non si separa mai dalla croce che porta al collo; una croce gemmata che le dà fastidio quando fanno l'amore. Azz! Fra i due amanti c'è tensione, scappa l'insulto e scappa anche una sberla ai danni di Eddy; sberla di grandissima portata stracultistica (vedere per credere). Lui è un uomo spaccato ma la donna sa corromperlo con il suo corpo mostrato generosamente anche allo spettatore. "Se non mi racconti tutto non faccio più l'amore con te" pressapoco il contratto è questo; Eddy cede e in un flashback scombinato che di più non si può la mette davanti al fatto che lui è il figlio di Aborym, partorito da una donna dissoluta che si dilettava con le arti magiche. La collana gli impedisce di trasformarsi nel mostro più ridicolo nella storia del cinema, da fare impallidire le sanguisuge giganti di Kowalski. Non solo, il regista non manca di tirare una linea di congiunzione fra lo scalcagnato personaggio partenopeo da lui creato e i più grandi drammi dell'umanità: guerra, carestia, morte. In qualche modo la collana dalle sette pietre ed Aborym hanno a che fare con le peggio tragedie del pianeta: seguono filmati di repertorio con gente allo spasmo e riprese di guerra. Aborym è quindi una metafora delle tragedie umane. Gulp! Arriva il momento della prova che Andolfi è sempre sul pezzo e non perde l'occasione di aggiornare la sua storia alle problematiche odierne: se un tempo era la camorra e lo scippo a rappresentare il male, questa volta sono le rapine domestiche perpetrate dalla gente dell'est; gente che ti strappa la collana dal collo come niente e compiaciuta butta lì un tris di "Da" per qualificare le proprie origini. I tre criminali però non sanno che separare Eddy dalla propria collana provoca la mutazione più lenta mai realizzata in un film horror, oltretutto una mutazione recuperata dal film precedente perché Andolfi senior vuole evitare sprechi effettistici. L'orrore che ne segue è ellittico e non palesato da fiumi di sangue, è una paura che si legge sui volti delle vittime. Il mostro c'è ma non si vede, se ne avverte la presenza grazie ai suoi temibili barriti, o qualsiasi altra cosa siano gli effetti sonori. Il finale, che non vi rivelo per non togliervi la sorpresa, è un vero e proprio colpo di scena su scala minimale; è una tragedia che si consuma fra le mura domestiche ma che apre suggestioni di complotti su vasta scala. E' soprattutto un finale nichilista, disilluso, che pare (dico pare) non lasciare spazio ad un seguito. Chissà. Che dire, Riecco Aborym è un ritorno stanco di un'icona trash di casa nostra, senza quella convinzione che si leggeva nelle leggerezze del film del 1987. E' triste, è buttato lì e il campione rimane l'opera prima che vedeva il giovane Andolfi alle prese con una camorra da teatrino delle marionette. Non so se internet con il suo potere mediatico e il suo potentissimo passaparola riuscirà a dare risalto a Riecco Aborym tanto quanto era successo con La Croce dalle Sette Pietre; forse Riecco Aborym non se lo merita neppure. Non ci sono più gli Andolfi di un tempo. Chissà se i severi forumisti dello Stivale faranno il miracolo che neppure San Gennaro si accollerebbe. C'è chi vorrebbe che Andolfi lasciasse stare in pace il cinema; io, dalla mia, credo (o voglio sperare) che Andolfi sia assolutamente consapevole dei limiti del proprio lavoro e si diverta ad esprimere la sua fantasia con questo mezzo, cosa che reputo assolutamente positiva a prescindere dagli esiti. Quindi viva Andolfi e viva Aborym, in attesa di un terzo folle capitolo della saga horror più trash d'Italia. Non c'è che dire: oggi mi sento buono.
|
|
 |