TRAMA

Anna Manni (Asia Argento) sta cercando di prendere un serial killer. Le indagini portano agli Uffizi a Firenze dove, osservando le opere d'arte, viene colta dalla sindrome di Stendhal e sviene. Viene soccorsa da Alfredo Grossi (Thomas Kretschmann) che è il killer. Inizia per Anna un percorso d'indagini e mentale dove la fantasia si confonde con la realtà.

 


LA SINDROME DI STENDHAL
Italia - 1995 - 120' - Colore

di Dario Argento

GENERE
HORROR - THRILLER
IN BREVE
No, ma parliamo piuttosto della Sindrome di Asia Argento!
WEIRD
SESSO
VIOLENZA
SANGUE
PAURA

 

La Frase dal Film: "Sicuro, certo che vorrei baciarti anch'io. Lui invece non mi voleva mai baciare. Io sono il contrario: io sono un tipo molto orale"

Primo film italiano che fa uso di effetti speciali digitali e primo film di Argento a finire, drammaticamente, nel catalogo dei film distribuiti in USA dalla Troma di Kaufman. Anni fa, dopo aver visto il film, ero impazzito di dolore e per la rabbia avevo posto paragoni di bruttura fra questo film e Bambola (1996) con la Marini. A rivederlo adesso qualcosa ne La Sindrome di Stendhal si salva, anche perché poi ho visto il Cartaio (2004), quindi... I problemi ci sono, sostanzialmente perché il film regge nella prima mezz'ora e si perde in tutta la parte seguente, ma alla pellicola vanno riconosciuti dei meriti. Primo. L'uso della grafica digitale è primitivo e in alcuni casi (le pillole nell'esofago) gratuito, però almeno si prova a creare qualche effetto speciale moderno, ci si apre alle nuove tecnologie e si vede un po' cosa ci si può fare. E' una CG per nulla verosimile, plastificata eccetera, ma Stivaletti fa quello che può con i mezzi a disposizione e ciò che ne deriva, anche grazie al gusto di Argento, è interessante. Il colpo di pistola che trapassa le guance è una sequenza vincente. C'è poi tutto il discorso centrale della memoria e della dis-percezione delle cose e dei particolari. Il film vive di suggestioni hitchcockiane e noir ma va sottolineato come la memoria sia un leitmotiv nel cinema argentiano e questo a partire dal primissimo L'Uccello dalle Piume di Cristallo (1970). Ne La Sindrome di Stendhal questo "deficit" di memoria e questa confusione percettiva perviene ad una realtà psicotica in cui il reale e il mentale sono completamente con-fusi e l'arte, che per sua natura è il prodotto di compromesso fra la mente e la realtà, è la chiave che spalanca questa folle dimensione intermedia. Che poi la sindrome di Stendhal come patologia mentale abbia poco a che fare con gli avvenimenti, a parte lo svarione iniziale della protagonista, è un'altra cosa. Almeno inizialmente Argento gioca tecnicamente con il concetto, creando cambi di prospettiva interessanti con immersioni nella realtà mentale di Anna Manni che letteralmente sprofonda nelle opere d'arte. Il passaggio fra reale e irreale è reso in modo fluido (il passaggio fra Roma e Firenze aprendo una porta è magistrale) e Argento gestisce i mezzi tecnici e narrativi con maestria. Non mancano alcuni manierismi firma dell'Argento nazionale: primipiani, utilizzo del rosso, e degli oggetti rossi, come solo Dario sa fare (vedere fotogramma a sinistra del tendone che occupa tutta l'inquadratura), la lametta che taglia le labbra, il dialogo fra il killer e una delle sue vittime, il ritorno della Manni in casa del padre e il delineare (in pochisse ed efficacissime immagini) i problemi fra padre e figlia. Il film quindi subisce un brusco arresto nella seconda parte quando le indagini di Anna Manni diventano didascaliche, diventa banale e prevedibile la sua doppia personalità (con echi alla De Palma) e, tolte le trovate registiche e tecniche, esplodono in tutta la loro forza i limiti degli interpreti. E qui si entra nel triste capitolo che va sotto il nome di Asia Argento. Allora, ognuno deve riconoscere i propri limiti. Parlo di me. Si gioca a fare i critici cinematografici ma prima di tutto si rimane degli spettatori persi come bambini di fronte allo spettacolo del cinema. Come tutti gli spettatori anche io ho le mie simpatie-antipatie a pelle, è così, giusto o sbagliato che sia, come avviene per ogni persona. E così voglio che rimanga. Asia Argento non mi piace come recita (mai!), non sopporto quando sbiascica le parole (sempre), quando urla poi devo iniettarmi della morfina per gestire la sofferenza, non mi piace neppure esteticamente. E' chiaro che si tratta di un mio problema che mi impedisce di vedere i film nei quali partecipa senza bias di giudizio. Quindi prendete le seguenti considerazioni col beneficio del dubbio ma che l'ispettrice Anna Manni sia una ventenne (Asia è nata nel 1975) lo trovo veramente assurdo e, più in generale, trovo patetico che Asia sia spessissimo presente nei film di suo padre, e sia sempre inserita come esempio più pragmatico della donna complessata e nevrotica (Non è che Asia Argento e Margherita Buy sono la stessa persona?). Voglio denunciare, e non temo smentita, la scena di Anna Manni che tenta di indurre al sesso lo scarsissimo Marco Leonardi come uno dei pezzi più squisitamente trash nel cinema italiano del decennio '90; vedere per credere. Credibile Paolo Bonacelli nei panni dello psicanalista ma stanco, molto stanco nella sua interpretazione; di Leonardi si è detto, mentre di Kretschmann, che comparirà poi in film molto importanti anche se in ruoli non primari, è un killer poco incisivo, pare Ivan Drago che ha dato di matto. Ma il nucleo del problema di un film che è imperniato tutto sul divenire di un solo personaggio, quello di Anna Manni, è e rimane Asia e la sua sindrome: c'è da chiedersi cosa sarebbe stato del film se Dario Argento avesse potuto avere in quel ruolo, come in effetti avrebbe voluto, Bridget Fonda o Jennifer Jason Leigh o Daryl Hannah. Nessuna accettò e quindi si dovette ripiegare. E come al solito lo stile prevale sulla sostanza, che poi è la storia, i dialoghi e le interpretazioni. Ma La Sindrome di Stendhal non è Suspiria (1977) e anche nello stile e nei suoi pregevolissimi manierismi, Dario Argento pare aver perso mordente, spaesato come la protagonista di cui vuole raccontare in un decennio, quello '90, che ha fatto discutere sulla modesta resa dei suoi lavori. Non è una questione da laudator temporis acti, non è che ogni volta che si parli di Argento vadano posti paragoni con le sue opere "vecchie", ma si tratta piuttosto della sensazione che un regista così incredibilmente dotato potrebbe avere le potenzialità di fare ben altro.

Noto all'estero come: Синдром Стендаля (Russia), El arte de matar (Spagna), Le syndrome de Stendhal (Francia), Síndrome Mortal (Brasile), Stendahl-syndrooma (Finlandia), Stendhal sendromu (Turchia), Stendhals syndrom (Svezia), Syndrome (Argentina), To syndromo tou Stendhal (Grecia), Viagem ao Inferno (Portogallo), The Stendhal Syndrome (internazionale).

FORSE NON TUTTI SANNO CHE...

Il film, girato fra il 17 luglio 1995 e il 15 settembre dello stesso anno, è costato circa 3 milioni e 800.000 dollari.

La Sindrome di Stendhal è un disturbo psicologico diagnosticato per la prima volta a Firenze nel 1982. Il nome è quello dello scrittore Stendhal (al secolo Marie-Henri Beyle) che nel 1817 descrisse di aver sofferto di un disagio psicologico successivo all'osservazione di opere d'arte. Alcuni dati (i quali non mi sentirei di sottoscrivere) suggeriscono che di tale sindrome soffre in maniera più o meno manifesta l'80% della gente.

Si tratta dell'ultimo film nel quale Giuseppe Rotunno, il grande direttore della fotografia, ha lavorato. Per la precisione due anni dopo ha lavorato per un documentario su Mastroianni e poi si è definitivamente ritirato.

Sergio Stivaletti, l'effettista, ci fa sapere tramite il suo sito che per la realizzazione di Matrix (1999) fu preso un po' spunto da La Sindrome di Stendhal per le sequenze con le pallottole.

Dario Argento ha sperimentato la Sindrome di Stendhal. Durante un viaggio ad Atene da bambino insieme ai genitori, il giovane Dario, mentre saliva i gradini del Partenone, fu pervaso da un senso di straniamento simile ad una trance, cosa che lo portò a staccarsi dai genitori e a perderli di vista per ore. L'esperienza fu così forte che Argento non se la dimenticò mai e non appena lesse il libro di Magherini (la base del film), ripensò subito a quell'evento.

Thomas Kretschmann fu ingaggiato per la parte di Alfredo grossi perché Argento lo aveva visto lavorare con sua figlia in La regina Margot (1994) e gli era piaciuto molto.

Il sinistro score musicale di Morricone segue la stessa melodia proposta in un senso e al contrario.

La scena di Anna sott'acqua fu realizzata al mare e non in piscina. Il pesce che Anna bacia era un modello telecomandato che pochi minuti dopo che la scena era stata filmata ha smesso di funzionare.

Per dipingere i muri del nascondiglio sotterraneo del killer furono ingaggiati diversi graffittari che, in una sola notte, dovettero riempire le pareti di diesgni

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