La Frase dal Film:
"Che cosa posso dire. Ha usato come arma un coltello,
glielo ha piantato nella vagina e ha tirato su più
forte che poteva. Un vero lavoro da macellaio. Un po' frettoloso
ma efficace, non c'è che dire"
Benché sia spesso indicato come
un giallo all'italiana, Lo squartatore di New York
non riesce a calzare questa definizione con facilità,
dal momento che non tutti i "criteri" del giallo
sono soddisfatti: il killer non indossa i consueti abiti
scuri e le vittime non sono uccise a causa di una loro pregresso
coinvolgimento nella storia, per dirne due. La New York
di Fulci, poi, non è un qualche posto impreciso,
come lo era la location di Profondo
Rosso (1975), ma è un crogiolo di corruzione,
ipocrisia e peccato più vicino alla "società
da ripulire" di Taxi Driver (1976), e come
Travis Bickle anche questo "Paperino mannaro"
ripulisce a suo modo la città dalle donne di malaffare
in un'ottica misogina tutta fulciana. In più, l'idea
di un serial killer che tagliuzza donne anche in metropolitana
era stato visto già poco prima in Vestito per
uccidere (1980) di De Palma, e quest'ultimo film era
più "giallo" di quello in questione. Da
un altro punto di vista, comunque, alcune costanti rimangono,
come la presenza di personaggi ambigui che potrebbero essere
i colpevoli fino all'immancabile rivelazione finale; ma
Davis (Malco) è sospetto perché compra riviste
gay, Scellenda (Ross) è sospettato perché
un tossico ed un porco, e Fay (Almanta Keller) è
al di sopra di ogni sospetto, o meglio viene risparmiata,
perché non condivide la dissolutezza delle altre
vittime (come se fossimo in un film slasher) il che, poi,
rientra sempre nell'ottica misogina che fu grande motivo
di discussione rispetto a questa pellicola. Chi comunque
sostiene che questo non sia un giallo solo perché
Fulci non si è mai trovato a proprio agio con "la
logicità" del puro thriller, si dimentica di
uno dei migliori gialli, ovvero Non
si sevizia un paperino (1972). In tutti i casi il regista
stempera la sua visionarietà applicata allo splatter
(vedi L'Aldilà,
1981) per sviluppare una storia che estremizza, rispetto
alla violenza, quel sangue e quelle deorbitazioni che ne
L'Aldilà apparivano quasi cartoonistiche.
Fulci ama il dettaglio e dove la telecamera di solito si
allontana, la mdp di Fulci indugia. La vittima del ferryboat
(Cinzia De Ponti, Manhattan
Baby, 1982) viene sventrata perché è stata
maleducata dopo aver rigato l'auto di un uomo (o almeno
s'intuisce quella causa-effetto), una ninfomane di classe
(Alessandra Delli Colli, Zombi
Holocaust, 1980) finisce in modo simile, una spogliarellista
(Zora Kerova, Antropophagus,
1980; Quando Alice
ruppe lo specchio, 1988) si becca una bottiglia rotta
in mezzo alle gambe, e la prostituta Kitty (Daniela Doria,
Paura
nella città dei morti viventi, 1980)...beh...guardatevelo.
Fra momenti squisitamente argentiani (e Argento riprenderà
il colpo di pistola nella guancia in La Sindrome di
Stendhal, 1995), panoramiche della Grande Mela, ottimi
titoli di testa con fermo immagine, e tette al vento, Fulci
sforna qualcosa di estremamente violento con elementi sessuali
ben marcati. Gli attori nel film fanno un buon lavoro ed
oltre alle donne già segnalate val la pena citare
Paolo Malco (Assassinio
al cimitero etrusco, 1982; Quella villa accanto
al cimitero, 1981), Jack Hedley (Witchcraft,
1964) nei panni di un poliziotto che va a puttane e Andrea
Occhipinti (La
casa con la scala nel buio, 1983) amorevole compagno
di Fay. Parlando di questo film ci si può riferire
ad esso come a una doppia "morte del cigno". Fulci
non riuscirà più a dare ai suoi fans qualcosa
di memorabile ed il cinema horror stesso, quello violento
ed estremo di un tempo, trova in questo Lo Squartatore
di New York uno dei suoi ultimi rappresentanti. Il
regista chiude i battenti di un'era cinematografica facendo
scempio delle varie screem-queens del decennio precedente
e più tardi dichiarerà "Quel tipo
di horror così terribile e scatenato è finito".
La pellicola si conclude in un modo estremamente triste,
come triste è l'appassionato che vede terminare il
proprio periodo d'oro, e "la lama che taglia l'occhio
(una delle firme stilistiche e tematiche di Fulci)
della povera Daniela Doria in Lo Squartatore di New York
chiude il sipario della stagione più estrema del
nostro cinema"*. Da vedere, per i motivi suddetti,
anche se non si tratta di uno dei migliori horror di Fulci.
* Curti, La Selva - sex
and Violence, Lindau, 2003, p. 301.
Noto all'estero come: The New York
ripper o The ripper o Psycho Ripper
(USA e UK), El destripador de Nueva York (Spagna),
El descauartizador de Nueva York (Venezuela), De
Doder van New York (Belgio), L'eventreur de New
York (Francia), Der New York Ripper (Germania),
De slachter van New York (Olanda).