La Frase dal Film: “Ero venuto solo ad aggiustare il lavandino!”
Dopo 32 (2008), Pastrello conferma la sua peculiare poetica: l'orrore come veicolo per la critica sociale e la metafora per rappresentare l'orrore. Molte volto guardando un film horror si ha l'impressione che una storia sostanzialmente buona abbia perso nerbo nella dilatazione del lungometraggio e avrebbe reso meglio nella versione "short"; con Ultracorpo si ha l'impressione inversa, cioé che il tema portante, l'omofobia di un uomo solo, legato ad una madre troppo presente nei suoi orizzonti mentali, potesse essere un soggetto assolutamente degno di dilatarsi a lungometraggio orrorifico, prendendosi meglio i propri tempi per mostrare l'evoluzione del delirio paranoide del protagonista. Il mediometraggio obbliga la storia ad un'accelerazione di rappresentazione che in parte mina la forza di un racconto di grande sottigliezza, coraggioso, originale e tecnicamente molto curato. Nella stessa misura i tempi ristretti tolgono respiro alla costruzione dei personaggi primari e secondari. Va tuttavia notato come il non approfondimento del comprimario (il validissimo Ferrara) ha i suoi pro, infatti lascia il suo personaggio nel limbo del non reale, del simbolo più che della persona. Non importa quindi chi sia l'omosessuale, di fatto non ha neppure un nome; egli è un simbolo, un diabolus ex machina che catalizza un processo psicologico a danno (o a vantaggio?) del tenero Umberto, che si difende dall'insicurezza tatuandosi e pompandosi i muscoli ma rimane là, sui bordi del sociale, in realtà non più adulto di quando lo si vede correre per i campi, legato con un elastico verbale dalla madre chioccia che lo richiama sempre a sé. Ultracorpo è la storia di una paura sociale che viene rappresentata, secondo la luce nera dell'orrore, come il caso di una possessione somatica e mentale operata da un essere "alieno" (da cui il dichiarato parallelismo con L'Invasione degli Ultracorpi, 1956), pronto a sedurre, corrompere ed entrare dentro, che nel caso dell'omosessualità maschile non è una metafora casuale. Il timore di Umberto, che è anche attrazione per ciò che è massimamente temuto, assume la forma di un delirio paranoide, una difesa estrema che proietta nell'altro ciò che invece è desiderato ma non accettabile.* Pastrello rappresenta la sua storia incrociando cinema "tradizionale" di dialoghi che aspirano alla massima naturalezza e silenzi intimisti, con la nuova tecnologia digitale perfettamente realizzata. Forse non tutto gira alla perfezione, i tempi di recitazione del suo protagonista paiono a volte eccessivamente rallentati, al di là del fatto che il personaggio stesso richieda una certa timidezza; questo si nota soprattutto nella sequenza in cui l'amico di Umberto gli offre il lavoro. Funziona invece al cento per cento il gusto estetico del direttore della fotografia Mirco Sgarzi che coglie l'ambivalenza dell'anima del protagonista lasciando angoli oscuri a bordo schermo, saturando i colori ed adottando altri accorgimenti che rendono Ultracorpo davvero bello da vedere, nel senso più stretto del termine. Sgarzi aveva lavorato già bene in 32 e qui compie ulteriori passi avanti e nell'attuale cinema italiano non mi è ancora capitato di vedere qualcuno con la sua finezza estetico-fotografica. Pastrello, di suo, gestisce con altrettanta eleganza il suo film e se proprio si deve rintracciare una sbavatura, questa riguarda alcune inquadrature oblique di gusto ricercato, arty, quando in effetti Pastrello non ha (più) la necessità di dimostare al pubblico che sa tenere la mdp in mano con più cognizione di causa di un semplice videoamatore. Pastrello è obiettivamente un regista, un validissimo regista. Il suo film del 2008 lo dimostrava, Ultracorpo lo conferma. Valido lui e gli artisti di cui si circonda. A questo punto manca lo step più complesso: trovare i fondi necessari e passare in serie A facendosi conoscere dal grande pubblico. E nell'Italia del cinema questa è una vera avventura horror.
* Precisazione psicologica. Se è vero che il delirio paranoide a tema omosessuale abbia quasi sempre un substrato di omosessualità latente, non si può dire la stessa cosa dell'omofobia che si configura come un fenomeno psicosociale più complesso.