La Frase dal Film:
"What a lucky clown you are. You don't have to rub off your laugh"*
Non tutti gli spettatori sono adatti al cinema muto o, meglio, non a tutti piace passare un'ora e mezza a guardare gente che fa espressioni affettate sottolineate da una musica classicheggiate e intramezzate da dialoghi scritti. In parte è comprensibile ma è anche un vero peccato, perché così si perderanno film come L'Uomo che Ride, un fenomenale film d'inizio XX che ha come protagonista un triste e sfortunato uomo dal ghigno stampato sul volto che, tanto per dirne una, è stato d'ispirazione per Bob Kane e Jerry Robinson nella creazione di Joker, l'arcinemico di Batman. Dopo il successo de Il Gobbo di Notre Dame (1923) e Il Fantasma dell'Opera (1925), la Universal aveva bisogno di un nuovo personaggio orrorifico ma il problema era che la sua stella di punta, Lon Chaney, era stata "catturata" dalla MGM. Il produttore Carl Laemmle aveva pianificato di produrre un altro fastoso melodramma tratto da un racconto di Victor Hugo ma per realizzare L'Uomo che Ride sapeva che la gente che la Universal aveva già sotto contratto non sarebbe stata adatta. Contattò gli artisti del movimento espressionista tedesco e ne convinse diversi a volare a Hollywood. Il regista Paul Leni, appena giunto in USA, aveva dimostrato le sue potenzialità commerciali con il suo primo film americano Il Castello degli Spettri (1927), senza contare l'ottimo successo de Il Gabinetto delle figure di cera (1924), film in cui compariva nei panni di Ivan il Terribile il bravo attore Conrad Veidt, per altro già apparso ne Il Gabinetto del Dottor Caligari (1920). Nel film del 1927, sempre della Universal, a Leni erano stati affiancati il direttore alla fotografia Gilbert Warrenton, lo scenografo Charles D. Hall e l'effettista Jack P. Pierce (quest'ultimo sarà il creatore dell'aspetto del mostro in Frankenstein, 1931). Lo stesso team lavorò per L'Uomo che Ride che nacque quindi come prodotto ibrido hollywoodiano espressionista, una miscela che si rivelerà assolutamente azzeccata. L'Uomo che Ride è più un melodramma che un horror ma indubbiamente i sentimenti e le sensazioni veicolate dall'attore Veidt e soprattutto dal suo sorriso, mettono terribilmente a disagio. A parte alcune scene mirate chiaramente a creare orrore nel publico (si pensi alla landa desolata con gli impiccati), la più tremenda sensazione viene proprio dalla disconnessione fra l'eterno sorriso del protagonista e le situazioni per nulla divertenti che vive; Veidt è così bravo che a tratti non si capisce davvero se stia reagendo in maniera beffarda a ciò che gli succede oppure ne soffra, sempre obbligato com'è a portare sul volto un sorriso che suona come una condanna. Tocca prestare moltissima attenzione agli occhi dell'attore, occhi con i quali l'uomo (senza voce per il muto e con un sorriso confondente) deve trasmettere le proprie emozioni. A livello attoriale il film è fenomenale e Veidt ne esce da vero grandissimo professionista. Ma la pellicola non si ferma all'interpretazione del protagonista. L'Uomo che Ride è di base un film espressionista con tutto il fascino e le trovate tecniche tipiche di quella corrente artistica: si tratta quindi di un film cupo, con scenografie a tratti inusuali che pescano dal sogno; infatti il film, nonostante sia ben inserito in un tempo e in un luogo, in certi momenti si perde in una dimensione onirica inquietante seppure mantenga sempre un certo controllo sugli eventi (alla fine si tratta sempre di un film hollywoodiano). La sua atmosfera tetra è potenziata da una fotografia che spesso lascia al buio buona parte della scenografia e dove non si vede una minaccia, tutte le minaccie sono potenziali. La melodrammaticità del racconto non degenera mai verso il lacrimoso ma piuttosto si rivela struggente e, in altre situazioni, energica ed eccitante. Inoltre per il fatto che Gwynplaine è un fenomeno da baraccone che si dispera e inorridisce davanti alla morbosa curiosità della gente verso la sua deformità fisica, il film pone le basi di una riflessione sul diverso e su come viene percepito dalla gente, un tema che verra svolto meglio decenni dopo da The Elephant Man (1980). L'Uomo che Ride è un film muto che parla, ben distante dalle noiose sperimentazioni cinematografiche d'inizio secolo che si potrebbero immaginare. Anche così però il film non è adatto a coloro che mal sopportano il muto e che quasi certamente verrebbero stesi da 110 minuti di pellicola. Peccato. Per gli altri consigliatissimo.
* Trad: "Che clown fortunato che sei. Non devi cancellarti (dal viso) il sorriso"
FORSE NON TUTTI SANNO CHE...
Il film fu girato fra l'ottobre 1927 e il gennaio 1928 a Universal City (California) e costò 1.000.000 di $.
Dallo stesso romanzo di Hugo furono tratti 4 film: L'uomo che ride, film del 1909 del quale non si hanno più coppie; Das grinsende Gesicht, film tedesco del 1921 diretto da Julius Herzka; questo di Leni; L'uomo che ride, film italiano del 1966 diretto da Sergio Corbucci.
Nella versione europea del film è possibile vedere la schiena nuda di una donna, cosa che invece fu oscurata nella versione americana (terza immagine a sinistra). Questo fu possibile perché il codice etico cinematografico statunitense entrò in vigore solo nei primi anni '30.
Lon Chaney fu ingaggiato per il ruolo di Gwynplaine ma all'ultimo momento rifiutò il ruolo.
Il grottesco sorriso di Gwynplaine fu ottenuto con l'uso di una dentiera che aveva degli unici metallici che tenevano tirati gli angoli della bocca. L'unica scena in cui Veidt non indossò la protesi fu quella in cui viene sedotto dalla duchessa Josiana.
Il film nacque in un periodo di transizione tecnica dal muto puro al sonoro quindi, a parte la musica di sottofondo, nel film è possibile udire dei suoni come spari e poco altro. Si stava sperimentando.