Enys Men
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Voto:
Potremmo sintetizzare Enys Men con una delle sequenze che propone: una donna controlla ogni giorno lo stesso appezzamento di fiori, annota la temperatura del terreno, registra eventuali cambiamenti. Non ce ne sono mai. Eppure, lei torna ancora, ed ancora, con la stessa ritualità assoluta. In quel gesto ripetuto risiede il cuore pietrificato di questo secondo lungometraggio di Mark Jenkin, regista britannico già autore dell’apprezzato Bait, dramma del 2019 incentrato su una comunità di pescatori della Cornovaglia. Ma chi è questa donna? Si tratta di una volontaria (Mary Woodvine) che - siamo nell'aprile 1973 - vive solitaria su una piccola isola al largo della costa della Cornovaglia, posto nel quale, come detto, prende misurazioni e scrive rapporti quotidiani su un fiore unico che cresce lì. L'isolamento bene bene non le fa alla mente, e i fantasmi della memoria e del passato dell'isola le ricompaiono. Come nel suo precedente lavoro, Jenkin riconferma uno stile visivo rigorosamente personale: girato su pellicola 16mm, alcune riprese ben definite, altre sgranate, colori saturi e primari, dialoghi ridotti a una manciata scarsa di battute, Enys Men respira lento come l’ambiente che cattura e, soprattutto, si gioca con il tempo che “slitta”. La protagonista - la Woodvine è compagna nella vita reale di Jenkin e figlia del caratterista britannico John Woodvine, che compare nel film nel ruolo del predicatore - abita quasi da sola questo film il cui titolo, nella lingua di lassù, significa semplicemente isola di pietra, un manifesto programmatico. Tutto è immobilità e routine: il check inutile ai fiori, il lancio di un sasso nella vecchia miniera abbandonata, l'avvio del generatore, l'attesa dei segnali radio dalla terraferma; un’immobilità ed una routine sempre più affini all’ossessione. Realizzato da un contenutissimo manipolo di persone, perdipiù nelle tre settimane di lock-down del marzo-aprile 2021, Enys Men sembra respirare il mood di quei complessi frangenti sociali, in sinergia con quello degli eremi della Cornovaglia; ne deriva un film dalle espressioni contratte e dalla “pelle secca”, con apparizioni che si materializzano enigmatiche e fluttuano tra il ricordo, l'allucinazione e la visione: una ragazza in equilibrio sul tetto, donne in abiti ottocenteschi sulla scogliera, bambini nelle miniere, il barcaiolo che visita l’isola. E in tutta questa rarefazione di dialoghi e dinamiche, Jenkin non spiega, anche se, da qualche parte, ha dichiarato che il film è stato ispirato dal Merry Maidens Stone Circle, antico cerchio megalitico della Cornovaglia legato alla leggenda di ragazze trasformate in pietra per aver ballato di domenica. Ad ogni modo, il folk horror di Enys Men non si manifesta mai in forma convenzionale: il menhir scolpito che sembra avvicinarsi di notte alla porta del cottage, il lichene che cresce sulla ferita allo stomaco della donna, i bambini vestiti di bianco che cantano fuori dalla sua casa con rami di biancospino sul far del primo maggio. Il lichene sembra essere l’elemento più incisivo (o, almeno, quello che ha colpito più me) di questa metafora di qualcosa di antico, penetrante ed incarnante la simbiosi e la dissoluzione dei confini tra regni separati: vivi e morti, presente e passato, natura e uomo. Ciò che Enys Men non ha, e non cerca di avere, è una storia nel senso tradizionale del termine. È un'esperienza sensoriale che richiede una particolare predisposizione, quella di godersi silenzi e presagi; in caso contrario, preparatevi ad una bella dose di noia e non-sense per questo film che indaga, a modo suo, la dissoluzione del confine tra reale e immaginato. Per questo da appaiare, ma con cautela, a l'Ora del lupo (1968) di Ingmar Bergman o Images (1972) di Robert Altman, con la sua immersione nella percezione allucinata di un unico personaggio femminile, le lunghe zoomate e la fotografia retrò.
Fast rating

Titolo originale
Id.
Regista:
Mark Jenkin
Durata, fotografia
90', colore
Paese:
UK
2022
Scritto da Exxagon nel marzo 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0
