Attrice
Peg Entwistle: la «H» di Hollywoodland e il sogno che finì a testa in giù
Nella notte tra il 16 e il 17 settembre 1932, una donna salì lungo il fianco del Monte Lee, sopra Hollywood, fino a raggiungere una scala di servizio abbandonata ai piedi di una gigantesca lettera di legno bianco. Era la «H» dell'insegna «Hollywoodland», un cartellone pubblicitario costruito nel 1923 per reclamizzare una lottizzazione di lusso sulle colline, già piuttosto malconcio, illuminato da quattromila lampadine che, nel buio della notte, sembravano stelle artificiali. La donna piegò con cura la giacca, vi posò accanto la sua borsa da teatro e salì. In fondo alla borsa, tra la polvere del trucco e qualche ricevuta, c'era un biglietto: «Ho paura, sono una vigliacca. Mi dispiace per tutto. Se lo avessi fatto molto tempo fa, avrei risparmiato molto dolore. P.E.» Il corpo fu trovato due giorni dopo, ai piedi della collina, da un'escursionista. Aveva ventiquattro anni. Si chiamava Millicent Lilian Entwistle, ma tutti la conoscevano come Peg, e nessuno, fino a quel momento, sapeva chi fosse al di fuori di New York e dei frequentatori di teatro.
Port Talbot, 1908: una famiglia di attori e il peso del palcoscenico
Peg nacque il 5 febbraio 1908 a Port Talbot, nel Glamorgan gallese, nella casa dei nonni materni; la nonna stessa le fece da levatrice. Peg era la primogenita di Robert Symes Entwistle, attore e direttore di scena di nascita inglese, e di sua moglie Emily Stevenson Entwistle. La famiglia viveva a West Kensington, Londra: un appartamento che sapeva di copioni e di farina di riso per il trucco di scena. Peg crebbe in un ambiente in cui il teatro non era un sogno ma un mestiere, trasmesso di generazione in generazione come si tramandano le ricette o i debiti. La famiglia, tuttavia, presto si spezzò. I genitori divorziarono quando Peg aveva circa due anni; il padre ottenne la custodia della bambina e, per ragioni non note, le disse che la madre era morta. Fu soltanto dopo la propria morte che la verità affiorò: nel testamento di Robert, redatto nel 1922, si leggeva nero su bianco che Millicent era «figlia della mia prima moglie, da cui ho divorziato» e che non desiderava «in nessuna circostanza» che sua figlia tornasse sotto la custodia della madre. Peg, dunque, crebbe orfana di una madre viva. È un dato su cui la storiografia moderna tende a soprassedere, ma che getta una luce particolare sulla sua storia di abbandoni reali e immaginati.
New York, l'essere orfana e lo zio Charles
Nel marzo 1916, Peg arrivò in America a bordo della SS Philadelphia insieme al padre, allo zio Charles Harold Entwistle e alle rispettive famiglie. Robert si era risposato con Lauretta Ross dalla quale ebbe due figli maschi, Milton e Robert Jr. La vita americana sembrò promettente: il padre trovò lavoro come direttore di scena a Broadway, e la famiglia si sistemò a New York. Ma la sorte non aveva finito di accanirsi. Lauretta morì di meningite nel 1921. Nel novembre 1922, Robert fu investito da un pirata della strada su Park Avenue, all'altezza della Settantaduesima Strada, e morì dopo settimane di coma. Peg aveva quattordici anni e si trovò orfana per la seconda volta. I tre ragazzi furono adottati dallo zio paterno, Charles e dalla moglie Jane. Fu lo zio ad assecondare la vocazione teatrale di Peg, indirizzandola verso la Henry Jewett Repertory di Boston, oggi l'Huntington Theatre, dove studiò recitazione. E fu lì, attorno al 1925, che Peg diede la performance che avrebbe fatto parlare di lei per decenni senza che lei lo sapesse mai. Nel ruolo di Hedvig ne L'anitra selvatica di Ibsen, diretta da Blanche Yurka, fu così intensa da cambiare la vita di una spettatrice seduta in platea: la giovane Bette Davis, allora poco più di una studentessa, avrebbe raccontato in seguito: "Prima di quella sera volevo fare l'attrice. Quando lo spettacolo finì, dovevo farlo. Esattamente come Peg Entwistle". Una delle più grandi attrici della storia del cinema americano che si inchina, postuma, a un nome che il cinema avrebbe consumato e dimenticato nel giro di pochi mesi.
Broadway e il Theatre Guild: dieci spettacoli, un talento riconosciuto
Nel giugno 1926, Peg debuttò ufficialmente a Broadway interpretando Martha in The Man from Toronto al Selwyn Theatre. Aveva diciotto anni. Era l'inizio di una collaborazione stabile con il Theatre Guild, la compagnia più prestigiosa della New York teatrale degli anni Venti, che le avrebbe garantito ruoli regolari per quasi un decennio, affiancandola a attori del calibro di George M. Cohan, William Gillette, Dorothy Gish e Laurette Taylor.
Il suo momento di maggior successo arrivò nel 1927 con Tommy, una commedia rimasta in scena per 232 repliche consecutive. I critici la notarono: J. Brooks Atkinson del New York Times scrisse di lei che "dava un'interpretazione considerevolmente superiore a quanto lo spettacolo meritasse", il complimento più sincero che si possa fare a un'attrice in un testo mediocre. Aveva tutto: presenza scenica, senso del ritmo, la capacità rara di riempire il silenzio prima ancora di aprire bocca. Ma Broadway era Broadway, non quel megafono popolare che era Hollywood!
Robert Keith: il marito sbagliato e il figlio segreto
Il 18 aprile 1927, proprio mentre trionfava in Tommy, Peg sposò l'attore Robert Keith (nome d'arte di Rolland Keith Richey) in una cerimonia civile al Municipio di New York. Era un uomo di circa dieci anni più grande, con il fascino consumato di chi ha già girato molti teatri. Il matrimonio durò due anni. Nel maggio 1929, Peg ottenne il divorzio con l'accusa di crudeltà, aggiungendo qualcosa che suonava come un tradimento della fiducia più elementare: Robert non le aveva mai detto di essere già stato sposato in precedenza, né di avere un figlio di sei anni, Brian Keith, che sarebbe diventato a sua volta attore e avrebbe conosciuto, nel 1997, una fine altrettanto tragica. La scoperta dell'inganno colpì Peg nel profondo; in una donna che aveva già perso la madre due volte - una per abbandono, una per menzogna - la scoperta di un nuovo inganno fondamentale non era cosa da poco.
Hollywood, 1932: «The Mad Hopes» e la porta socchiusa del cinema
Nell'estate del 1931, Broadway stava affondando. La Grande Depressione aveva devastato i teatri: nella stagione 1931-32, su 253 spettacoli attivi a New York, 213 avevano chiuso entro maggio; a fine luglio restavano aperti solo sei teatri legittimi sull'intera Broadway. L'ultimo spettacolo di Peg in quella stagione, Alice Sit-by-the-Fire di J. M. Barrie con Laurette Taylor, fu cancellato per l'alcolismo della protagonista, e gli attori ricevettero appena una settimana di salario. Nel maggio 1932 arrivò un'opportunità che sembrava il segnale tanto atteso: Peg fu chiamata a Los Angeles per recitare in The Mad Hopes, commedia di Romney Brent, con Billie Burke, la futura Strega Buona del Mago di Oz, e un giovane Humphrey Bogart ancora lontano dalla consacrazione. Lo spettacolo andò in scena al Belasco Theatre di Los Angeles dal 23 maggio al 4 giugno, con grande successo di critica. Florence Lawrence, la leggendaria corrispondente dell'Examiner, la lodò senza riserve. Peg era brillante. Peg era anche, per la prima volta nella sua vita, a Hollywood.
Il 13 giugno 1932, firmò un contratto con la RKO — Radio Pictures — per un solo film. Sembrava l'inizio di qualcosa. Era, invece, la fine.
Thirteen Women: le scene tagliate e il sogno dissolto
Il film si intitolava Thirteen Women, prodotto da David O. Selznick con Myrna Loy e Irene Dunne come stelle principali. Peg interpretava Hazel Cousins, una delle ex-compagne di collegio vittime di una serie di morti misteriose ordite da una donna (Myrna Loy) per vendicarsi delle discriminazioni razziali subite. Il soggetto era audace, il cast di qualità, le potenzialità narrative notevoli ma i test-screening con il pubblico andarono male: la trama era troppo cupa, troppo esplicita, persino per il periodo pre-Code. Il film fu rimontato, tagliato, ridotto. Le scene di Peg, originariamente circa sedici minuti di pellicola, furono ridotte a poco più di quattro. Ciò che restò di lei era una presenza appena accennata, un volto che appariva e scompariva prima di poter lasciare un segno. Thirteen Women uscì nelle sale il 14 ottobre 1932: un mese dopo la morte di Peg, quando il suo nome era già sui giornali per tutt'altre ragioni. Quella che avrebbe dovuto essere la sua introduzione a Hollywood divenne la sua unica apparizione cinematografica, ridotta e posticipata: una voce chiara che qualcuno aveva scelto di abbassare fino quasi al silenzio.
La notte del 16 settembre 1932
Quella sera, Peg disse allo zio Charles che sarebbe uscita, e, così, si allontanò dal numero 2428 di Beachwood Drive, la casa al fondo del canyon da cui l'insegna era visibile a occhio nudo. L'attrice percorse circa un miglio e mezzo in salita, nel buio tiepido di settembre, fino al fianco del Monte Lee. Alla base della lettera «H» dell'insegna «Hollywoodland» — tredici lettere di legno bianco, alte quindici metri, costruite nel 1923 per pubblicizzare una lottizzazione di lusso che nessuno stava più comprando — trovò una scala da elettricista lasciata incustodita sul retro della struttura. Si tolse la giacca, la piegò con cura. Posò la borsa accanto. Salì.
Il corpo fu trovato domenica 18 settembre da un'escursionista che, percorrendo il versante sotto l'insegna, notò dapprima una scarpa, poi una giacca, poi una borsa. Dentro la borsa c'era il biglietto, firmato soltanto con le iniziali «P.E.». L'escursionista lasciò gli oggetti anonimi sui gradini della stazione di polizia di Hollywood e telefonò: aveva visto un corpo ai piedi della collina. La polizia pubblicò il testo del biglietto sui giornali; lo zio Charles collegò la scomparsa di Peg da due giorni alle due iniziali e identificò il corpo. Il referto autoptico stabilì come causa di morte una «emoragia interna da fratture multiple del bacino», e aggiunse un dettaglio che smentisce alcune versioni romanzesche della vicenda: nel sangue di Peg Entwistle non era presente alcol.
Le ceneri furono tumulate il 5 gennaio 1933 nell'Oak Hill Cemetery di Glendale, Ohio, accanto al padre.
La leggenda e i fatti: separare il mito dalla storia
Negli anni successivi, intorno alla figura di Peg Entwistle si è depositata una patina di leggenda che la ricerca moderna ha dovuto faticosamente rimuovere. La storia più celebre, e più falsa, è quella della «lettera beffarda»: secondo la versione popolare, nei giorni successivi alla sua morte, sarebbe arrivata alla sua abitazione una lettera della «Beverly Hills Playhouse» che le offriva il ruolo di protagonista in uno spettacolo il cui soggetto era una donna che si toglie la vita dopo un fallimento professionale. L'ironia tragica è perfetta, quasi troppo. Ed è, appunto, falsa: la Beverly Hills Playhouse non esisteva con quel nome nel 1932 (fu così ribattezzata solo nel 1954), e la storia risale al libro Hollywood Babilonia di Kenneth Anger, notoriamente pieno di invenzioni. Il fratello Milton, intervistato dal biografo James Zeruk Jr., ricordava in effetti una lettera arrivata dopo la morte, ma era un'offerta della RKO per un altro film, non un provino per una pièce sul suicidio. La realtà è abbastanza dolorosa senza bisogno di aggiunte.
L'eredità: il cartello che cambiò significato
Per una strana alchimia della storia, la morte di Peg Entwistle trasformò un anonimo cartellone pubblicitario nel simbolo del sogno americano e del suo lato oscuro. L'insegna «Hollywoodland» — già malandata nel 1932, destinata secondo i piani originali a durare diciotto mesi e già in piedi da un decennio — avrebbe continuato la sua esistenza per decenni: nel 1949 fu rimosso «LAND» e restò «HOLLYWOOD», quella che oggi riconoscono tutti. Ma fu il gesto di Peg a conferire a quel cartello una dimensione che la pubblicità immobiliare non aveva mai potuto sognare.
La sua storia è rimasta a lungo nell'ombra, schiacciata dal peso del gesto e dalle leggende che vi si erano depositate sopra. La restituzione seria della sua biografia si deve al libro di James Zeruk Jr., Peg Entwistle and the Hollywood Sign Suicide (McFarland, 2013), scritto con la collaborazione del fratello Milton, e al documentario Under the Hollywood Sign (2009) di Hope Anderson. Entrambi restituiscono a Peg quello che le è stato a lungo negato: un'identità al di là della morte, una carriera al di là del gesto finale, un talento che esisteva prima e indipendentemente dal cartellone sul quale scelse di finire. Restano la sua Hedvig di Ibsen e il ricordo di Bette Davis che lascia il teatro trasformata. Restano dieci spettacoli con il Theatre Guild e duecento e più repliche di Tommy. Restano quattro minuti di pellicola in un film di cui non era protagonista e che uscì quando lei era già morta. E resta quel biglietto, le iniziali in fondo, la giacca piegata ai piedi della scala: il gesto ordinato e disperato di una donna che aveva ancora cura delle cose, anche nell'ultima sera della sua vita.
Millicent Lilian Entwistle
Port Talbot, Glamorgan, Galles, 05/02/1908
Hollywood, Los Angeles, California, 16/09/1932
Scritto da Exxagon nel maggio 2026; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0