Attrice
Frances Farmer: quello che fecero a una donna che non sapeva stare al suo posto
Esistono vite che sembrano scritte apposta per dimostrare qualcosa. La vita di Frances Farmer — — sembra scritta per dimostrare quanto possa essere pericoloso essere intelligente, bella, incapace di ipocrisia e donna, tutto insieme, nell'America della prima metà del Novecento. Nata il 19 settembre 1913 a Seattle, morta il 1° agosto 1970 a Indianapolis, in mezzo undici anni di istituzioni psichiatriche, sessioni di shock insulinico ed elettroconvulsivante, celle di isolamento e diagnosi che cambiavano a seconda di chi le firmava. Ma lei non era folle o, forse, un po' perse la ragione nel momento in cui il mondo intorno a lei si ostinava a trattarla come tale.
Seattle, 1931: «Dio muore» e il prezzo di un saggio scolastico
La prima volta che Frances Farmer finì sui giornali aveva diciassette anni: aveva scritto un tema per un concorso scolastico. Il titolo era God Dies - Dio muore - e il contenuto era quello che ci si aspetterebbe da una mente adolescente acuta e già ferita dalla vita: una riflessione filosofica sulle contraddizioni della fede, sulle preghiere che restano senza risposta, sulla distanza tra il Dio delle promesse e il Dio dell'esperienza quotidiana. Il tema vinse il concorso, si aggiudicò cento dollari e scatenò un putiferio che i giornali di Seattle amplificarono con la solita morbosa soddisfazione. «Ragazza di Seattle nega Dio e vince un premio» tuonarono i titoli; la notizia fu ripresa dalle agenzie nazionali, arrivò sulle prime pagine di quotidiani di tutto il paese, generò un'alluvione di lettere di protesta, indusse alcuni pastori battisti a riunire le proprie congregazioni per discutere dell'ateismo dilagante nelle scuole pubbliche. Frances aveva scritto un tema scolastico e l'America, gli stessi States che 73 anni dopo rimasero sconvolti per la visione del capezzolo di Janet Jackson al XXXVIII Superbowl, ne aveva fatto un caso nazionale.
«Fu piuttosto triste», disse Frances anni dopo, «perché, per la prima volta, capii quanto potevano essere stupide le persone. Mi fece sentire sola al mondo. Più la gente mi indicava con scherno, più mi intestardivo. E quando cominciarono a chiamarmi la Bad Girl del West Seattle High, cercai di meritarmi il titolo.» È una frase che contiene già, in germe, l'intero arco della sua storia: la solitudine come punto di partenza, la ribellione come risposta quasi automatica all'incomprensione, l'identità costruita per contrasto rispetto a ciò che il mondo si aspetta. Frances Farmer fu, per tutta la vita, una persona che il mondo cercò di comprimere entro forme che non le appartenevano, e che resistette, a volte con saggezza, a volte con autodistruttiva ferocia, fino a quando non fu materialmente impossibile resistere oltre.
L'Unione Sovietica, New York e il contratto con la Paramount
Studentessa di giornalismo e teatro all'Università di Washington, Frances vinse nel 1935 un viaggio nell'Unione Sovietica attraverso un concorso indetto da un giornale progressista, The Voice of Action. Andò a Mosca per frequentare il Teatro d'Arte, l'istituzione fondata da Stanislavski che aveva rivoluzionato la concezione della recitazione nel Novecento — un pellegrinaggio culturale, non una scelta politica, anche se nell'America della paranoia anticomunista la distinzione sarebbe stata irrilevante per anni. Al ritorno, invece di prendere il treno per Seattle, Frances scese a New York e decise di tentare la fortuna a teatro. La fortuna arrivò, ma prese la forma di un talent scout della Paramount Pictures. Qualche settimana e un provino dopo, Frances Farmer aveva un contratto settennale con uno dei maggiori studios di Hollywood e si trasferì a Beverly Hills per il suo ventiduesimo compleanno.
La Paramount aveva intercettato qualcosa di reale. Quando Frances apparve sullo schermo nel 1936, i critici si affannarono a trovare i paragoni giusti: Greta Garbo, Katharine Hepburn, Margaret Sullavan. Non era un'attrice nel senso corrente del termine, lei era una presenza, qualcosa di difficile da sintetizzare, quella combinazione rara di bellezza plastica e intelligenza inquieta che si traduce sullo schermo come fascino genuino, non costruito. Il suo ruolo più importante arrivò quasi subito: in Ambizione (1936), diretto da Howard Hawks e William Wyler su un soggetto di Edna Ferber, Frances interpretò un doppio ruolo, madre e figlia, con una disinvoltura che stupì anche i più scettici. Il film fu un successo, Frances divenne una stella, e la Paramount cominciò immediatamente a non sapere bene cosa farsene.
Hollywood e il conflitto strutturale: quando una mente libera incontra la fabbrica dei sogni
Il sistema degli studios negli anni Trenta era una macchina di controllo totale: dettava i ruoli, il look, gli amori pubblici, le dichiarazioni alla stampa, persino i matrimoni. Frances Farmer era programmata per la collisione con questo sistema fin dal primo giorno. Si rifiutò di cambiare nome. Rifiutò il guardaroba glamour imposto dallo studio. Parlò apertamente con la stampa delle proprie simpatie per i lavoratori agricoli californiani, delle sue opinioni sulla guerra civile spagnola, della propria ammirazione per il sistema teatrale sovietico, tutte cose che la Paramount avrebbe preferito non sentire, soprattutto mentre il «Pericolo Rosso» cominciava a diventare un'ossessione nazionale. Nel frattempo, contrasse un matrimonio impulsivo con l'attore Leif Erickson, probabilmente arrangiato dallo studio, che si rivelò un fallimento tanto rapido quanto prevedibile.
Frances voleva il teatro, non il cinema. Il cinema per lei era un mezzo, non un fine; recitare davanti a una macchina da presa le sembrava un'attività sostanzialmente priva di senso rispetto al contatto vivo con il pubblico. Ottenne ciò che voleva: trascorse l'estate del 1937 a New York recitando nel Group Theatre, la compagnia guidata da Harold Clurman e Lee Strasberg, lo stesso Lee Strasberg che avrebbe, in seguito, fondato l'Actors Studio e rivoluzionato la formazione degli attori americani. Frances recitò in Golden Boy di Clifford Odets, al fianco di un cast di stelle emergenti che includeva Elia Kazan. Era nel posto giusto, con le persone giuste, nel momento giusto della storia del teatro americano. Era anche al culmine della sua vita professionale, anche se non lo sapeva ancora.
La spirale: alcol, arresti, e il 1942 come anno della rottura
Il declino non fu improvviso, fu la somma progressiva di piccole e grandi disfunzioni: una carriera che si faceva sempre più marginale alla Paramount (lo studio la prestava ad altri, non le affidava ruoli di primo piano), il divorzio da Erickson nel 1942, l'alcolismo che da vizio privato stava diventando problema pubblico. In ottobre del 1942, la polizia fermò Frances a Santa Monica: guidava con i fari accesi durante il blackout di guerra, non aveva con sé la patente, e, secondo i resoconti dell'epoca, non rispose agli agenti con la deferenza che questi si aspettavano. Fu multata e le fu sospesa la condizionale. Poi, all'inizio del 1943, un episodio ancora più mediatico: venne fermata all'Hotel Knickerbocker di Hollywood in stato di alterazione. Le fotografie dell'arresto - Frances che resisteva agli agenti, visibilmente fuori controllo - fecero il giro dei giornali di mezzo paese.
La scena in aula fu, a modo suo, indimenticabile. Quando il giudice le rammentò che la condizionale le imponeva di non bere alcolici, Frances lo interruppe: «Cosa si aspetta che faccia? Gli alcolici me li mettono nell'arancia, nel caffè. Dovrei morire di fame per rispettare le sue leggi?» Era una battuta di una persona esasperata, non la prova di una mente in dissolvimento ma il contesto era già abbastanza tossico da trasformare qualsiasi cosa lei dicesse in ulteriore evidenza della propria instabilità. La Paramount le aveva già rescisso il contratto, la stampa la stava dipingendo come una pazza furente, e sua madre (Lillian Van Ornum Farmer, donna di temperamento quasi teatrale, con la quale Frances aveva un rapporto di permanente conflitto) stava aspettando in agguato dietro le quinte.
La madre, il giudice, la dichiarazione di incapacità mentale
Lillian Farmer non era una cattiva persona nel senso melodrammatico del termine. Era una donna del suo tempo, convinta di agire per il bene della figlia e, al tempo stesso, una figura enormemente problematica nella vita di Frances: dominante, bisognosa di controllo, incapace di accettare l'autonomia di una figlia che non assomigliava minimamente a ciò che lei aveva immaginato. Quando Frances fu ricoverata per la prima volta in un istituto privato - il Kimball Sanitarium nel sud della California, nei primi mesi del 1943 - fu Lillian a firmare i documenti. Quando Frances fuggì dall'istituto, dopo mesi di trattamenti con shock insulinico che lei descrisse come «un attacco fisico brutale che stordiva le cellule cerebrali e lasciava il corpo in preda a nausea e dolore», tornò dai genitori. Lillian ottenne la tutela legale sulla figlia.
La dichiarazione formale di incapacità mentale arrivò nel 1944, davanti a un giudice che aveva precedenti di ostilità documentata nei confronti di Frances: era stato lui, anni prima, a tuonare pubblicamente contro il saggio «Dio muore» e contro le simpatie filosovietiche dell'attrice. Lo psichiatra nominato dal tribunale, dopo un breve colloquio in cui Frances si mostrò «eccitata, arrogante e incline alla resistenza», la dichiarò disturbata mentale. Non ci fu processo con giuria: l'avvocato d'ufficio nominato per rappresentare Frances rinunciò a questo diritto senza consultarla. Frances Farmer fu internata al Western State Hospital di Steilacoom, Washington. Aveva trentun'anni e non sarebbe uscita definitivamente per quasi un decennio.
Western State Hospital: l'inferno documentato
Il Western State Hospital degli anni Quaranta non era un luogo di cura. Era un deposito. Ospitava oltre 2.700 pazienti (500 in più della capienza ufficiale) con un organico di infermieri del tutto inadeguato: quindici infermiere laureate per migliaia di degenti ospitati in padiglioni fatiscenti nei quali i letti erano fatti alle quattro del pomeriggio e i pazienti vi restavano immobili per dodici ore. Il Seattle Post-Intelligencer pubblicò nel 1949 un'inchiesta che descrisse la struttura come una realtà al limite del degradante; una denuncia che arrivò troppo tardi per Frances e, probabilmente, per centinaia di altri pazienti di cui la storia non ha conservato il nome.
Frances subì in quegli anni le terapie che la psichiatria del tempo considerava all'avanguardia. Lo shock insulinico le fu somministrato per periodi prolungati, ovvero iniezioni di overdose di insulina per indurre coma e convulsioni, nella convinzione che il trauma potesse «ripristinare» un cervello disordinato. Seguì l'elettroshock e poi vennero le giornate in cella di isolamento, la camicia di forza, la disumanizzazione sistematica di un'esistenza ridotta a routine di controllo. Più Frances resisteva - e la sua resistenza, o parte di essa, era la spia della sua sanità, non della sua malattia - più il sistema la classificava come pericolosa. Era un circolo perfetto e perverso: chi protestava era pazzo, chi era pazzo doveva essere contenuto, chi veniva contenuto aveva ragione di protestare.
La leggenda della lobotomia: verità, mito e il caso Shadowland
Qui la storia di Frances Farmer incontra la storia della sua leggenda, e le due non coincidono affatto. Nel 1978 lo scrittore William Arnold pubblicò Shadowland, una biografia che descriveva in dettaglio agghiacciante la presunta lobotomia subita da Frances all'interno del Western State Hospital, eseguita dal dottor Walter Freeman - il neurochirurgo che aveva perfezionato e pubblicizzato la lobotomia transorbitale, la versione «semplificata» della procedura che si eseguiva inserendo un punteruolo metallico sotto la palpebra. Il libro divenne un caso editoriale. Fu la base, dichiarata o meno, del film Frances del 1982, diretto da Graeme Clifford con Jessica Lange in una performance straordinaria che le valse una nomination all'Oscar. Milioni di spettatori videro la scena della lobotomia e la assunsero come fatto storico ma non lo era. In un processo per violazione di copyright del 1983, Arnold ammise di aver inventato la storia della lobotomia. La sorella di Frances, Edith Elliot, aveva già scritto nel 1979 il proprio resoconto — Look Back in Love — nel quale descriveva il padre di Frances che fermava i medici prima che potessero procedere con l'operazione, minacciando una «dannata grossa causa legale». La lobotomia, quasi certamente, non avvenne. Ciò non cambia di una virgola la realtà di ciò che Frances subì nei mesi e negli anni al Western State. Il mito della lobotomia, però, ha finito per fare ombra a una verità già abbastanza oscura da non aver bisogno di aggiunte.
Il ritorno: la lavanderia dell'Olympic Hotel e il silenzio che si rompe
Frances uscì definitivamente dal sistema ospedaliero nel 1950. Aveva trentasette anni, una carriera distrutta, due genitori anziani a cui badare (gli stessi che l'avevano fatta internare) e nessun posto dove andare. Accettò un lavoro alla lavanderia del Fairmont Olympic Hotel di Seattle: lo stesso albergo in cui, nel 1936, era stata festeggiata per la prima assoluta di Ambizione. C'è qualcosa di volutamente crudele in questa coincidenza. Nel 1953 un giudice le restituì la piena capacità giuridica. Seguirono anni erratici: un matrimonio con un operaio di Seattle, Alfred Lobley, quasi immediatamente abbandonato; una vita anonima a Eureka, California, sotto il nome di Frances Anderson; lavori da segretaria e receptionist d'albergo. Poi, nel 1957, l'incontro con Leland Mikesell, un consulente televisivo di Indianapolis che la convinse a tentare un ritorno. Frances disse ai giornali di aver smesso di bere e di aver ritrovato Dio. «Non incolpo nessuno per la mia caduta», dichiarò a Modern Screen. «Penso di aver vinto la battaglia per controllarmi.» Era vero a metà, come sono vere a metà la maggior parte delle dichiarazioni di sopravvissenza pubblica.
Frances Farmer Presents: gli ultimi anni e il cancro che chiuse i conti
Dal 1958 al 1964 Frances condusse su WFBM, affiliata NBC di Indianapolis, un programma pomeridiano intitolato Frances Farmer Presents: presentava film, intervistava ospiti, era la prima classificata nella sua fascia oraria per sei anni consecutivi. Era un lavoro dignitoso, non la carriera che avrebbe potuto avere, ma era pur sempre qualcosa. Poi l'alcolismo tornò con la forza delle cose non risolte, e la rete la licenziò. Gli ultimi anni li trascorse gestendo piccole imprese con la sua amica Jean Ratcliffe, tra cui un tentativo fallito di avviare un'azienda cosmetica, e come attrice residente alla Purdue University in cui recitò in alcuni allestimenti teatrali. Stava anche collaborando con un biografo per registrare la propria storia quando, nell'aprile del 1970, i medici le diagnosticarono un cancro all'esofago. Morì quattro mesi dopo, il 1° agosto 1970, e fu sepolta in una tomba semplice in un piccolo cimitero fuori Indianapolis. Non c'era quasi nessuno.
L'eredità: Kurt Cobain, Jessica Lange e la domanda che rimane aperta
Frances Farmer non era pazza. O meglio: se lo divenne, fu in parte il risultato di anni di trattamenti coercitivi applicati a una donna che aveva il torto di essere arrabbiata in modo legittimo e di esprimerlo senza la copertura di un sorriso. «Non devo mai convincermi che il terrore sia passato», scrisse nella sua autobiografia postuma, Will There Really Be a Morning?, parlando dell'esperienza nei manicomi, «perché si staglia ancora oggi grande e malvagio come nell'era riprovevole di Bedlam. Devo però raccontare gli orrori come li ricordo, nella speranza che qualche forza dell'umanità si muova a liberare per sempre le sventurate creature ancora imprigionate nei reparti sul retro delle istituzioni in decadimento.» Non fu ascoltata in vita. Fu ascoltata dopo. Nel 1982 Jessica Lange le diede volto e corpo in uno dei film biografici più intensi dell'intero decennio, interpretando una Frances che era più mito che donna ma non per questo meno vera. Nel 1993 Kurt Cobain, molto colpito dalla storia di questa attrice, le diede il suo nome a sua figlia, Frances Bean, e le dedicò una delle canzoni più rabbiose e tenere dell'album In Utero dei Nirvana: «Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle». Il testo diceva, tra l'altro: "«"Tornerà come fuoco, per bruciare tutti i bugiardi, e lascerà sul suolo una coperta di cenere". La cantante francese Mylène Farmer, il cui vero nome è Mylène Gautier, ha adottato il cognome d'arte «Farmer» in omaggio esplicito a Frances. Il Western State Hospital possiede oggi una piccola stanza-museo dedicata alla sua memoria. La diagnosi che la internò, psicosi maniaco-depressiva, poi schizofrenia paranoide, poi semplice depressione, a seconda di chi compilava il modulo quel giorno, dice meno sulla mente della Farmer che sulla psichiatria di quegli anni.
Frances Elena Farmer
Seattle, Washington, USA, 19/09/1913
Indianapolis, Indiana, USA, 01/08/1970
Cancro all'esofago
1943-1950, Western State Hospital, Steilacoom (Washington)
Psicosi maniaco-depressiva; schizofrenia paranoide (contestate dalla critica storica)
Leif Erickson (1936-1942); Alfred Lobley (1954, brevissimo); Leland Mikesell (poi divorziata)
Come and Get It (1936, Hawks/Wyler); Rhythm on the Range (1936); Son of Fury (1942)
Frances (film, 1982, con Jessica Lange); canzone dei Nirvana Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle (1993)
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Scritto da Exxagon nel aprile 2026; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0