Attrice
Brittany Murphy: la voce spezzata di una generazione
La mattina del 20 dicembre 2009, cinque giorni prima di Natale, in una villa collinare di Los Angeles nel quartiere di Hollywood Hills, un'attrice trentaduenne crollò a terra nel proprio bagno, tra il tappeto e la doccia. Era Brittany Murphy, la Tai di Clueless, la voce inconfondibile di Luanne Platter in King of the Hill, l'attrice minuta ed elettrica che negli anni Novanta aveva incarnato più di ogni altra la ragazza qualunque trasformata dalla scuola americana in ragazza popolare. Sua madre Sharon la trovò collassata; il marito Simon Monjack chiamò i soccorsi. Il trasporto al Cedars-Sinai Medical Center fu inutile: alle 10:04 fu dichiarata morta. La causa ufficiale — polmonite, anemia sideropenica e intossicazione da mix di farmaci, tutti legali e regolarmente prescritti — sarebbe stata rilasciata nelle settimane successive. Cinque mesi dopo, nella stessa villa, sarebbe morto il marito, per cause analoghe. Da lì in poi, la vicenda Murphy sarebbe scivolata da fatto di cronaca a caso irrisolto, prestandosi a teorie del complotto, revisioni tossicologiche, documentari e ipotesi in cui ancora oggi, è difficile distinguere la verità dalla speculazione.
Atlanta, 1977: figlia della separazione
Brittany Anne Bertolotti nacque il 10 novembre 1977 ad Atlanta, in Georgia. Suo padre, Angelo Bertolotti, aveva alle spalle un passato controverso e legami con ambienti della malavita italoamericana di New York; sua madre, Sharon Murphy, era una donna della classe media che scelse di divorziare quando Brittany aveva ancora due anni. Fu Sharon, con quella ostinazione discreta che caratterizza certe madri single, a prendere in mano il destino della bambina: la portò con sé a Edison, nel New Jersey, dove Brittany trascorse l'infanzia e la preadolescenza. Il legame tra madre e figlia si sedimentò in quegli anni fino a diventare una simbiosi difficile da sciogliere: JoAnne Colonna, la sua agente di sempre, avrebbe raccontato che le due «finivano le frasi l'una dell'altra», entrambe brillanti e vivaci, in un rapporto che nulla, negli anni della fama, sarebbe riuscito a incrinare. Il padre Angelo, che sarebbe stato incarcerato e successivamente allontanato dalla figlia, rimase una figura periferica per gran parte dell'esistenza dell'attrice. Solo dopo la sua morte avrebbe alzato la voce, con conseguenze che la cronaca non ha ancora smesso di registrare.
Danza, canto, teatro: una bambina in movimento
Fin dai cinque anni, Brittany dimostrò un'inclinazione precoce per la scena. Prese lezioni di danza, di canto e di recitazione con la sistematicità che i genitori del ceto medio americano riservano ai figli che sembrano promettere qualcosa. A nove anni recitò nel musical scolastico Really Rosie, ispirato ai disegni di Maurice Sendak; comparve nei primi spot pubblicitari; iniziò a muoversi tra le audizioni della East Coast, con la madre come autista, produttrice esecutiva e agente ufficiosa. A tredici anni, madre e figlia fecero il grande passo: caricarono l'automobile e si trasferirono a Los Angeles. Brittany aveva scelto la California prima ancora di poter guidare, con la determinazione di chi ha visto in televisione un mestiere e ha deciso di trasformarlo nel proprio.
Clueless, 1995: la ragazza nuova che diventa una ragazza popolare
Il ruolo che avrebbe cambiato per sempre la sua traiettoria arrivò a diciassette anni. In Ragazze a Beverly Hills (1995) di Amy Heckerling, adattamento aggiornato di Emma di Jane Austen ambientato in un liceo di Beverly Hills, Brittany interpretò Tai Frasier: la ragazza nuova arrivata da fuori, goffa e insicura, che la protagonista Cher Horowitz (Alicia Silverstone) decide di trasformare in una star della scuola. Era il suo secondo film e la sua prima grande occasione, e la seppe cogliere con una spontaneità disarmante. La sua Tai, con il misto di ingenuità sfacciata e desiderio di riconoscimento, funzionava come specchio comico e sentimentale di ogni adolescente americana degli anni Novanta. Ragazze a Beverly Hills incassò cinquantasei milioni di dollari nel solo mercato statunitense e divenne un istantaneo cult intergenerazionale. Brittany Murphy, che prima di quel film era solo una delle mille ragazzine californiane in attesa di occasione, si ritrovò da un giorno all'altro con un'agenda piena, un manager potente e la reputazione di essere una delle giovani promesse dell'industria.
Ragazze interrotte, 8 Mile e la seconda vita cinematografica
Il decennio successivo fu una lunga discesa a spirale nella complessità di vari ruoli. In Ragazze interrotte (1999) di James Mangold, tratto dall'omonimo memoir di Susanna Kaysen, Brittany interpretò Daisy Randone, giovane paziente della clinica psichiatrica dedita ai lassativi e vittima di violenze paterne, in una parte breve ma memorabile che chiudeva con una delle sequenze più laceranti del film. Recitò accanto a Winona Ryder e Angelina Jolie (quest'ultima premiata con l'Oscar come non protagonista), e la sua Daisy divenne un piccolo classico del cinema americano sulla salute mentale. Lo stesso anno apparve nella satira nera Bella da morire (1999) di Michael Patrick Jann, nel ruolo di Lisa Swenson. Nel 2001 recitò in Non dirlo a nessuno di Gary Fleder accanto a Michael Douglas nella parte di Elizabeth Burrows, una giovane traumatizzata da un ricovero psichiatrico, e fu diretta da Penny Marshall in I ragazzi della mia vita, accanto a Drew Barrymore, in una storia di maternità adolescenziale ambientata negli anni Sessanta. Il capitolo più ricordato di questa fase è però 8 Mile (2002) di Curtis Hanson, in cui Brittany interpretava Alex Latourno, la fidanzata volatile e pericolosa di Jimmy Smith Jr. (Eminem, al debutto attoriale). La scena di sesso in ambiente industriale entrò istantaneamente nell'immaginario collettivo del cinema di quegli anni, e la performance dell'attrice contribuì in modo decisivo a rendere credibile il film come veicolo per un rapper alla prima esperienza sullo schermo.
Uptown Girls, Sin City, Happy Feet: la commedia e la voce
Negli anni successivi, la carriera di Brittany si divise tra commedie romantiche di successo alterno (Oggi sposi... niente sesso del 2003 con Ashton Kutcher, con il quale ebbe una breve relazione sentimentale fuori dal set; Uptown Girls dello stesso anno; Little Black Book del 2004) e apparizioni in film d'autore che le confermarono la stima della critica: fu Shellie in Sin City (2005) di Robert Rodríguez e Frank Miller, prova ricca di quella durezza dolce che sarebbe rimasta il suo marchio. Enorme spazio, in quegli stessi anni, ebbe la sua attività di doppiatrice. Per tredici stagioni, dal 1997 al 2010, Brittany prestò la voce a Luanne Platter nella serie animata King of the Hill di Mike Judge, un ruolo che le permise di raggiungere il grande pubblico americano con una continuità che nessun film avrebbe potuto assicurarle. Nel 2006 doppiò Gloria nel film d'animazione premio Oscar Happy Feet di George Miller, cantando anche alcuni brani della colonna sonora e mostrando quel talento canoro che, se coltivato, avrebbe potuto aprirle una carriera parallela nel musical.
Simon Monjack: il matrimonio controverso, la carriera che si sgretola
Nel maggio 2007, Brittany sposò lo sceneggiatore britannico Simon Monjack, dopo una relazione lampo che destò perplessità in molti dei suoi amici e collaboratori. Monjack era un uomo dalla biografia opaca — accusi di frodi finanziarie, matrimoni pregressi non del tutto chiariti, condizioni di salute serie tra cui problemi cardiaci — e ben presto assunse un ruolo dominante nella vita professionale della moglie, sostituendosi ad agenti e manager preesistenti. Fu esattamente in quel periodo che la carriera di Brittany iniziò a subire una battuta d'arresto. Il vociferare dell'industria la descrisse come inaffidabile, spesso in ritardo sui set, a volte incapace di ricordare le battute; alcuni ruoli le furono revocati, tra cui la parte in The Caller, film girato a Porto Rico nel novembre 2009 dal quale abbandonò dopo il primo giorno di riprese per divergenze con la produzione. Fu perfino allontanata dal doppiaggio di Luanne in King of the Hill nelle ultime stagioni. Monjack sostenne pubblicamente che le voci sull'abuso di sostanze da parte di Brittany erano state fatte circolare da ex manager desiderosi di sabotarla, ma la macchina hollywoodiana, quando comincia a raffreddarsi nei confronti di qualcuno, non torna facilmente indietro. Nel frattempo, Brittany continuava a essere l'unica sostentatrice della madre Sharon, in lotta contro un tumore al seno, e del marito, la cui salute non consentiva un contributo economico. Accettò ruoli in produzioni di serie B per pura necessità finanziaria.
Porto Rico, dicembre 2009: la febbre che non passa
Il novembre 2009 vide Brittany, Simon e Sharon volare a Porto Rico per le riprese di The Caller. Dopo l'abbandono del progetto, la famiglia decise di trattenersi sull'isola per una vacanza di otto giorni. Sul volo di ritorno, secondo la ricostruzione del marito, sia Sharon sia Simon svilupparono sintomi di un'infezione da Staphylococcus aureus: uno dei due stava così male da richiedere un atterraggio d'emergenza a metà tragitto. Tornati a Los Angeles, entrambi furono trattati per polmonite. Brittany si ammalò poco dopo, con sintomi apparentemente influenzali che si protrassero per circa sei settimane. Il 20 dicembre, alle prime luci dell'alba, l'attrice si accasciò per la prima volta sul balcone della villa, chiedendo aiuto alla madre con parole che Sharon avrebbe ricordato letteralmente: «Mamma, non riesco a respirare. Aiutami. Aiutami». La drammaticità dell'evento venne, secondo la stessa Sharon, presa inizialmente con una certa leggerezza: Brittany aveva una nota tendenza al teatrale, e il malessere sembrava per un attimo la sua ennesima messinscena. Poche ore dopo, tuttavia, la seconda crisi avvenne in bagno e non lasciò scampo.
Il referto ufficiale: una morte «prevenibile»
Il rapporto del coroner della contea di Los Angeles, reso pubblico il 4 febbraio 2010, indicò come cause della morte una polmonite acuta compatibile con un'infezione contratta in ambiente extra-ospedaliero, una grave anemia sideropenica e un'intossicazione multipla da farmaci. Non fu rilevata traccia di sostanze illegali nel sangue dell'attrice: il cocktail terapeutico includeva antibiotici (Biaxin), farmaci per l'emicrania, sciroppo per la tosse, l'antidepressivo Prozac, un beta-bloccante che aveva sottratto al marito, e alcuni farmaci da banco per crampi mestruali e congestione nasale. Il coroner precisò che, in un organismo indebolito da settimane di malattia e da valori ematici pericolosamente bassi, un tale mix poteva plausibilmente aver prodotto effetti fatali. Ed Winter, vicecapo del coroner della contea, dichiarò in seguito che se soltanto Brittany fosse stata visitata da un medico che avesse chiesto un semplice esame emocromocitometrico, sarebbe stata immediatamente ricoverata per una trasfusione. La sua morte, in altre parole, era quasi certamente evitabile. Ma non fu evitata.
Maggio 2010: la seconda morte, e l'inizio delle teorie
Il 23 maggio 2010, esattamente cinque mesi dopo Brittany, Simon Monjack fu trovato morto nella stessa villa, nello stesso letto in cui — secondo dichiarazioni successive di alcuni testimoni — aveva iniziato a dormire con la suocera dopo la scomparsa della moglie. Aveva quarant'anni. Anche per lui, le cause diagnosticate dal coroner furono polmonite acuta e anemia grave. La coincidenza fu così clamorosa che l'opinione pubblica non poteva non domandarsi cosa fosse accaduto davvero in quella casa. Emerse rapidamente l'ipotesi della muffa tossica: qualche esperto sostenne che spore di Stachybotrys chartarum potessero aver colonizzato la villa e progressivamente compromesso il sistema immunitario dei suoi abitanti. Un'ispezione ordinata dallo stesso Monjack nell'ottobre 2009, tuttavia, aveva escluso la presenza significativa di muffa. Nel dicembre 2011, Sharon Murphy — che inizialmente aveva definito «assurda» l'ipotesi della muffa — cambiò idea e sostenne pubblicamente che era stata proprio la muffa a uccidere sua figlia e suo genero. Nel 2013, Angelo Bertolotti commissionò un'analisi tossicologica indipendente su campioni di capelli, sangue e tessuti della figlia: il laboratorio rilevò concentrazioni elevate di dieci metalli pesanti, tra cui antimonio e bario, ipotizzando un possibile avvelenamento intenzionale. Le medesime sostanze, tuttavia, secondo perizie successive, potevano essere attribuite alla tintura per capelli che l'attrice usava con frequenza. Le teorie del complotto si moltiplicarono negli anni successivi: dall'ipotesi che Brittany fosse stata presa di mira da agenzie governative statunitensi per la sua amicizia con un cineasta informatore, al sospetto — mai supportato da alcuna evidenza — che Sharon Murphy avesse avuto un ruolo nella morte della figlia. Le indagini ufficiali non individuarono mai alcun sospettato e la morte fu archiviata definitivamente come accidentale. Nel 2020, la rete Discovery+ e ID trasmisero il documentario The Missing Pieces: Brittany Murphy; nel 2021, HBO Max produsse What Happened, Brittany Murphy?, che concentrò l'attenzione sul ruolo controverso di Monjack e sulla lenta erosione della carriera dell'attrice. Nessuna delle due indagini giornalistiche riuscì a fornire una risposta definitiva; entrambe convergevano tuttavia su un giudizio implicito: una donna giovane, malata, isolata e circondata da persone dubbie era stata lasciata morire in casa propria quando un semplice ricovero l'avrebbe salvata.
Brittany Anne Bertolotti
Atlanta, Georgia, USA, 10/11/1977
Los Angeles, California, USA, 20/12/2009
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Scritto da Exxagon nell'agosto 2026; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0