Incubus

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Voto:

Su una strana isola abitata da demoni e umani, i primi, nelle vesti di belle e seducenti succubi, predano i peccator per conto delle tenebre. Kia (Allyson Ames), stanca di raccogliere anime già corrotte, ambisce a un'insidia più ambiziosa: sedurre e trascinare all'inferno un'anima pura. La sorella Amael (Eloise Hardt) la mette in guardia dai rischi di un simile azzardo, dato che i puri hanno dalla loro la forza dell’Amore. Kia individua il bersaglio in Marc (William Shatner), soldato reduce da una guerra lontana, giunto alle acque per curare le ferite in compagnia della sorella Arndis (Ann Atmar). Il piano si incrina quando la demone Kia viene corrotta dall’Amore dell’uomo. Violata dalla bontà di Marc, Kia e la sorella Amael evocano un terribile Incubo (Milos Milos) perché uccida Marc e stupri Arndis.


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LA RECE

Horror sperimentale e straniante, noto per essere l'unico lungometraggio girato interamente in esperanto. Estetica autoriale, fotografia notevole e un'insolita, misurata interpretazione di William Shatner. Oltre al fascino dell'opera in sé, andata perduta per decenni prima di essere ritrovata e restaurata, abbiamo anche sì il beneficio della sinistra fama di "film maledetto", con una lunga scia di tragedie reali. Recuperiamolo.

Manufatto raro che occupa una nicchia archeologica priva di paralleli. Incubus è l'unico lungometraggio horror interamente girato in esperanto, la lingua concepita nel 1887 dall'oftalmologo polacco L.L. Zamenhof come utopico veicolo di pace universale. Sappiamo tutti quanto la cosa abbia funzionato poco, sul piano della pace sociale, dico; tuttavia, l'esperanto gode di una discreta platea di estimatori: lo parlano circa un milioncino di persone. Leslie Stevens, approfittando della cancellazione di the Outer Limits (1963-1965), e nella speranza di rilanciare la sua carriera, decise, non del tutto lucidamente, che un film horror d'autore a basso budget, in una lingua comprensibile a pochissime persone, potesse essere la soluzione. A tal fine, convocò il nucleo tecnico del citato serial tv (Conrad L. Hall alla fotografia, Dominic Frontiere alle musiche) per mettere in scena un esperimento d'autore che coniugasse l'ascesi bergmaniana alla brutalità pastorale di Onibaba (1964), filtrando entrambi attraverso l'entroterra beat della California meridionale. La scelta linguistica non è un vezzo o, perlomeno, non è solo quello; lo sceneggiatore (prettamente tv) Leslie Stevens, togliendo al soprannaturale ogni traccia di accento riconoscibile, sospende il racconto in una zona neutra nella quale nessuno spettatore si sente a casa, un effetto di straniamento che impedisce l'immedesimazione automatica e costringe chi guarda a un rapporto diverso con il film. Shatner, spogliato dei manierismi un po' piacioni che segneranno la sua iconografia successiva, restituisce un Marc misurato: la sua compostezza fisica diventa la prima manifestazione della grazia (Amore) che lo pervade. La regia di Stevens oscilla tra ieraticità e naif: la silhouette diabolica che ricorda un Batman crocefisso, la colluttazione post-tumulazione, certi dialoghi melò ("i nostri corpi contano poco se non doniamo anche le anime"); ma il collante è l'ossessione per la luce, e anche un'interessante inversione della vittima predata dal Male, in questo caso non la donna. Film che, con poco, ottiene un certo effetto, soprattutto nel finale dell'attacco dell'Incubo a forma di capro. All'interesse per la pellicola in sé, considerata perduta per decenni e poi riemersa nel 2001 e ora restaurata in 4K, si aggiunge una scia di sventure quasi liturgica che fece guadagnare a Incubus, e in questo caso abbastanza a ragione, il titolo di film maledetto. Leggenda vuole, così narra lo stesso Shatner nella sua autobiografia, che, durante i giorni in cui giravano nei boschi naturali di Big Sur in California, la troupe fu avvicinata da un hippie radicale, infuriato per l'intromissione della crew in un ambiente naturale che, evidentemente, solo lui poteva e doveva godere appieno; il troll delle caverne scagliò rumorosamente e pubblicamente un anatema contro l'intera produzione. Shatner fu l'unico membro di spicco uscito indenne dalla maledizione. Non andò così bene al regista, il quale non trasse alcuna fortuna dall'ambizioso progetto. La sua casa di produzione indipendente, la Daystar Productions, andò in bancarotta di lì a breve a causa dell'impossibilità di distribuire commercialmente il film e, a cascata, finì male anche il suo matrimonio con l'attrice Allyson Ames, la succube Kia nel film. Circa quest'ultimo, i negativi originali e le copie stampa svanirono nel nulla, finché, solo nel 1996, un'unica copia superstite in celluloide, deteriorata e dotata di sottotitoli in francese, venne casualmente scovata e recuperata presso gli archivi della Cinémathèque Française a Parigi. E più sotto parliamo di Milos Milos, Ann Atmar ed Eloise Hardt, ai quali andò pure peggio. Insomma, film consigliato ma toccate ferro durante la visione.


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TRIVIA

William Shatner (1931) dixit a proposito del film: "Quando mi è stato proposto [Incubus], ero nel pieno di un periodo di successo e molto richiesto, e questo era un piccolo film, qualcosa che forse non si potrebbe definire, per usare la famosa espressione, una “mossa carrieristica”, ma era così intrigante, e mi piaceva così tanto lavorare con Leslie Stevens, che ho voluto farne parte."

⟡ La prima ombra a calare sulla produzione riguardò Ann Atmar. Classe 1939, con una carriera molto acerba, composta da lavori minori, qualche apparizione televisiva (come nella serie The Third Man) e piccoli ruoli (come in A Cold Wind in August). La parabola reale dell'attrice finì per sovrapporsi in modo sinistro a quello della creatura interpretata in Incubus. Una condizione psicopatologica di qualche tipo la condusse al suicidio il 14 ottobre 1966, a soli ventisette anni, appena due settimane prima che il film venisse presentato in anteprima al Festival del Cinema di San Francisco. La limitata presenza nel mondo dell'arte della giovane spiega la scarsità, se non l'assenza di notizie in grado di ricostruire le radici del suo malessere.

⟡ Miloš Milošević, classe 1941, serbo trapiantato nel circuito hollywoodiano per intercessione di Alain Delon, il quale lo aveva incontrato in Jugoslavia e portato a Parigi come guardia del corpo e controfigura, bruciò la propria carriera cinematografica nell'arco di una manciata di mesi. Il volto dell'Incubo demoniaco nel film di Stevens e una comparsata in Arrivano i russi, arrivano i russi furono i soli titoli che riuscì ad accumulare prima che la cronaca nera lo inghiottisse. Nel 1965, ventiquattrenne e già avvolto nella vita notturna losangelina, aveva intrapreso una relazione clandestina con Barbara Ann Thomason, attrice nota anche come Carolyn Mitchell, all'epoca quinta moglie, benché separata, di Mickey Rooney. La notte del 30 gennaio 1966, nella villa dello stesso Rooney a Los Angeles, la polizia rinvenne i cadaveri di entrambi nel bagno: Milos aveva sparato alla donna con un revolver calibro .38 cromato di proprietà di Rooney, per poi uccidersi. Il caso fu archiviato come omicidio-suicidio, anche se negli anni successivi non sono mancate speculazioni su possibili regolamenti di conti e coinvolgimenti mai chiariti. Tanto Incubus quanto il suo altro film uscirono postumi.

⟡ Eloise Hardt, l'attrice che interpretava Ama, la maggiore delle succubi demoniache, andò incontro a una tragedia appena due anni dopo l'uscita del film. La notte del 30 dicembre 1968, intorno alle 3:15 del mattino, sua figlia diciannovenne Marina Elizabeth Habe, dopo un appuntamento al club Troubadour di West Hollywood, venne rapita nei pressi della loro casa di Hollywood. Il corpo senza vita di Marina fu rinvenuto il 1° gennaio 1969 da un passante. Era stato gettato in fondo a un ripido dirupo circondato da una fitta vegetazione al largo della celebre Mulholland Drive, a ovest di Bowmont Drive. Nonostante i sospetti di un rapimento a scopo di stupro o furto, la ragazza era completamente vestita, aveva con sé la borsa intatta con il denaro e le carte di credito, e il medico legale non trovò prove evidenti di aggressione sessuale. La causa della morte fu di una ferocia inaudita: Marina era stata percossa con un corpo contundente e accoltellata ripetutamente al petto e al collo, con un fendente che le recise la carotide. Dato il livello di brutalità, e per il fatto che si fosse nella famigerata estate di sangue del 1969 culminata con l'eccidio di Sharon Tate a Cielo Drive, stampa e investigatori specularono a lungo che Marina potesse essere incappata nella Manson Family. L'ipotesi fu rinvigorita quando, appena undici mesi dopo, nel novembre 1969, il corpo della diciannovenne canadese Reet Jurvetson venne ritrovato a meno di cento metri di distanza da dove era stata gettata Marina, uccisa con ben 157 coltellate al culmine di una furia del tutto analoga. Nonostante decenni di indagini, gli inquirenti non sono mai riusciti a trovare il colpevole e, quindi, il brutale assassinio della diciannovenne rimane tutt'oggi un cold case.

⟡ Questo è uno dei soli due lungometraggi girati interamente in esperanto. L'altro, che è il primo nella storia del cinema, è Angoroj (1964) di Atelier Mahé.

⟡ Le riprese si sono svolte a Big Sur Beach e nella Missione Sant'Antonio da Padova vicino a Fort Hunter Liggett, nella contea di Monterey.

⟡ La prima del film ebbe luogo al San Francisco Film Festival il 26 ottobre 1966 (io ho indicato 1965 percé questo è l'anno segnato nella nota di copyright). A quanto ha detto il produttore Taylor, un gruppo di 50-100 appassionati di esperanto «urlò e rise» per la scarsa pronuncia della lingua degli attori.

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Titolo originale

Id.

Regista:

Leslie Stevens

Durata, fotografia

74', b/n

Paese:

USA

Anno:

1965

Scritto da Exxagon nell'agosto 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0