il Laccio rosso
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Voto:
Basta un foulard portato un tempo dall'India perché il maniero di si trasformi in una trappola a orologeria. Il vecchio Lord Lebanon (Wilhelm Vorwerg), nel maniero di Marks Priory, viene strangolato alle spalle mentre parla al telefono, e la sua morte spalanca le porte a una nidiata di eredi che si detestano cordialmente. A convocarli per la lettura del testamento è l'avvocato Frank Tanner (Heinz Drache), ma il defunto ha vincolato il lascito ad una clausola: nessuno vedrà un centesimo prima di aver trascorso sei giorni e sei notti sotto lo stesso tetto, e chi abbandona il castello prima del termine rinuncia alla propria quota. Una tempesta provvede a tagliare corrente e linee telefoniche, sigillando il maniero dal mondo. Il primo erede muore strangolato anch'egli con una sciarpa indiana, e da lì la famiglia si assottiglia con metodica puntualità mentre Tanner si improvvisa investigatore. Nel cuore di questa allegra mattanza, perché il tono un po’ comedy del film si rende evidente per score musicale e salaci scambi di battute, si muove una galleria di caratteri sopra le righe: la glaciale e altezzosa Lady Lebanon (Elisabeth Flickenschildt), imperscrutabile matriarca ossessionata dal figlio; il vezzoso Lord Edward jr. (Hans Clarin), rapito dai propri esercizi al pianoforte in vista di un debutto concertistico; lo speculatore americano Mr. Tilling (Hans Nielsen) e la moglie (Gisela Uhlen), tanto esasperata da fargli saltare l'alibi; l'affabile ma rapace Sir Henry Hockbridge (Siegfried Schürenberg), consolatosi per una spedizione mancata portandosi appresso una tarantola; poi, Isla Harris (Corny Collins) sospettabile quanto gli altri malgrado le convenzioni del genere. A rubare la scena, però, è Klaus Kinski, qui alla prima delle sue maschere da sconvolto: nei panni di Peter Ross, il figlio illegittimo umiliato e vagamente tossicomane, fa tremare il labbro e fissa il vuoto con occhi vitrei. A orchestrare la commedia nera è il maggiordomo Bonwit (Eddi Arent), che prima di ogni pasto ritira dalla tavola il coperto di chi ha, nel frattempo, raggiunto gli altri strangolati che vengono accatastati nella cappella. Alfred Vohrer piega lo schema Wallace verso il giallo alla Agatha Christie - l'eco di "Dieci piccoli indiani" è palese - ma senza poi troppo usare il meccanismo poliziesco, dato che la cosa si risolve per “erosione naturale” dei sospettati. L'obiettivo dichiarato è il puro divertimento, e Vohrer lo persegue con una scrittura divertita e pennellate di humour nero. Girare tutto in teatro di posa (due sole inquadrature in esterni, il castello ridotto a fondale dipinto) esalta il carattere teatrale della messinscena. La ciliegina è l’epilogo che sfonda la quarta parete e, per lettura del testamento, veniamo a sapere chi sia il vero beneficiario del lascito. Clima da Old Dark House d’annata quasi perfetto ma, personalmente, i reiterati siparietti comici, e soprattutto lo score musicale ridanciano, annacquano il potenziale sinistro che amo percepire nel genere. Da riscoprire, comunque, in quanto perfetto per una serata dopo le fatiche della vendemmia.
Fast rating
Titolo originale
Das indische Tuch
Regista:
Alfred Vohrer
Durata, fotografia
93', b/n
Paese:
Germania Ovest
Anno:
1963
Generi e Temi
Scritto da Exxagon nell'ottobre 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0