Sodomia

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Voto:

La visita del vizio, ma la distribuzione italiana va sul burro e ce lo butta lì, nudo e crudo, come Sodomia. Dopo Bertolucci, si poteva fare. Roba divisiva, insomma; c’è chi apprezza e chi meno; lo stesso dramma che scuote le protagoniste. Ambientato nella Spagna rurale, abbiamo Lorna (Patricia Granada), pittrice solitaria che abita in una casa di campagna. Una coppia benestante le affida Triana (Lidia Zuazo), giovane zingara che potrebbe aiutarla nelle faccende domestiche, se non fosse che le notti della giovane sono scosse da un incubo nel quale si vede sodomizzata da un uomo a cavallo (o, forse, dal cavallo stesso!). In effetti, nei dintorni si aggira Chico (Rafael Machado), giovane uomo col vezzo di cavalcare nudo a cavallo e che ha già aggredito Triana in un modo “contronatura”. La coabitazione evolve lentamente in un'intesa erotica tra le due donne, ma Lorna permette a Chico di entrare in casa nonostante le rimostranze di Triana; una scelta assurda che la sceneggiatura non si preoccupa di motivare se non, forse, in quanto Lorna desidera ciò che Triana teme. Il triangolo prenderà la dirittura di un epilogo cupo. Il catalano José Ramón Larraz, che peraltro aveva esordito con una storia mica troppo diversa (Perversione flash, 1970) tenta il colpaccio dell'autorialità e, pur non avendone pienamente gli strumenti, riesce a spennellare qua e là momenti di discreto erotismo, soprattutto grazie al contrasto fra la ferina bellezza di Lidia Zuazo, scarsa come attrice ma con un corpo facilitante, e quello della padrona di casa, bionda, bislunga e freddina. Quel tipo di contrasto di sapori che funziona bene anche con la coppetta di gelato. Il problema è che il film si costruisce più sull'atmosfera erotica che sulla tenuta narrativa. Se ci si fosse impegnati con soggetto e sceneggiatura, si sarebbe potuto dare corso al tema metafisico (la maledizione gitana), oppure all’amore fra due donne così diverse, oppure al tema della liberazione femminile nella Spagna post-franchista (la possibilità di godere del sesso anale senza sensi di colpa) o, ancora, la traccia giallo thriller che vede i due gitani complottare contro la ricca signora. Larraz, invece, lascia tutto al livello d’allusione, quando va bene; oppure all’incompiutezza, quando peggio. La sceneggiatura cerca strade di una certa ambizione, con scambi di battute che vorrebbero suonare come aforismi ma, perlopiù, si precipita in un ritmo abborracciato, languido, con frasi da fotoromanzo: “Mi ero rassegnata a vivere sola, senza nessuno al mondo. Ora, tu hai sconvolto tutto!”. Il terzetto di attori non è che aiuti granché, al di là della disponibilità al deshabillé: sia la Granada, sia la Zuazo terminano con questa pellicola la loro carriera attoriale. L’atmosfera generale, però, è curiosa e, fino a un certo punto, ci si interroga su quale arcano significato, simbolo o sorte ci sia fra l’angoscia anale della zingara Triana, un giovane uomo che si aggira nudo a cavallo come Lady Godiva, e la bionda pittrice che si è ritirata dalla vita di relazione per poi finire a fare sesso con Triana e “ricevere”, come da titolo, il gagliardo Chico. Alcune sequenze visionarie rivelano un regista capace di spingersi in direzioni più ambiziose: su tutte, quella in cui il corpo di Triana si ritrova imprigionato dentro una scultura equina dorata; immagine densa di allusioni simboliche - psicanaliticamente, il cavallo è perlopiù simbolo paterno e, in senso lato, del maschio - che il film, però, deposita sullo schermo senza approfondimenti. Si intuisce che il timore di Triana per l’aggressione fallica “contronatura” corrisponde ad un più ampio problema col maschile (lesbismo di riflesso), riletto, invece, con modernità da Lorna; forse troppa modernità, visto che la donna non s’avvede del dramma crescente nella sua casa. Ma anche Lorna è un soggetto peculiare: moderna ma anche passiva, inerziale, isolata. Ma poi, si va a fare sesso anale con uno che vive nudo in una capanna di canne in riva al fiume? E i baci intensi subito dopo delle grandi boccate di sigaretta? E i genitali a diretto contatto con la schiena di un cavallo? Vabbè, è chiaro, Chico non è esattamente Lord Brummel. Il tutto incorniciato dalla fotografia di Fernando Arribas, fra luci naturali e i faccioni esaltati dai primissimi piani dei protagonisti, in un mondo a metà fra l’exploitation e il sogno. Le potenzialità erotiche non mancano e gli amanti dell’euro-sleaze anni Settanta potrebbero anche farsi una capatina. Comunque, signori, la sodomia del titolo dovete immaginarvela, eh, mica si vede niente! Voto anche un po' indulgente.


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Fast rating

etichetta di valutazione veloce del sito exxagon per i film giudicati di scarso livello

Titolo originale

La visita del vicio

Regista:

José Ramón Larraz

Durata, fotografia

93', colore

Paese:

Spagna

Anno:

1977

Generi e Temi

Erotico, LGBTQ+, Sexploitation

Scritto da Exxagon nel giugno 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0