Aberrance
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Voto:
J-Horror, K-Horror, ed ora abbiamo anche l’M-Horror, ovvero l’horror mongolo. Che il cinema dei pronipoti di Gengis Kahn potesse entrare nel mercato dell’horror internazionale era una prospettiva sulla quale pochi avrebbero scommesso prima che Baatar Batsukh, fino ad allora esclusivamente direttore della fotografia, si sedesse sulla sedia registica e firmasse Aberrance. D’altra parte, con la globalizzazione in atto, questa era un’eventualità per nulla imprevedibile. Quindi, eccoci col primo horror mongolo che ottiene una distribuzione nelle sale americane, dettaglio che dice qualcosa non solo circa la suddetta globalizzazione ma anche sul coraggio di chi decide di fare dell'isolamento geografico e culturale un valore estetico invece che un limite. La storia si apre su una coppia in fuga dalla città: Erkhmee (Erkhembayar Ganbat) ha portato la moglie Selenge (Selenge Chadraabal) in un rifugio montano, ufficialmente per garantirle riposo - lei è incinta, o almeno così sembra - ma il perimetro emotivo non pare sereno. Erkhmee è protettivo in una misura che rasenta il controllo; il loro unico vicino (Yalalt Namsrai) registra questo squilibrio con un'attenzione che travalica la semplice curiosità, fino ad assumere i contorni della sorveglianza. Selenge, intanto, porta i segni visibili di un trauma non detto, e l'isolamento claustrofobico non fa che amplificarne le distorsioni percettive. Quando entrano in scena altre figure, fra le quali due amiche, il sistema di alleanze e minacce si complica. Aberrance lavora sul ribaltamento: chi maltratta chi e chi protegge. Questo schema in debito con Aronofsky - Batsukh lo riconosce apertamente, citando Mother! come riferimento dichiarato - a tratti funziona con efficacia, soprattutto nella costruzione del personaggio di Selenge: la Chadraabal lo abita con una gamma espressiva notevole. Il gioco del ribaltamento è anche quello delle riprese, compiute con snorry-cam (più probabilmente una Go-Pro usata secondo i meccanismi della snorry-cam), che seguono i repentini movimenti dei corpi, generando, quindi, dei ribaltamenti delle geometrie ambientali. Dove il film eccelle è nella fotografia, curata dallo stesso Batsukh: si nota soprattutto il rosso che emerge dalla desaturazione generale. Ma, come intuibile, funziona soprattutto il fascino di un prodotto filmico che viene da lontano e da un territorio cinematograficamente poco noto, non solo per l’attitudine orientale a dare potere alle immagini come motori narrativi indipendenti dal dialogo, ma proprio come fascinoso scorcio su visi e paesaggi (almeno a me) ben poco noti. In quest’ottica, il limite più evidente è un certo appiattimento del film a logiche occidentali, quando, invece, dell’oriente piacerebbe maggiormente vedere cose loro (cfr. Exhuma, 2024). Un po’ forzosa, inoltre, la sceneggiatura che, soprattutto nel terzo atto, accumula colpi di scena lasciando alcune sottotrame lasciate in sospeso. Ad ogni modo, un esordio che merita attenzione: per la qualità visiva, per la capacità di descrivere una cultura - il suo codice dell'ospitalità, ad esempio - come fonte di tensione autentica e non come folklore decorativo. Pellicola di per sé non imprescindibile ma curiosa, come un viaggio all'estero.
Fast rating

Titolo originale
Id.
Regista:
Baatar Batsukh
Durata, fotografia
75', colore
Paese:
Mongolia
Anno:
2022
Generi e Temi
Scritto da Exxagon nel maggio 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0
