Companion
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Voto:
Film che ricicla con mestiere temi classici della fantascienza sull'intelligenza artificiale e la mercificazione del corpo femminile, rubacchiando qua e là, com’è anche giusto fare e, come d’uopo per il cinema moderno che abbia come target la platea giovane, si fa pastiche di registri, fra sangue, ironia, effettistica, spunti sociologici ma senza troppo affilare la lama metaforiche che, sennò, il rischio è non trovare rispecchiamento. Quindi, la bella protagonista con il dentino sbilenco - che da mondo e mondo ha sempre fatto un po’ libidine (Letizia Casta, Avril Lavigne, Kirsten Dunst, …) - si chiama Iris, che poi è SIRI al contrario, tanto per intenderci sulla raffinatezza dei rimandi e dei parallelismi. Il regista e sceneggiatore Drew Hancock, al suo esordio nel lungometraggio dopo aver solo lavorato per prodotti tv, riferisce di non aver guardato ai classici della “robotica relazionale” (il Mondo dei robot, 1973; la Fabbrica delle mogli, 1975; M3egan, 2022) ma, pensando ad una relazione tossica di una donna che sta cercando di sfuggirla e trova il suo potere attraverso la scoperta di sé, ha guardato a cose come la Persona peggiore del mondo (2021) o Storia di un matrimonio (2019). Vero. Il film, specialmente nel finale, esplicita le proprie intenzioni in modo quasi didascalico. I dialoghi suonano come veri e propri manifesti programmatici, mentre le scene di percosse richiamano alla mente innumerevoli sequenze di mariti violenti (un campionario che, per chi è fortunato, si limita ai soli ricordi cinematografici). L'urgenza del tema è palpabile, e non è un caso che un altro thriller-horror coevo e di maggior successo, come Obsession, riproponga, in sostanza, lo stesso modello, declinandolo però in chiave magica anziché tecnologica. In entrambe le pellicole troviamo una giovane donna privata di ogni agency e un maschio tossico dipinto non come il classico bruto, ma come un misogino passivo. È la perfetta incarnazione maligna dell’incel: un uomo che trasforma le lamentele per il proprio insuccesso sociale in un odio latente per il genere femminile e che, qualora riuscisse a ottenere un legame, finirebbe per avvelenarlo con le sue estreme insicurezze. Resto un po’ perplesso circa il fatto che il “bravo ragazzo” frustrato sia esattamente, o meglio statisticamente, il tipico uomo tossico che manipola, malmena e reifica le donne, benché, certo, ne può essere una sua manifestazione. Ad ogni modo, i problemi di una scrittura tanto manichea e schematica circa la tossicità relazionale sono diversi. In primo luogo, proprio come accadeva per Obsession, rimango persuaso che la descrizione della donna come oggetto totalmente passivizzato nella dinamica tossica sia una lettura non solo disonesta ma pericolosa, perché istruisce un modello privo di agency femminile che priva la donna stessa del suo principale strumento salvifico, ovvero la percezione di essere attrice agente e protagonista della propria vita; che poi è tutto il binario cognitivo-emotivo che si snoda quando si fa terapia con queste pazienti. L’idea di un soggetto passivo, reificato, inefficiente, costruito dal maschio e che poi arriva ad un’autoconsapevolezza salvifica, è sicuramente suggestiva a livello narrativo ma lo trovo poco onesto e, piuttosto, furbetto nel tentare una piena collusione con certi stereotipi neo-femministi e woke. Oltretutto, la polarità verso questo tema si mangia spunti importanti suggeriti nel film stesso ma non abbastanza approfonditi. In primis, la figura della donna “vera”, quella Kat spregiudicata, che pianifica freddamente l’omicidio di un uomo che ha evidentemente scelto per comodo economico, ma che poi si rivela grossolano - ecco il più tipico partner tossico - e ciò spinge la donna a manipolare maschi “beta”, Josh e il gay Eli, per giungere ad una soluzione proficua. Quindi, Eli stesso e la relazione profondamente gratificante che ha con il suo amante robot; quest’ultima, poi certo rovinata dall’avidità dell’uomo, parla di un’interessante possibilità di legame romantico e proficuo fra persone e “oggetti”; quali sono, in questo caso, le implicazioni derivanti dall’accettazione di una cultura del non consenso? Ma forse a Companion, per la pellicola di sostanziale intrattenimento quale è, non è il caso di chiedere un eccessivo approfondimento circa elementi emergenti e importanti ma che vanno, anch’essi, sullo sfondo: la più evidente è l’apatia pervasiva dei protagonisti e la loro disperata fuga da ogni responsabilità. Per dire che la tossicità relazionale è effetto, non causa. Comunque sia, e al di là di approfondimenti mancati e di illogicità assortite, l’intrattenimento è buono per un film che ha le caratteristiche per piacere alla coppia appoffata sul divano. Questi ultimi potrebbero anche apprezzare: Subservience (2024) e Black Eyed Susan (2024). Ah, dimenticavo la trama! Iris (Sophie Thatcher) accompagna il suo ragazzo Josh (Jack Quaid) in una vacanza nella casa sul lago dell’amico Sergey. La mattina seguente, Iris si reca al lago e Sergey la aggredisce sessualmente. La giovane donna, per difendersi, uccide il bruto, per poi tornare in casa sconvolta e insanguinata, presentandosi davanti a Josh, a Kat (Megan Suri) compagna di Sergey, ad Eli (Harvey Guillen) e il suo partner Patrick (Lukas Gage). Buio. Quando Iris riapre gli occhi, le viene detto dal suo fidanzato che lei non è altro che un androide da compagnia o anche meno, un robot per il sesso. Mentre gli altri discutono sul da farsi, Iris riesce a liberarsi dalle catene e fugge, portando con sé il telefono di Josh contenente il software che la governa, usandolo per un progressivo percorso di emancipazione.
Fast rating
Titolo originale
Id.
Regista:
Drew Hancock
Durata, fotografia
97', colore
Paese:
USA
Anno:
2025
Generi e Temi
Scritto da Exxagon nell'agosto 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0
