The Connection

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Voto:

Un cartello con la voce di J.J. Burden (Roscoe Lee Browne) avverte: il filmato è stato rimontato da lui dopo la sparizione del documentarista Jim Dunn (William Redfield). Quanto resta racconta una notte nell'appartamento di Leach (Warren Finnerty), che ospita amici in attesa dello spacciatore Cowboy (Carl Lee); Dunn ha pagato la dose di tutti per poterli filmare, imponendo a Burden l'invisibilità dietro la macchina mentre dirige la finta spontaneità degli ospiti. Tra alterchi e assoli dei veri Freddie Redd e Jackie McLean emergono Ernie (Garry Goodrow), che ha impegnato il sax per pagarsi la dose, Solly (Jerome Raphael), Sam (Jim Anderson) e Harry (Henry Proach). Arrivato Cowboy con l'anziana Sister Salvation (Barbara Winchester), il gruppo accusa Dunn di sfruttarli e lo costringe a farsi anche lui; sotto effetto, continua comunque a dirigere finché un'iniezione di troppo manda Leach in overdose, salvato in extremis da Cowboy. Tutti restano in attesa del prossimo carico: Dunn cede a Burden la paternità del film e si accomoda tra i suoi soggetti, ormai uno di loro.


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LA RECE

Prima di ogni manuale sul found footage, Clarke mette in scena un dramma il cui vero soggetto non è tanto l'eroina ma la complicità tra osservatore e osservato, con il documentarista risucchiato nell'oggetto del proprio studio. Bocciata dai contemporanei, l'opera è oggi un reperto fondativo del mockumentary, tanto più inquietante quanto la sua finzione si rivelò, nella vita di Clarke, una tragica profezia.

Negli anni '60, quando le registe erano ancora una novità, e prima che il found footage e il mockumentary diventassero generi con un proprio manuale di stile (shaky-cam, sguardi rivolti all'obiettivo, etc) Shirley Clarke si lanciò nel suo primo lungometraggio che avrebbe funzionato secondo la soluzione-feticcio del filone, ovvero con una notizia in incipit che assegna la paternità del filmato a un operatore costretto a ricomporre i resti di un documentario fallito. Piuttosto che andare sul sicuro e lanciarsi su una storia d'amore o su una commedia, la Clarke adattò un’opera teatrale di Jack Gelber con la sottolineatura del personaggio Cowboy, segnando l'arrivo di un nuovo tipo di personaggio nero che non era mai stato visto prima sullo schermo: sfacciato, provocatorio e audace, a prefigurare i protagonisti che hanno dominato i film di blaxploitation un decennio dopo. Tuttavia, il film fu inizialmente vietato a New York City a causa dell’uso ripetuto (sette volte) della parola “shit” inteso come sinonimo slang per “eroina”; giudicato osceno, il film uscì comunque senza licenza al D.W. Griffith Theater il 3 ottobre 1962, solo per ricevere diverse recensioni negative dai maggiori critici cinematografici di New York. Shirley Clarke venne citata in giudizio, poi il caso cadde ma la reputazione del film era già stata danneggiata, ed esso, quindi, non recuperò mai i costi che furono 167.000 dollari (circa 1.870.000 aggiornati al 2026). Clarke trasforma l'unico set, un loft firmato dagli scenografi Richard Sylbert (Chinatown, 1974; Carlito’s way, 1993) e dal debuttante Albert Brenner (Pretty woman, 1990; Paura d’amare, 1991), in un palco per il jazz di Freddie Redd e Jackie McLean, musicisti reali, ma soprattutto in un paradosso che il cinema dibatterà nei decenni successivi: più la macchina dichiara la propria invisibilità, più la sua non-presenza ingombrante diventa il vero soggetto del racconto. Dunn, cronista della marginalità, si rivela un piccolo despota che paga la dose altrui in cambio della "naturalezza", salvo essere risucchiato nell'oggetto del proprio studio: collasso del ruolo, elevato a giustizia poetica del documentario disonesto (cfr. Cannibal holocaust, 1980). Certo, il film non ha il ritmo né le fattezze dei più moderni droga-movie, benché setti la pratica del primo piano sulla siringa piantata nel braccio. Di fatto, il tema centrale di the Connectionnon riguarda tanto la tossicodipendenza ma la complicità di chi la racconta; un cortocircuito che, fuori scena, Shirley Clarke avrebbe rivissuto quando la relazione che viveva realmente con Carl Lee, spacciatore nel film, la condusse alla stessa dipendenza che la pellicola si limitava a mettere in scena. Resta, in questo, il paradosso più elegante dell'intera vicenda: un film che racconta la storia di un'autorialità ceduta per necessità - Dunn che si dilegua, Burden che firma ciò che non ha scelto di firmare - è stato a sua volta orfano per oltre quarant'anni, sepolto da un verdetto di oscenità e da un bilancio mai rientrato. A riportarlo alla luce, nel 2004, è stato l'UCLA Film and Television Archive, restituendo a Shirley Clarke la paternità che la censura le aveva negato e il mercato non le aveva mai concesso. Anche in questo, The Connection resta fedele al proprio cartello d'apertura: nessuna opera appartiene mai del tutto a chi l'ha filmata, solo a chi, prima o poi, ha la pazienza di andarla a recuperare. Non entusiasmante ma si tratta di un titolo da conoscere, almeno nominalmente, se si vogliano comprendere certi percorsi del cinema di genere.

TRIVIA

Shirley Brimberg Clarke (1919-1997) dixit: “Non solo la mia energia, ma anche i miei rapporti con gli uomini e i miei rapporti con le altre persone sono stati compromessi perché ho dovuto mostrarmi esternamente molto più forte di quanto non sia in realtà. Ho sempre dovuto mantenere una facciata, ho sempre dovuto avere il controllo. Ho sempre dovuto prendere il comando. Forse ora le cose stanno cambiando. Ho avuto cinque retrospettive. C’è un senso di rispetto quando entro in una stanza. […] Ho recitato una parte di me stessa per così tanti anni. Se fossi stata silenziosa come un topolino, come in realtà in parte sono, non avrei ottenuto nulla. Assolutamente nulla. Ci sono diversi motivi per cui ho avuto successo. Uno: avevo abbastanza soldi da non dover diventare una segretaria per sopravvivere. E, in secondo luogo, ho sviluppato questa personalità, questo modo di essere. Sarebbe bello se mi dedicassi all’artigianato e potessi realizzare meravigliosi cesti intrecciati seduta a casa mia. Mi è capitato di scegliere un settore in cui devo stare sul campo, relazionarmi costantemente con gli altri, gestire ingenti somme di denaro, attrezzature e persone. E questo non è esattamente un ruolo tipicamente femminile nella nostra società.” (Davidsonsfiles.org)

⟡ Il film esordisce con questo caveat: «Jim Dunn, il regista del documentario, ha intitolato questo film “The Connection” e mi ha consegnato tutto il materiale girato prima di andarsene. Ho lavorato con lui come cameraman e abbiamo girato l’intero filmato nell’appartamento di un tossicodipendente, all’inizio di una serata dello scorso autunno. La responsabilità di montare questo materiale è interamente mia. L’ho fatto nel modo più onesto possibile. Sono J.J. Burden, da New York City.».

⟡ Nonostante il suo scarso successo commerciale, The Connection è stato il più visto dei tre lungometraggi di Clarke al momento della sua uscita. Gli altri erano il lungometraggio narrativo the Cool World (1963) e il documentario LGBTQ Portrait of Jason (1967).

⟡ Il film è accreditato per aver contribuito al lancio della sezione parallela del Festival di Cannes nota come Settimana Internazionale della Critica. Nel 1961 il Sindacato francese dei critici cinematografici fece pressioni con successo per far proiettare il film a Cannes. Il festival, riconoscendo l'importanza del film, diede ai critici una settimana per presentare i film a partire dall'anno successivo, nel 1962.

⟡ L'omonima opera originale è stata originariamente rappresentata al The Living Theatre.

⟡ L'intero film è ambientato nell'appartamento di Leach e gli atti sono presentati in tempo reale.

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Titolo originale

Id.

Regista:

Shirley Clarke

Durata, fotografia

110', b/n

Paese:

USA

Anno:

1961

Scritto da Exxagon nel giugno 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

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