Clara Blandick

Attrice

Clara Blandick: la zia Em che non tornò mai davvero a casa

C'è una crudele ironia nel destino di Clara Blandick, l'attrice che il mondo ricorda per aver stretto fra le braccia una piccola Judy Garland al ritorno da Oz, sussurrandole «There's no place like home». Perché lei, quella «casa» che consolava Dorothy, non ce l'ebbe mai davvero: era nata a bordo di una nave nel porto di Hong Kong, aveva attraversato oceani prima ancora di imparare a camminare, e sarebbe morta ottantacinque anni dopo in una stanza in affitto di Hollywood, sola, con un sacchetto di plastica stretto attorno al capo. La sua vita ha la forma di una parabola che pochi hanno voluto raccontare, oscurata dal bagliore di una pellicola in Technicolor che l'ha resa immortale e, insieme, invisibile: nessuno spettatore del Mago di Oz, nemmeno oggi, saprebbe dire il suo nome. La chiamano tutti soltanto zia Em.

Nata in mare: un'infanzia sotto altre stelle

Clara Blanchard Dickey venne al mondo il 4 giugno 1876 in una circostanza che sembra scritta da uno sceneggiatore in vena di simboli: a bordo del clipper mercantile americano Willard Mudgett, ancorato nel porto di Victoria, a Hong Kong. Il padre, il capitano Isaac Bull Dickey, comandava la nave; la madre, Harriet «Hattie» Mudgett, lo aveva seguito in mare come usavano fare, all'epoca, le mogli dei capitani della Nuova Inghilterra. Il parto fu assistito dal capitano William H. Blanchard, ospite a bordo e amico di famiglia, e Clara volle in seguito onorarlo scegliendo come nome d'arte il suo cognome. Fu, in un certo senso, il primo battesimo di una donna che avrebbe passato la vita a ridefinire chi era e da dove veniva. La famiglia si stabilì poi a Quincy, in Massachusetts, dove Clara crebbe respirando la severità e la disciplina del New England. Fu proprio in quel clima laborioso e sobrio che il suo carattere si formò: quella compostezza asciutta, quella spontanea autorevolezza che il cinema americano avrebbe più tardi riconosciuto e sfruttato per confezionarle addosso, film dopo film, la figura della zia, della padrona di casa, della vecchia zitella di provincia.

Broadway, 1901: il debutto di una caratterista di razza

Il palcoscenico chiamò Clara Blandick giovanissima. Nel 1901 debuttò a Broadway in If I Were King di Justin Huntly McCarthy, dando inizio a una carriera teatrale che sarebbe proseguita ininterrotta fino al 1929, con circa due dozzine di produzioni di rilievo. Nel 1903 fu tra i protagonisti dell'edizione originale di Raffles, the Amateur Cracksman, adattamento del celebre romanzo di Ernest William Hornung sul gentiluomo ladro. Nel 1924, l'attrice prese parte a Hell-Bent Fer Heaven di Hatcher Hughes, dramma premio Pulitzer per il teatro; fra un ingaggio e l'altro, girò l'America con le compagnie di repertorio (quelle carovane teatrali itineranti che erano la vera università degli attori dell'epoca) accumulando una versatilità che pochi colleghi hollywoodiani potevano vantare.

In quegli anni sposò, il 7 dicembre 1905, l'ingegnere minerario Harry Stanton Elliott. Fu un'unione breve e sfortunata: già nel 1910, i due vivevano separati; nel 1912 divorziarono definitivamente. Non ebbero figli, e Clara non si risposò mai. Da quel momento in avanti, la sua unica famiglia sarebbe stata il pubblico dei teatri e, più tardi, la macchina da presa. Una scelta che negli anni della vecchiaia si sarebbe rivelata pesantissima.

Hollywood, gli anni dorati della caratterista

Clara Blandick aveva già esordito nel cinema muto attorno al 1911, ma fu con l'avvento del sonoro e il trasferimento definitivo in California, nel 1929, che la sua carriera cinematografica esplose. Nel giro di due decenni comparve in una cifra che le fonti stimano fra i centocinquanta e i duecento film, un numero vertiginoso che la colloca fra le caratteriste più prolifiche dell'età classica di Hollywood. Non fu mai una stella: fu qualcosa di più umile e, in un certo senso, di più prezioso. Fu quel volto rassicurante e severo che il pubblico riconosceva senza sapere il nome, quella figura ai margini dell'inquadratura che dava profondità e verità alla scena.

Nel 1930 interpretò zia Polly in Tom Sawyer di John Cromwell, ruolo che riprese l'anno successivo nel Huckleberry Finn di Norman Taurog: una duplicazione che fissò per sempre nell'immaginario collettivo americano il suo volto come il volto della zia. Recitò in La seduttrice (Born to Be Bad, 1934) con Loretta Young e Cary Grant, in Nulla sul serio (Nothing Sacred, 1937) di William Wellman, in È nata una stella (A Star Is Born, 1937) di William Wellman con Janet Gaynor e Fredric March. Comparve nei musical di Shirley Temple, nei polizieschi di Charlie Chan, nei drammi di Frank Capra: fu al fianco di Spencer Tracy, di Katharine Hepburn, di Bette Davis, di James Stewart. Un curriculum che, se appartenesse a una qualunque attrice di primo piano, riempirebbe pagine di enciclopedie. Clara, invece, incassava il suo cachet da caratterista e passava al set successivo.

1939: Auntie Em, ovvero il ruolo che rese immortale un fantasma

Ci fu, in quel prodigioso 1939 che il cinema americano ricorda come il proprio annus mirabilis, un giorno in cui Clara Blandick si presentò negli stabilimenti della MGM per un provino. Il regista Victor Fleming stava cercando qualcuno per il piccolo ma cruciale ruolo della zia di Dorothy in una versione musicale del romanzo di Lyman Frank Baum. La produzione voleva un volto che sapesse essere insieme rigido e tenero, che potesse incarnare la severa dolcezza del Midwest agricolo e insieme la promessa del ritorno a casa. Clara aveva sessantatré anni, un mestiere trentennale sulle spalle e quel viso asciutto, un po' consumato, che sembrava scolpito nella prateria del Kansas. Fu scelta. Il ruolo di zia Em nel Mago di Oz occupa in totale poco più di dieci minuti di pellicola, eppure è, insieme all'entrata in scena della Strega dell'Ovest e alla scena del cortile in Technicolor, uno dei momenti più citati e amati della storia del cinema. Il volto di Clara Blandick è il primo e l'ultimo volto adulto che Dorothy vede: è l'ancora affettiva a cui la bambina desidera tornare per tutto il film, è il porto sicuro che dà senso al viaggio. In termini psicologici, è quasi un'immagine da manuale della «base sicura», la figura di riferimento che permette al bambino di esplorare il mondo perché sa di poter tornare. Non è un caso che «There's no place like home» sia diventata una delle frasi più celebri dell'intero Novecento cinematografico: essa esprime, con la semplicità delle grandi verità, il bisogno umano fondamentale di appartenenza. Ironia della sorte, a pronunciarla è Judy Garland, ma a incarnarla, silenziosamente, è il volto di quella donna che una casa vera non l'aveva mai avuta.

Il declino: l'artrite, la cecità, il ritiro

Clara Blandick continuò a lavorare per tutti gli anni Quaranta. Recitò in La grande pioggia (The Rains Came, 1939), in Sui marciapiedi (Random Harvest, 1942) e in decine di altri film, finché non arrivò il commiato definitivo nel 1950, quando aveva ormai settantaquattro anni. Si ritirò con dignità, senza clamori, in una modesta camera di una pensione al numero 1735 di North Wilcox Avenue, nel cuore di Hollywood, a due passi dai teatri di posa che l'avevano ospitata per una vita. Era una scelta consapevole: la piccola pensione era comoda, la padrona di casa Helen Mason era gentile, e Clara, donna di rigido stampo puritano, non aveva mai amato l'ostentazione.

Gli anni Cinquanta, tuttavia, furono per lei un lento calvario. L'artrite reumatoide, malattia crudele che deforma le articolazioni e trasforma ogni movimento in una fitta di dolore, cominciò a devastare il suo corpo. Il dolore divenne cronico, poi costante, poi insopportabile. A esso si aggiunse un altro nemico: la vista. Clara stava diventando cieca. Per un'attrice, cioè per una persona che ha fatto della propria capacità di vedere e di essere vista il proprio mestiere, la cecità in arrivo non è soltanto una menomazione fisica: era una piccola morte anticipata dell'identità. Come ha osservato il neurologo Oliver Sacks nei suoi studi sulla percezione, la perdita graduale della vista in età adulta produce spesso un vissuto di lutto profondo, paragonabile a quello per la perdita di una persona amata. Clara si trovò così, negli ultimi anni, prigioniera di un corpo che non le obbediva più e di occhi che si spegnevano.

15 aprile 1962, Domenica delle Palme: la partenza per la «grande avventura»

La mattina del 15 aprile 1962 era una Domenica delle Palme. Clara Blandick, come ogni domenica, si vestì con cura e si recò alla funzione religiosa nella sua chiesa. Aveva ottantacinque anni e un dolore da anni compagno inseparabile. Tornata a casa, cominciò ad allestire quello che sarebbe stato il suo ultimo, meticoloso atto teatrale.

Dispose ordinatamente per la stanza le sue fotografie più care, i ricordi di una lunga carriera, i ritagli di giornale, le lettere. Sul tavolo lasciò in bella vista il suo curriculum d'attrice, come a voler ribadire, un'ultima volta, chi era stata. Indosso un elegante housecoat di raso blu reale, si pettinò con la stessa cura di quando saliva su un palcoscenico, si sedette sul divano, si coprì con una coperta color oro. Ingerì una dose massiccia di sonniferi. Poi, non sicura che i barbiturici avrebbero fatto effetto abbastanza in fretta, si legò intorno al capo un sacchetto di plastica. Voleva essere certa. Un'attrice sa che, in scena, non si può lasciare nulla al caso.

Accanto a sé lasciò un biglietto scritto a mano, un messaggio di poche righe che vale come testamento e insieme come battuta finale: «I am now about to make the great adventure. I cannot endure this agonizing pain any longer. It is all over my body. Neither can I face the impending blindness. I pray the Lord my soul to take. Amen». Sto per compiere la grande avventura. Non posso più sopportare questo dolore atroce. È dovunque nel mio corpo. Né posso affrontare la cecità che mi attende. Prego il Signore di prendere la mia anima. Amen. Fu la padrona di casa, Helen Mason, a trovarla poche ore dopo. La composizione della scena - la coperta, l'abito, il sacchetto, i ritratti - colpì i cronisti dell'epoca: nessuno aveva mai visto un suicidio così ordinato, così scenografico.

L'eredità: il volto che tutti riconoscono, il nome che nessuno ricorda

Clara Blandick riposa al Forest Lawn Memorial Park di Glendale, in California, cimitero-giardino che accoglie molte delle stelle di Hollywood. La sua tomba è modesta, come modesta era stata la sua vita fuori dal set. Per decenni, il suo nome è rimasto confinato ai titoli di coda di produzioni ormai patinate dal tempo, mentre il suo volto - quel volto di zia austera e affettuosa - continuava e continua a commuovere generazioni di spettatori che ogni Natale, davanti al televisore, guardano il Mago di Oz. Solo negli ultimi vent'anni la critica cinematografica ha cominciato a riscoprirla, dedicandole articoli, ricordi, tributi.

Vero Nome:

Clara Blanchard Dickey

Luogo e data di Nascita:

A bordo del clipper Willard Mudgett, porto di Victoria, Hong Kong, 04/06/1876

Luogo E Data Di Morte:

Hollywood, Los Angeles, California, 15/04/1962

Scritto da Exxagon nel settembre 2026; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

banner Affiliazione Amazon Prime video
exxagon, rextricted, disclaimer, homepage exxagon