Susan Cabot

Attrice

Susan Cabot: la Wasp Woman che non sapeva di recitare se stessa

La storia più gotica della vita di Susan Cabot non appartiene a nessuno dei film che girò per Roger Corman, ma fu la sua vita intera. Harriet Pearl Shapiro - questo il suo vero nome, prima che Hollywood le consegnasse un cognome di facciata preso a prestito da una delle famiglie più aristocratiche di Boston - nacque il 9 luglio 1927 in una casa di Boston, Massachusetts, da genitori ebrei di origine russa. Sua madre finì ben presto in un istituto psichiatrico, suo padre abbandonò la famiglia, e la bambina fu consegnata alla macchina fredda del sistema di affidamento americano. Otto famiglie diverse nel corso dell'infanzia, otto case in cui crescere senza appartenervi davvero, imparando presto che la bellezza era l'unica moneta spendibile in un mondo che non aveva altro da offrirle. Quando, nel 1959, Roger Corman le affidò il ruolo di Janice Starlin, la donna che prende un siero sperimentale per non invecchiare e si trasforma in un mostro, non sapeva di aver scritto, per lei, una profezia.

Otto famiglie, un matrimonio a diciassette anni e la fuga verso il palcoscenico

Le testimonianze raccolte dallo psichiatra che la seguì per sette anni rivelano un'infanzia segnata da abusi emotivi e fisici nelle famiglie affidatarie. Cresciuta nel Bronx, Harriet frequentò le scuole superiori a Manhattan, dove scoprì il club teatrale della scuola come unica forma di evasione plausibile. A diciassette anni, nel luglio del 1944, sposò Martin Sacker, un artista del giro bohémien di Greenwich Village, non per amore, ma per necessità: il matrimonio era l'unico strumento legale per emanciparsi dal sistema di affidamento. Il Bronx lasciava il posto al Village, le famiglie adottive lasciavano il posto ai caffè letterari, e Harriet Shapiro lasciava il posto a una ragazza che cantava nei locali notturni e illustrava libri per bambini di giorno. Il matrimonio durò sette anni; il divorzio arrivò nel 1951.

Fu durante una serata al Village Barn, locale notturno di Manhattan, che la scoprì Maxwell Arnow, talent scout della Columbia Pictures. Il viaggio verso Los Angeles cominciò. La Columbia la impiegò in On the Isle of Samoa (1950); poi arrivò la Universal, un contratto esclusivo, e con esso il nome con cui il mondo l'avrebbe conosciuta: Susan Cabot. Un nome inventato, ironico senza volerlo, preso in prestito dai Cabot, dinastia di Boston, la stessa città in cui Harriet Shapiro era nata orfana di fatto e aveva imparato a sopravvivere.

La Universal, i western e il volto sbagliato per il ruolo sbagliato

Alla Universal degli anni Cinquanta, Susan Cabot divenne la protagonista interscambiabile di una serie di avventure esotiche in cui attori ebrei di origine europea interpretavano regolarmente pellerossa, guerrieri arabi e principesse orientali. Lei stessa, con i suoi lineamenti scuri e lo sguardo capace di bucare lo schermo, fu gettata nella mischia: Jeff lo sceicco ribelle (1951) con Jeff Chandler, Kociss l'eroe indiano (1952), ancora con Chandler nei panni del capo Apache Kociss, Il figlio di Alì Babà (1952) con Tony Curtis, Il dominatore del Texas (1953) e La mano vendicatrice (1954) con Audie Murphy. Il critico Tom Weaver, che divenne in seguito suo amico e biografo, avrebbe scritto che Cabot e Chandler erano «una lunga serie di attori ebrei di New York che interpretavano i ruoli degli indiani d'America». Era il cinema americano degli anni Cinquanta nella sua quintessenza: un'industria che riciclava i propri immigrati trasformandoli nell'Altro che il pubblico voleva vedere.

Nel 1954 Susan chiese di essere liberata dal contratto con la Universal. Tornò a New York, studiò recitazione con Sanford Meisner alla Neighborhood Playhouse, fece teatro. Poi, nel 1957, Roger Corman la richiamò a Hollywood, le offrì un contratto, e per qualche anno la sua vita ebbe di nuovo una direzione.

Roger Corman: libertà e prigione

Corman era un regista rapido, intelligente, privo di scrupoli estetici ma capace di riconoscere il talento quando lo aveva davanti. Lui e Susan ebbero anche una breve relazione sentimentale. «Era pazzo», disse lei in un'intervista. «Era sveglio e veloce nel pensiero. Mi diede molta libertà, e anche la possibilità di interpretare ruoli che la Universal non mi avrebbe mai dato. Parti strane, folli, come la ragazza molto disturbata in La ragazza del gruppo (1957). Potevo fare scene e recitare cose che prima non mi erano mai stati concessi.» La collaborazione con Corman produsse La leggenda vichinga (1957), la Guerra dei satelliti (1958), La legge del mitra (1958) con un giovane Charles Bronson nel ruolo del gangster protagonista, e, infine, il film con cui il suo nome avrebbe attraversato i decenni.

The Wasp Woman: la donna che si trasforma in mostro per paura di invecchiare

Nel 1959, Corman produsse e diresse la Donna vespa con un budget di cinquantamila dollari e meno di due settimane di riprese. Susan Cabot interpretava Janice Starlin, fondatrice di un impero cosmetico che, mentre invecchia, vede crollare le vendite e decide di finanziarsi un trattamento sperimentale a base di enzimi estratti dalla pappa reale delle vespe. Il risultato è una regressione di vent'anni in un weekend e, progressivamente, la trasformazione in un ibrido umano-vespa che uccide. Il film era girato in economia, con una maschera da vespa che lo stesso Corman definì «piuttosto primitiva», e durante la scena del morso Susan aveva in bocca sciroppo di cioccolato al posto del sangue, essendo il film in bianco e nero. Eppure funzionava, e il Los Angeles Times scrisse di lei: «Cabot fa un lavoro eccellente, sfumato, come la donna nevrotica con le sue preoccupazioni e le sue vespe.» Il film ha oggi uno status di culto indiscutibile tra gli appassionati di horror di serie B. La sua risonanza più inquietante, però, è biografica: la protagonista si distrugge iniettandosi un siero sperimentale per non invecchiare. Decenni dopo, la vera Susan Cabot avrebbe fatto la stessa cosa, iniettandosi l'ormone della crescita destinato al figlio.

Il re, la CIA e il figlio segreto

Nel 1959, un agente della CIA di nome Robert Maheu (lo stesso faccendiere che avrebbe poi lavorato per Howard Hughes) organizzò un incontro tra Susan Cabot e il re Hussein di Giordania durante una festa ospitata a Los Angeles dal petroliere californiano Edwin Pauley. La CIA aveva già fatto lo stesso in altre occasioni: una bella attrice, un re alleato desideroso di compagnia, nessuna domanda imbarazzante. Un memo della CIA declassificato nel gennaio del 2018, tra i documenti sull'assassinio di Kennedy, rivela che Cabot fu esplicitamente istruita: «Vogliamo che lei vada a letto con lui.» Cabot inizialmente rifiutò, poi accettò di partecipare alla festa. L'incontro si trasformò in una relazione. Quando Hussein raggiunse New York pochi giorni dopo, la CIA affittò una casa a Long Island e Susan fu alloggiata in un hotel sotto falso nome. La storia durò circa sette anni. Finì, secondo le fonti, quando Hussein scoprì che la bellissima «Susan Cabot» era, in realtà, Harriet Pearl Shapiro, ebrea di origine russa. Anche dopo la rottura romantica, i contatti continuarono: Hussein, secondo quanto riportato, chiamava Susan nel giorno del suo compleanno. Non la dimenticò del tutto; semplicemente non poteva riconoscere pubblicamente di avere una relazione con lei.

Nel gennaio del 1964, Susan diede alla luce un figlio, Timothy Scott Roman. La paternità rimase avvolta nel segreto per decenni. A chi chiedeva, Cabot rispondeva con storie diverse: un diplomatico inglese, un agente segreto partito per una missione e mai tornato. L'attore Christopher Jones si fece avanti pubblicamente rivendicando la paternità ma i documenti finanziari presentati durante il processo del 1989 mostravano che Cabot riceveva millecinquecento dollari al mese dal «Keeper of the King's Purse» ad Amman. La paternità di Hussein fu confermata pubblicamente solo nel gennaio del 2018, con la declassificazione dei documenti CIA da parte degli Archivi Nazionali americani. La famiglia reale giordana non ha mai commentato.

Timothy: un figlio nato malato, cresciuto nell'isolamento, curato con un veleno

Timothy nacque prematuro e trascorse i suoi primi quattro mesi in una tenda a ossigeno. Diagnosticato con nanismo ipofisario - deficienza dell'ormone della crescita - fu inserito intorno ai sei anni in un programma sperimentale del National Institute of Health americano che somministrava gratuitamente GH (Growth Ormone) estratto da ghiandole ipofisarie di cadaveri (Cadaveric human growth hormone o c-hGH, tecnica usata dal 1958 all'85). Circa settecento bambini in tutto il paese parteciparono al programma, circa ottantamila corpi fornirono il materiale necessario. Timothy crebbe fino a centosessantatré centimetri invece dei centoventi previsti, ma alcuni lotti di quell'ormone erano contaminati da prioni responsabili della malattia di Creutzfeldt-Jakob, una patologia neurologica fatale. Il programma fu sospeso nel 1985. Ventisei persone in tutto il paese morirono per quella contaminazione.

L'avvocato che difese Timothy al processo lo definì «un esperimento umano fallito». Susan aveva cominciato a iniettarsi lei stessa l'ormone della crescita destinato al figlio, convinta che potesse rallentare il proprio invecchiamento. La donna, che aveva interpretato Janice Starlin la dirigente cosmetica che si trasforma in mostro per paura di invecchiare, stava facendo esattamente la stessa cosa nella vita reale. Alcuni psichiatri ritennero che quelle iniezioni avessero peggiorato la sua instabilità mentale. Nel 1968, nel frattempo, Susan aveva sposato in seconde nozze Michael Roman, un uomo d'affari ed ex attore, che adottò Timothy dandogli il proprio cognome. Il matrimonio si concluse nel 1983, logorato dalla paranoia e dalla fragilità mentale crescente di Susan.

La casa di Charmion Lane: il declino come scenario

Negli anni Ottanta, la donna che era stata amante di un re, viveva a Encino, California, in una casa ranch di un piano al numero 4601 di Charmion Lane. Dall'esterno sembrava solo un po' trascurata rispetto alle proprietà impeccabili del vicinato. All'interno era qualcosa di molto diverso: i sacchetti della spazzatura occupavano ogni stanza, i giornali si ammucchiavano nel corridoio fino a formare pareti instabili, il cibo marciva sul tavolo, i mobili erano rovesciati, i cassetti aperti, tre o quattro cani rinchiusi in una camera da letto, Topi morti galleggiavano nella piscina. Durante il processo, il filmato girato dalla polizia all'interno della casa fu mostrato alla giuria. La giudice Darlene Schempp commentò: «Era al di là di ogni mia immaginazione che una persona di tale successo e notorietà potesse vivere in simili condizioni indescrivibili.» Lo psicologo che la seguì per sette anni, il dottor Carl Faber, testimoniò che Susan soffriva di depressione grave, pensieri suicidi, terrori irrazionali e una paura paralizzante radicata nell'infanzia. Le disse una volta: «Carl, sono stanca. Voglio andarmene. Se non fosse per Timothy, lo farei.» I vicini di casa ricordavano madre e figlio come invisibili, inscindibili, pressoché mai separati. Susan non usciva senza di lui; lui era dipendente da lei come solo chi non ha mai avuto altro può esserlo.

10 dicembre 1986: sangue sulle pareti, sul soffitto, sullo specchio

Quella sera, Timothy telefonò ai servizi di emergenza segnalando un intruso in casa. I paramedici arrivarono in quattro minuti. Lui li aspettava sulla soglia, calmo. Nella camera da letto principale trovarono Susan Cabot stesa sul letto in una vestaglia viola inzuppata di sangue. Un panno era stato posto sul suo volto. Sotto, il volto era quasi irriconoscibile: capelli e materia cerebrale spalmati sul panno, schegge d'osso che affioravano dalla nuca fracassata. Il sangue copriva le pareti, il soffitto, il pavimento.

Timothy disse inizialmente alla polizia che un uomo alto, di origine latina, travestito da ninja giapponese, aveva fatto irruzione in casa, lo aveva colpito perdendolo di conoscenza e aveva ucciso sua madre rubando settantamila dollari. La storia non resse neanche un'ora. Le sue ferite erano superficiali; non c'erano segni di scasso. Durante il trasferimento all'ospedale, Timothy confessò spontaneamente. Mostrò alla polizia dove aveva nascosto le armi: una sbarra da bilanciere incrostata di sangue, un bisturi e un coltello, nascosti in una scatola di detersivo nel locale lavanderia. Il suo racconto di quella notte: sua madre si era svegliata urlante, delirante, chiamando la propria madre Elizabeth e non riconoscendolo. Quando aveva cercato di chiedere aiuto, lei lo aveva aggredito con la sbarra e il bisturi. Lui aveva afferrato la sbarra e aveva colpito. Non ricordava quanto avesse colpito.

Il processo: dieci minuti di camera di consiglio

Timothy trascorse due anni e mezzo in carcere in attesa del processo. Il primo dibattimento, nel maggio del 1989, si concluse in quando uno dei suoi avvocati fu ricoverato d'urgenza per problemi cardiaci da stress. Il secondo processo, senza giuria e presieduto dalla giudice Schempp del Tribunale superiore di Van Nuys, si aprì nell'ottobre del 1989. L'avvocato difensore Chester Leo Smith costruì una difesa su più fronti: i traumi infantili di Susan, certificati dallo psicologo Faber; gli abusi fisici e psicologici subiti da Timothy nel corso di anni di convivenza con una madre psicotica; la condizione della casa; e, infine, il dato più perturbante: gli ormoni della crescita somministrati a Timothy per quindici anni erano contaminati da prioni responsabili della Creutzfeldt-Jakob, e quella contaminazione poteva aver causato alterazioni della personalità e deficit cognitivi. Timothy era, in sintesi, «un esperimento umano fallito». Lo stesso pubblico ministero Bradford Stone, nelle sue conclusioni, chiese una riduzione dell'accusa a omicidio colposo volontario, ammettendo che le prove non sostenevano la premeditazione. «Ho ancora la sensazione viscerale che sia scoppiato per lo stress di vivere con sua madre per tutti quegli anni», disse Stone. La giudice Schempp si ritirò a deliberare. Tornò dopo dieci minuti con un verdetto di omicidio colposo involontario. Condanna: tre anni di libertà vigilata, obbligo di seguire una terapia psichiatrica, e il riconoscimento del tempo già trascorso in carcere. Non un giorno di prigione in più.

Dopo il processo, Timothy andò a vivere con Michael Roman e sua madre. Produsse opere d'arte, si immerse nella cultura asiatica, allevò cani Akita, riparò oggetti con le mani. Il 22 gennaio 2003, cinque giorni prima del suo trentanovesimo compleanno, morì per complicazioni della malattia di Creutzfeldt-Jakob, esattamente il morbo che aveva contaminato gli ormoni somministratigli da bambino. Le sue ceneri furono disperse in mare. Il re Hussein era morto di cancro il 7 febbraio 1999 senza aver mai riconosciuto il figlio.

L'eredità: da una tomba senza nome al documentario su Sundance Now

Susan Cabot fu sepolta all'Hillside Memorial Park di Culver City, California, cimitero ebraico. Per lungo tempo la sua tomba rimase senza lapide. Una petizione successiva ottenne l'apposizione di una semplice placca: Susan Cabot Roman, 1927–1986. Il suo vero nome, Harriet Pearl Shapiro, non compare da nessuna parte. Tom Weaver, che la conobbe personalmente e rimase suo amico fino alla fine, la intervistò a lungo e scrisse di lei in più volumi tra cui Lost Souls of Horror and the Gothic (McFarland, 2016). Nel 2007 fu annunciato un biopic intitolato Black Oasis, con Stephan Elliott alla regia e Rose McGowan nel ruolo di Susan: McGowan descrisse il progetto con entusiasmo, spiegando che mentre il personaggio impazzisce comincia a credere di vivere nei film che ha interpretato. Il film non fu mai realizzato. Nel 2023, l'Off-Broadway Theatre di New York portò in scena Ode to the Wasp Woman con Sean Young nel ruolo di Cabot. Nel 2025, Sundance Now ha commissionato una serie documentaristica in tre puntate intitolata Wasp Woman: Murder of a B-Movie Queen, diretta da Rubika Shah per AMC Networks.

Roger Corman, il regista che meglio la conobbe professionalmente, disse di lei una cosa semplice e definitiva: «Avrebbe dovuto avere una grande carriera. Quale che sia la ragione, quella carriera non si realizzò.» La ragione, se si vuole trovarla, è forse nella stessa storia di Susan Cabot: una donna che il sistema aveva abbandonato troppo presto, che Hollywood aveva consumato senza restituire nulla, che la CIA aveva usato come strumento e dimenticato, che la scienza aveva avvelenato attraverso il figlio. Harriet Pearl Shapiro aveva imparato da bambina che nessun sistema la avrebbe protetta.

Vero Nome:

Harriet Pearl Shapiro

Luogo e data di Nascita:

Boston, Massachusetts, USA, 09/07/1927

Luogo E Data Di Morte:

Encino, California, USA, 10/12/1986

Scritto da Exxagon nel marzo 2026; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

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