Attore, regista, cantante
Sal Mineo: il ragazzo del Bronx che morì due volte
Lo accoltellarono nel parcheggio di casa sua, a West Hollywood, la sera del 12 febbraio 1976. Una sola coltellata al cuore, rapida e chirurgica. Salvatore Mineo Jr. aveva trentasette anni, due candidature all'Oscar, un Golden Globe, milioni di fan che lo avevano adorato da adolescente, e una carriera che stava finalmente risorgendo dalle ceneri di un decennio di ostracismo. Ma Hollywood lo aveva già ucciso una volta, quella sera si limitò a rendere letterale ciò che l'industria aveva fatto in senso figurato: eliminare un uomo che aveva avuto il coraggio di essere se stesso in un'epoca che non lo permetteva.
Le bare del Bronx: un'infanzia tra la strada e il palcoscenico
Salvatore nacque il 10 gennaio 1939 nel Bronx, a New York, in una famiglia di immigrati siciliani che fabbricava bare per vivere. Il padre, Salvatore Mineo Sr., e la madre, Josephine Alvisi, gestivano un laboratorio di casse da morto. La famiglia era numerosa: oltre a Sal c'erano i fratelli Victor e Michael e la sorella Sarina, tutti destinati a tentare la carriera di attore, nessuno con il talento devastante del più piccolo. A otto anni, Sal era già un ragazzo di strada, membro di una gang del quartiere, uno di quei bambini che il Bronx degli anni Quaranta produceva in serie: furbi, duri, con gli occhi troppo vecchi per la loro età. La madre Josephine, con l'intuizione disperata di chi capisce che il proprio figlio sta scivolando verso un futuro fatto di riformatorio e guai, prese una decisione che cambiò tutto: lo iscrisse a lezioni di danza e recitazione. Non era un gesto di raffinatezza culturale, era un atto di sopravvivenza. La strada o il palcoscenico: non c'era una terza via.
Broadway, Yul Brynner e il bambino che incantava
Il palcoscenico vinse, e vinse in fretta. Nel 1951, a soli dodici anni, Sal debuttò a Broadway in La rosa tatuata di Tennessee Williams. Poco dopo, Sal ottenne un ruolo in Il re ed io, il celebre musical con Yul Brynner, che divenne il suo mentore e lo trattò come un figlio adottivo. Fu Brynner a insegnargli la disciplina del mestiere, la concentrazione, la capacità di trasformare l'energia selvaggia di un ragazzo del Bronx nella potenza controllata di un attore professionista. Nel 1954, la NBC Opera Theatre lo scelse per Salome: un ragazzino italoamericano che muoveva le labbra sincronizzandole con una voce di mezzosoprano. Era surreale ma, a suo modo, magnifico.
Gioventù bruciata: la nascita di un'icona
Il 1955 fu l'anno che cambiò tutto. Il debutto cinematografico arrivò con Six Bridges to Cross, dove Sal batté un giovane Clint Eastwood per il ruolo. Seguì The Private War of Major Benson con Charlton Heston. Ma fu Gioventù bruciata (Rebel Without a Cause) di Nicholas Ray a fare di lui un'icona. Sal interpretava Plato, l'adolescente fragile, disperatamente bisognoso d'amore, che cerca in Jim Stark — il personaggio di James Dean — una figura paterna, un amico, forse qualcosa di più. Il sottotesto omosessuale del personaggio era evidente anche nel 1955, e Sal lo portò sullo schermo con grande sensibilità. A diciassette anni, Sal Mineo ricevette la sua prima candidatura all'Oscar come miglior attore non protagonista, diventando il quinto più giovane candidato nella storia dell'Academy. Esplose la «Mineo Mania»: migliaia di lettere dei fan ogni settimana, ragazzine in delirio, un fenomeno di isteria collettiva che lo rese, per un breve momento, l'adolescente più famoso d'America dopo James Dean.
Il coltello a serramanico e il disco d'oro
Hollywood, con la sua consueta mancanza di fantasia, lo incasellò nel ruolo del ragazzo ribelle. Il gigante (Giant, 1956) lo riunì con James Dean nel suo ultimo film, Crime in the Streets (1956) gli valse il soprannome di «Switchblade Kid», il ragazzo del coltello a serramanico. Ma Sal non era solo un attore: nel 1957, il singolo «Start Movin'» raggiunse la nona posizione nelle classifiche americane e vendette oltre un milione di copie, guadagnandogli un disco d'oro. Anche «Lasting Love» entrò in classifica. Per un momento, sembrò che il ragazzo del Bronx potesse fare qualsiasi cosa.
La Disney lo volle per Tonka (1958), dove interpretò Toro Bianco, un guerriero Sioux. In The Gene Krupa Story (1959) dimostrò di saper reggere un film intero sulle proprie spalle, nel ruolo del leggendario batterista jazz.
Exodus: il secondo Oscar mancato e l'apice della carriera
Exodus (1960) di Otto Preminger fu il vertice artistico della carriera di Sal Mineo. Nel ruolo di Dov Landau, un giovane sopravvissuto all'Olocausto che arriva in Palestina con tutto il peso dell'orrore negli occhi, Sal offrì un'interpretazione brillante. Vinse il Golden Globe e ricevette la sua seconda candidatura all'Oscar, questa volta perdendo contro Peter Ustinov per Spartacus. Due nomination a ventuno anni: un risultato che avrebbe dovuto garantirgli una carriera lunga e gloriosa. Ma Hollywood aveva altri piani.
Seguirono ancora grandi produzioni: Il giorno più lungo (The Longest Day, 1962), il kolossal bellico sulla Normandia, e Il grande sentiero (Cheyenne Autumn, 1964), l'ultimo western di John Ford, in cui Sal interpretò un guerriero Cheyenne. In La più grande storia mai raccontata (The Greatest Story Ever Told, 1965), diretto da George Stevens, ebbe il ruolo di Uria.
L'esilio: Hollywood e il prezzo della verità
Poi, il silenzio. Non un silenzio improvviso, ma un lento, inesorabile dissolvimento, come quello di un'immagine che sfuma al nero. Le voci sulla sua omosessualità, che circolavano nell'industria fin dai tempi di Gioventù bruciata, divennero sempre più insistenti. Hollywood degli anni Sessanta era un luogo di ipocrisia monumentale: potevi essere gay a patto di non esserlo apertamente, potevi vivere una doppia vita a patto che la maschera non cadesse mai. Sal Mineo rifiutò quel patto.
Nel 1965, Who Killed Teddy Bear? lo vide nei panni di un criminale disturbato, e la critica iniziò a etichettarlo come attore di ruoli devianti, confondendo deliberatamente il personaggio con la persona. Peter Bogdanovich, che lo conosceva bene, avrebbe poi scritto con lucidità spietata: «I vecchi snob di Hollywood non gli perdonarono mai la sua popolarità da adolescente.» E Sal stesso, anni dopo, riassunse quel periodo con una frase che vale più di qualsiasi analisi: «Per un certo periodo, il mio nome a Hollywood era fango. Avevo una scelta. Ho deciso di vivere.»
L'ultimo film per il cinema fu Fuga dal pianeta delle scimmie (Escape from the Planet of the Apes, 1971), dove interpretò il Dottor Milo, il terzo scimpanzé, ucciso nelle prime sequenze. Una metafora fin troppo trasparente.
Il regista, l'amante, il ritratto al Guggenheim
Ma Sal Mineo non si arrese. Nel 1969 diresse Fortune and Men's Eyes, un dramma ambientato in un carcere, con temi esplicitamente omosessuali, che vedeva nel cast un giovanissimo Don Johnson. Era un atto di coraggio artistico in un'epoca in cui il tema era tabù. Nel 1972, in un'intervista con lo scrittore Boze Hadleigh, Sal si definì apertamente bisessuale con una dichiarazione che ancora oggi colpisce per la sua semplicità: «Non mi piace che mi dicano che posso amare solo una donna, o solo un uomo.»
Parlò anche di James Dean, con una tenerezza che illumina retroattivamente il rapporto tra i due: «Se avessi capito allora che un ragazzo poteva essere innamorato di un altro ragazzo, sarebbe successo.» Il legame tra Sal e Dean, già evidente sullo schermo in Gioventù bruciata, aveva dunque una profondità che andava ben oltre il copione.
La vita sentimentale di Sal fu costellata di relazioni complesse. Fu fidanzato con l'attrice Jill Haworth, conosciuta sul set di Exodus — lei aveva quindici anni, lui ventuno — ma il fidanzamento si ruppe quando Jill scoprì la sua relazione con un uomo. Al momento della morte, Sal viveva con Courtney Burr III, con cui aveva una relazione da sei anni. Un suo ritratto, The New Adam (1963), dipinto dall'artista Harold Stevenson, era ed è tuttora nella collezione permanente del Solomon R. Guggenheim Museum di New York: il ragazzo del Bronx delle bare, immortalato sulle pareti di uno dei templi dell'arte mondiale.
La rinascita interrotta: P.S. Your Cat Is Dead
Nei primi anni Settanta, Sal reinventò se stesso. Diresse un'opera lirica di Gian Carlo Menotti, la Medium, a Detroit nel 1972. Apparve in un episodio di Colombo nel 1975, e in S.W.A.T. nel ruolo inquietante di un leader di culto alla Charles Manson. Ma fu P.S. Your Cat Is Dead, una commedia teatrale di James Kirkwood Jr. in cui interpretava un ladro bisessuale, a segnare il suo ritorno trionfale. Lo spettacolo debuttò a San Francisco con grande successo di pubblico e critica, e Sal stava per portarlo a Los Angeles. Per la prima volta dopo anni, sembrava che il futuro fosse dalla sua parte.
12 febbraio 1976: il parcheggio di West Hollywood
Quella sera, Sal tornava dalla prova di P.S. Your Cat Is Dead. Parcheggiò nel parcheggio del suo appartamento di West Hollywood, quello che divideva con Courtney Burr III. Non fece in tempo a raggiungere la porta. Qualcuno lo aspettava nell'ombra o, forse, lo seguiva. Una singola coltellata al cuore. Il vicino Raymond Evans sentì le urla, corse fuori, lo trovò a terra, lo aiutò a rialzarsi. Sal fece qualche passo, poi crollò. Fu dichiarato morto sul posto. Emorragia massiva. Aveva trentasette anni.
Il funerale si tenne il 17 febbraio alla chiesa della Most Holy Trinity di Mamaroneck, nello stato di New York. Duecentocinquanta persone. Fu sepolto nel cimitero di Gate of Heaven, a Hawthorne, New York, la stessa terra che ospita le spoglie di altri figli d'Italia che l'America aveva accolto e poi consumato.
L'indagine: tre anni per un nome
L'indagine si rivelò lunga e tortuosa. Inizialmente, gli inquirenti sospettarono che l'assassino fosse qualcuno che Sal conosceva: controllarono i suoi contatti, frequentarono i locali che lui frequentava, seguirono piste che si rivelarono vicoli ciechi. La svolta arrivò nel maggio del 1977, quando la moglie di un uomo di nome Lionel Ray Williams riferì a un informatore che il marito le aveva confessato l'omicidio: «Quello è il tipo che ho ammazzato.» Williams non conosceva Sal Mineo; non era un fan deluso, non era un amante tradito, non era un regolamento di conti. Era un rapinatore, uno che aveva scelto la vittima sbagliata nel momento sbagliato. La casualità più atroce.
Williams fu arrestato e processato. Nel marzo del 1979 fu condannato a cinquantuno anni di reclusione per l'omicidio di Sal Mineo e per altre dieci rapine commesse nella zona. Fu rilasciato in libertà condizionale nel 1990. Mantenne sempre la propria innocenza, e nel 2024 un documentario intitolato Unseen Innocence ha riesaminato il caso, sollevando dubbi sulla solidità delle prove che portarono alla condanna.
Il ragazzo che decise di vivere
Resta, di Sal Mineo, un paradosso che brucia ancora. Fu il primo attore di Hollywood a portare sullo schermo, con Plato, un personaggio che era inequivocabilmente e dolorosamente gay, in un film mainstream del 1955. Fu il primo a parlare apertamente della propria bisessualità in un'industria che costruiva carriere sulla menzogna. Fu un ragazzo del Bronx che costruì bare prima di costruire sogni, che venne dalle strade più dure d'America e arrivò due volte sulla soglia dell'Oscar. Che ebbe il coraggio di dirigere teatro gay quando farlo significava suicidio professionale. Che disse «ho deciso di vivere» e lo intendeva in ogni senso possibile.
E poi, in un parcheggio qualsiasi, in una sera qualsiasi, un coltello qualsiasi gli tolse tutto questo. Come se il destino, dopo avergli concesso la grazia di sopravvivere a Hollywood, avesse mandato un estraneo a completare il lavoro.
Salvatore Mineo Jr.
The Bronx, New York, USA, 10/01/1939
West Hollywood, Los Angeles, USA, 12/02/1976
Scritto da Exxagon nel settembre 2026; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0