Gia Scala

Attrice

Gia Scala: la ragazza degli agrumeti che Hollywood non riuscì a salvare

Il suo vero nome era Josephine Grace Johanna Scoglio, e già questo bastava a raccontare una storia. Tre nomi di battesimo, due lingue materne, due isole nel sangue: la Sicilia del padre e l'Irlanda della madre, Liverpool come luogo di nascita e Messina come terra dell'anima. Hollywood la ribattezzò Gia Scala, le tinse i capelli, le limò i denti, le costruì addosso un'identità da consumare e, quando ebbe finito, la lasciò sola con una bottiglia di barbiturici e un bicchiere di alcol nella sua casa sulle colline di Hollywood. Aveva trentotto anni, era il 30 aprile 1972.

Liverpool, Messina, New York: un'infanzia in tre atti

Josephine nacque il 3 marzo 1934 a Liverpool, in Inghilterra, da un matrimonio che aveva in sé qualcosa di romanzesco. Pietro Scoglio, il padre, era un siciliano di origini aristocratiche, cresciuto tra gli agrumeti di Mili San Marco, alle porte di Messina; Eileen O'Sullivan, la madre, era irlandese, con quella malinconia celtica che la figlia avrebbe ereditato insieme agli zigomi alti e agli occhi verdi. Quando Josephine aveva appena tre anni, la famiglia lasciò l'Inghilterra per tornare in Sicilia, nella tenuta del nonno paterno Natale Scoglio, dove la bambina crebbe tra gli aranceti e il profumo del mare dello Stretto. Aveva anche una sorella, Tina, che avrebbe intrapreso a sua volta la carriera di attrice, con esiti meno luminosi ma anche meno tragici. A sedici anni, nel 1950, la giovane Josephine attraversò l'Atlantico per raggiungere la zia Agata a Whitestone, nel Queens, a New York. Fu uno sradicamento brutale: dalla campagna siciliana ai marciapiedi della Grande Mela, dal dialetto messinese all'inglese americano, dalla lentezza mediterranea alla velocità di una città che non aspetta nessuno. Si diplomò alla Bayside High School nel 1952, poi si trasferì a Manhattan con il sogno di diventare attrice. Per mantenersi, Josephine lavorò in un'agenzia di viaggi durante il giorno; di sera, studiava recitazione con Stella Adler, una delle insegnanti più leggendarie del teatro americano, la donna che aveva portato il Metodo di Stanislavskij sulle scene newyorkesi.

Steve McQueen e i giorni dell'Actors Studio

Fu in quel periodo di formazione febbrile che Josephine frequentò l'Actors Studio, il tempio della recitazione americana, dove si forgiavano talenti come Marlon Brando, James Dean, Paul Newman. Lì incontrò un ragazzo magro, irrequieto, con gli occhi azzurri di chi ha fame di tutto: Steve McQueen. I due ebbero una relazione tra il 1952 e il 1954, prima che le rispettive carriere li portassero su strade divergenti. McQueen sarebbe diventato il Re del Cool; Josephine sarebbe diventata Gia Scala, un nome inventato da un ufficio marketing della Universal, elegante e vagamente esotico, perfetto per i manifesti cinematografici ma privo di qualsiasi legame con la donna che lo portava.

La fabbrica dei sogni: la Universal e la metamorfosi

Fu il dirigente della Universal Maurice Bergman a notarla durante alcune apparizioni in quiz televisivi, tra cui Stop the Music. Il suo provino per un film mai realizzato, The Galileans, colpì tuttavia il produttore Peter Johnson, che la segnalò ai vertici dello studio. La macchina hollywoodiana si mise in moto con la sua consueta, spietata efficienza: le tinsero i capelli di castano scuro, le incapsularono i denti, la sottoposero a un regime di trasformazione estetica che cancellò la ragazza siciliana per sostituirla con un prodotto confezionato per il grande schermo. Il primo ruolo, non accreditato, arrivò in Secondo amore (All That Heaven Allows, 1955) di Douglas Sirk, accanto a Rock Hudson e Jane Wyman: un film che trattava di donne intrappolate nelle convenzioni sociali. Un presagio, forse. La Universal le firmò un contratto, e Gia Scala entrò nel sistema. Il compositore Henry Mancini, incontrandola sul set di Four Girls in Town (1957), rimase talmente colpito dal suo fascino da comporre un brano intitolato «Cha Cha for Gia», un omaggio musicale che dice tutto sulla capacità di questa donna di lasciare un'impronta anche nei brevi incontri.

Una carriera tra luci e ombre: dal cinema alla televisione

I film si susseguirono a ritmo serrato nella seconda metà degli anni Cinquanta: Contrabbando sul mediterraneo (1957) con Robert Taylor, La giungla della 7a strada (1957), un noir diretto da Vincent Sherman e Robert Aldrich, Alla larga dal mare (1957) con Glenn Ford, Il tunnel dell'amore (1958) con Doris Day e Richard Widmark, Il sentiero della rapina (1958) con Audie Murphy, I due volti del Generale Ombra (1958) con Jack Hawkins, Le colline dell'odio (1959) con Robert Mitchum. Una filmografia che, letta oggi, rivela un talento costantemente utilizzato ma raramente valorizzato: Gia Scala era sempre la bella straniera, la donna dal fascino mediterraneo che serviva a dare colore esotico alla trama senza che le venisse concesso il centro della scena. Fu la televisione a offrirle, paradossalmente, le opportunità più varie: apparve in serie celebri come Alfred Hitchcock Presents, Voyage to the Bottom of the Sea, It Takes a Thief con Robert Wagner. Ma il ruolo che avrebbe dovuto consacrarla definitivamente arrivò nel 1961, sul grande schermo.

I cannoni di Navarone: l'apice e l'inizio della fine

The Guns of Navarone (1961) di J. Lee Thompson fu il film più importante della carriera di Gia Scala: un kolossal bellico con Gregory Peck, David Niven e Anthony Quinn, ambientato durante la Seconda guerra mondiale nell'Egeo greco. Gia interpretò Anna, una combattente della resistenza greca, un ruolo che richiedeva fierezza, vulnerabilità e una tensione drammatica costante. La scena in cui il suo personaggio viene smascherato come collaborazionista e affronta il giudizio implacabile dei compagni è uno dei momenti più intensi del film. Era il tipo di ruolo che avrebbe potuto aprirle le porte del cinema d'autore, delle grandi produzioni con personaggi femminili complessi. Ma Hollywood, come spesso accade, non seppe cosa fare di lei dopo quel successo.

La morte della madre e la spirale dell'alcol

Il 1957 fu l'anno in cui tutto iniziò a incrinarsi. La madre Eileen morì, e per Gia fu come perdere l'unico ancoraggio alla realtà. La donna che l'aveva accompagnata dall'Irlanda alla Sicilia, dalla Sicilia a New York, che rappresentava il filo conduttore di una vita fatta di continui sradicamenti, non c'era più. Gia iniziò a bere, prima con discrezione, poi con quella disperazione metodica che caratterizza chi cerca nell'alcol non il piacere ma l'oblio. Nel 1958 tentò il suicidio per la prima volta. Quello stesso anno ottenne la cittadinanza americana, come se un documento potesse sanare quella frattura identitaria che la lacerava fin dall'infanzia: non del tutto siciliana, non del tutto irlandese, non del tutto inglese, non del tutto americana. Sempre altrove, sempre straniera.

Don Burnett: il matrimonio che non bastò

Il 21 agosto 1959, Gia sposò Don Burnett, attore che stava già transitando verso una carriera nella finanza. I due lavorarono insieme nel film italo-britannico Il trionfo di Robin Hood (1962), un'avventura in costume di modeste ambizioni, ma il matrimonio non riuscì a contenere la deriva di Gia. Gli anni Sessanta la videro sempre più relegata a ruoli televisivi sporadici, sempre più dipendente dall'alcol, sempre più lontana da quel sistema hollywoodiano che l'aveva creata e che ora la ignorava. L'ultimo film per il cinema fu Operación Dalila (1967), una produzione spagnola; l'ultima apparizione televisiva, un episodio di It Takes a Thief nel 1969. Poi, il silenzio. Il colpo finale arrivò nel 1970, quando Don Burnett la lasciò. Il divorzio fu formalizzato il 1° settembre di quell'anno, e Gia si ritrovò sola, senza lavoro, senza marito, con il fantasma di una carriera che sembrava appartenere a un'altra persona. Disperata, volò a Londra, dove tentò di gettarsi dal Waterloo Bridge nel Tamigi. Fu salvata, riportata a casa, ma nessuno poteva salvarla da se stessa. Nel luglio del 1971, un incidente d'auto le costò parte dell'indice di una mano: un dettaglio che può sembrare marginale ma che, per un'attrice, rappresentava l'ennesima umiliazione inflitta dal destino, l'ennesima cicatrice.

30 aprile 1972: la casa sulle colline di Hollywood

La trovarono nel suo appartamento sulle Hollywood Hills, il 30 aprile 1972. Aveva trentotto anni. Il coroner Thomas Noguchi, lo stesso che aveva esaminato il corpo di Marilyn Monroe dieci anni prima, certificò la causa della morte come «intossicazione acuta da etanolo e barbiturici» e la classificò come accidentale. Ma la classificazione non chiuse le domande. Sul corpo di Gia furono trovati lividi inspiegabili; sul cuscino, tracce di sangue; nella casa, mancavano compresse di Valium che avrebbero dovuto essere presenti secondo la sua prescrizione medica. La sorella Tina, intervistata anni dopo, dichiarò di credere che la morte di Gia non fosse stata né un suicidio né un incidente. Una frase che apre un abisso di interrogativi destinati a rimanere senza risposta.

Gia Scala fu sepolta nel cimitero di Holy Cross, a Culver City, in California, la stessa terra consacrata che ospita le spoglie di altri naufraghi di Hollywood. Sulla sua lapide non c'è scritto Josephine Grace Johanna Scoglio, il nome con cui era venuta al mondo. C'è scritto Gia Scala, il nome che le avevano dato degli sconosciuti in un ufficio della Universal, il nome di un personaggio che aveva finito per divorare la persona.

La prima Gia: un nome che tornerà

Un dettaglio curioso merita di essere ricordato. Nel 2014, l'autore Sterling Saint James pubblicò una biografia intitolata Gia Scala: The First Gia, con la collaborazione della sorella Tina. Quel titolo, «la prima Gia», alludeva a un'altra Gia che il cinema avrebbe conosciuto anni dopo: Gia Carangi, la supermodella distrutta dall'eroina, la cui storia sarebbe stata raccontata nel film Gia (1998) con Angelina Jolie. Due donne, lo stesso nome, la stessa traiettoria di bellezza, successo e autodistruzione. Come se quel nome portasse con sé una maledizione, un destino scritto nelle sue tre lettere.

Vero Nome:

Josephine Grace Johanna Scoglio

Luogo e data di Nascita:

Liverpool, Inghilterra, 03/03/1934

Luogo E Data Di Morte:

Hollywood Hills, Los Angeles, USA, 30/04/1972

Scritto da Exxagon nel settembre 2026; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

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