Attrice
Robin Stille: la ragazza dimenticata da Hollywood
Ci sono morti che fanno rumore e morti che avvengono in punta di piedi. Quella di Robin Stille, il 9 febbraio 1996 in un appartamento anonimo di Burbank, appartenne alla seconda categoria: un suicidio silenzioso, di quelli che i giornali americani liquidarono in poche righe. Robin aveva trentaquattro anni, due gemelli ancora piccoli e un curriculum d'attrice che le era scivolato via dalle mani quasi senza che se ne accorgesse. Anni prima aveva impugnato un machete davanti alla cinepresa nel ruolo che l'avrebbe resa una piccola leggenda del cinema di genere, la Valerie "Val" Bates di The Slumber Party Massacre; ora nessuno, nemmeno il suo agente, sapeva più con precisione dove abitasse. Il Screen Actors Guild continuava a tenerla iscritta, ma i telefoni erano diventati muti. C'è qualcosa di particolarmente crudele nel destino di certe attrici della cosiddetta serie B: sopravvivono cinematograficamente a decine di assassini, ma non riescono a sopravvivere all'oblio.
Philadelphia, 1961: da una città di mattoni a una città di sogni
Robin Rochelle Stille nacque il 24 novembre 1961 a Philadelphia, in Pennsylvania, in una famiglia della classe media americana. I genitori, Jere e Sarah, avrebbero avuto altre due figlie, Dawn e Melanie: tre sorelle che condivisero un'infanzia normale, di quelle che non lasciano tracce nei rotocalchi ma segnano ugualmente il carattere. Da bambina, Robin seguì la famiglia nella grande migrazione verso ovest che, in quegli anni, spostava un'intera generazione di americani verso la California. La luce di Los Angeles, quella luce piatta e implacabile che spiattella tutto e non consente ombre, avrebbe fatto da sfondo alla sua adolescenza. Frequentò e completò gli studi alla Garden Grove High School, dove si diplomò nel 1979, in una cittadina della Orange County che allora era già periferia della fabbrica dei sogni ma non ancora industria. Diciottenne, decise che sarebbe diventata attrice. Come migliaia di ragazze prima di lei e come milioni ne sarebbero venute dopo. La differenza, per una manciata di anni, fu che a lei andò meglio della maggioranza.
The Slumber Party Massacre: la ragazza nuova con il machete
Il ruolo che avrebbe consegnato Robin Stille alla memoria del pubblico horror arrivò a soli vent'anni. Nell'estate del 1981, Amy Holden Jones, che aveva rifiutato il montaggio di E.T. di Spielberg pur di poter dirigere il suo primo lungometraggio, la scelse per il ruolo di Valerie Bates in The Slumber Party Massacre (1982), prodotto dalla scuderia di Roger Corman. Robin era la sesta nei titoli, aveva i capelli castani e interpretava "la ragazza nuova": un'estranea che la protagonista invita a un pigiama-party e che si ritrova, per una coincidenza fortunata, a non partecipare quando il maniaco Russ Thorn irrompe con il suo trapano elettrico. Sarà proprio Valerie, alla fine, ad afferrare un machete e a chiudere il conto con l'assassino in un finale che divenne, nel tempo, uno dei momenti feticcio del cinema slasher femminile. La sceneggiatura originale di Rita Mae Brown, attivista femminista e romanziera di talento, era stata pensata come parodia del genere e fu poi girata come thriller "serio"; l'ambiguità di quel testo produsse un film curioso, capace di guardare con qualche ironia i propri stessi cliché. Costato 220.000 dollari, ne incassò 3.600.000; un affare eccellente per gli standard del cinema exploitation, e un piccolo trampolino per la giovane attrice che i colleghi di allora ricordano determinata, allegra, con la testa sgombra di chi crede sinceramente che quello sia soltanto l'inizio.
Da Robin Stille a Robin Rochelle: il cambio di nome e di colore
Dopo Slumber Party Massacre, seguì il classico vuoto che affligge tante attrici emergenti quando il film di lancio le colloca in una nicchia troppo precisa. Robin decise di cambiare pelle: da bruna divenne bionda, mise da parte il cognome nordeuropeo del padre e iniziò a farsi chiamare Robin Rochelle. Un piccolo atto di autofabbricazione hollywoodiana, la speranza, magari inconfessata, che un nome nuovo aprisse porte diverse. Apparve così come "Party Girl #3" in Winner Takes All (1986), un titolo di rapido consumo e di rapido oblio, e subito dopo in Vampire Knights (1987), horror comedy scritto e diretto da Dan Peterson, in un ruolo più consistente ma in un film che rimase confinato ai margini della distribuzione. Nell'universo della serie B degli anni Ottanta, il confine tra l'invisibilità e la piccola gloria era sottile, spesso una questione di casting fortunati. Robin sembrava sempre a un passo da attraversare quella linea.
Tragica notte al bowling: il secondo colpo, e l'ombra della vodka
Nel 1988, Robin ottenne il suo secondo ruolo di rilievo nel cinema di genere, terza nei titoli di Tragica notte al bowling (Sorority Babes in the Slimeball Bowl-O-Rama), un tipico titolo del cinema drive-in di quegli anni che ancora oggi vive di un piccolo culto tra i collezionisti di scream queen. Interpretava Babs Peterson, la "sorellina" cattiva di una sorority universitaria, in un film che riuniva sullo schermo Brinke Stevens (sua compagna di set fin dai tempi di Slumber Party Massacre) e Michelle Bauer, due nomi di riferimento per il pubblico dei film exploitation. Sul set, però, cominciava già a manifestarsi qualcosa che di lì a qualche anno sarebbe diventato problema conclamato: l'abitudine di introdurre di nascosto la vodka sul set. Brinke Stevens ha ricordato in più occasioni che Linnea Quigley, che nel film era doveva scontrarsi con Robin, si trovò più volte a incassare colpi non del tutto simulati perché la collega aveva perso il controllo del proprio corpo. Sono quei piccoli dettagli professionali che, letti oggi con il senno di poi, si rivelano per quello che erano: i primi segnali di una fragilità in via di sedimentazione. La stessa Stevens, con l'affetto di chi conserva un ricordo genuino, l'avrebbe descritta come una ragazza «più sofisticata e adulta delle sue coetanee, alta, bionda, splendida», dolce e insieme spavalda, e insieme fragile in un modo che allora era difficile leggere.
Wayne Newton, la Las Vegas del mito e la vita privata
Nella narrazione informale che gli amici del giro cinematografico avrebbero costruito su di lei negli anni successivi, ricorre un dettaglio biografico curioso. Un ex fidanzato, in una vecchia testimonianza pubblicata su un fan site dedicato all'attrice, racconta di una sera nella quale i due, dopo il cinema, camminavano lungo Hollywood Boulevard sulla celebre Walk of Fame. Nel passare sopra la stella di Wayne Newton, un iconico intrattenitore di Las Vegas, Robin gli avrebbe confidato di essere stata sua compagna per un certo tempo. Vero o inventato, romanzato o parzialmente rielaborato, quel dettaglio racconta comunque qualcosa: la fascinazione di una giovane attrice californiana per gli ambienti abbaglianti di Las Vegas, il senso di poter appartenere a un mondo di lustrini che, nella realtà, la accolse solo di riflesso. Nel frattempo, Robin era diventata madre di due gemelli, Joshua e Justin Creadick, i cui destini sarebbero rimasti ai margini della cronaca cinematografica ma centrali nella sua vita privata. Essere madre e attrice di serie B in una Hollywood degli anni Ottanta priva delle reti di sostegno che oggi diamo per scontate non era una passeggiata: le agenzie non contemplavano la maternità e i ruoli scarseggiavano se la disponibilità non era totale.
American Ninja 4: l'ultimo ciak, poi il silenzio
La sua ultima apparizione cinematografica fu American Ninja 4: The Annihilation (1990-1991), quarto capitolo della saga di arti marziali che aveva reso celebre Michael Dudikoff. Robin interpretò Sarah, un personaggio di contorno in un film che scivolò direttamente nel mercato videocassette, come ormai capitava a gran parte della produzione di genere di quegli anni. Nel 1990 ebbe anche un breve ruolo televisivo in un episodio di Jake and the Fatman intitolato "God Bless the Child", nel quale interpretava una guardarobiera. Poi, il silenzio. Non ci fu un evento drammatico, non ci fu un annuncio di ritiro; ci fu, semplicemente, l'evaporazione lenta e sistematica di una carriera che non aveva mai avuto il carburante sufficiente per decollare oltre il circuito del cinema di serie B. Le colleghe di set persero i suoi contatti. Anche Brinke Stevens, che le voleva bene sinceramente, la incontrò per caso una sola volta in quegli ultimi anni e ne rimase colpita dalla disillusione che le lesse addosso. Nel giro cinematografico si sapeva vagamente che beveva; non si sapeva quanto, non si sapeva perché, non si sapeva quanto fosse sola.
9 febbraio 1996: un appartamento a Burbank
La notizia della morte di Robin Stille, il 9 febbraio 1996 a Burbank, fu comunicata dai familiari e ripresa laconicamente dal Los Angeles Times nel necrologio del 13 febbraio successivo. Ufficialmente, un suicidio. Le cause di fondo, per quanto la delicatezza del tema imponga la massima prudenza, erano quelle che gli amici avevano intravisto da tempo: l'incapacità di risalire la china di una carriera che si era arenata, il peso di una dipendenza dall'alcol che negli ultimi anni aveva preso il sopravvento, l'isolamento crescente da un ambiente professionale che l'aveva accolta come promessa e dimenticata come statistica. Aveva trentaquattro anni. Fu sepolta al Rose Hills Memorial Park di Whittier, nella contea di Los Angeles: una lapide semplice al Primrose Lawn, Gate 1, Sezione 8, tra migliaia di altre lapidi dell'immensa necropoli californiana. I due figli persero la madre. Le sorelle Dawn e Melanie, i genitori Jere e Sarah, persero la primogenita. Il cinema, che non l'aveva quasi mai vista, non se ne accorse.
L'eredità di una scream queen fragile
C'è, tuttavia, una piccola giustizia postuma nella traiettoria di Robin Stille. Il pubblico dei cultori del cinema horror di serie B non l'ha mai davvero dimenticata: la sua Valerie di Slumber Party Massacre è oggetto di rassegne, di edizioni Blu-ray restaurate da Shout! Factory e Scream Factory, di documentari come Sleepless Nights: Revisiting the Slumber Party Massacres (2010) diretto da Jason Paul Collum, che ha riunito il cast e la troupe del film originale. Nel 2021, un remake diretto da Danishka Esterhazy ha riportato al cinema la storia originaria, riproponendo indirettamente al pubblico contemporaneo il volto della giovane attrice degli anni Ottanta. La scrittrice Rhonda K. Baughman le ha dedicato uno dei suoi libri (Carnal Capers in Canton, Ohio, Book Two: Logorrhea), piccolo gesto di quel riconoscimento personale che, in vita, era sempre mancato. Robin Stille resta, allora, una di quelle figure che il cinema di genere sa custodire meglio del cinema ufficiale: non una star, non un'icona; piuttosto una presenza che ha attraversato lo schermo con determinazione e speranza, e che è scivolata via nel silenzio in cui la vita adulta spesso si consuma. Questa pagina si accoda ai piccoli tributi di affetto per Robin Stille.
Robin Rochelle Stille
Philadelphia, Pennsylvania, USA, 24/11/1961
Burbank, Los Angeles, California, 09/02/1996
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Scritto da Exxagon nell'agosto 2026; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0