Attore
Gig Young: il secondo uomo che vinse un Oscar e finì con una pistola in bocca
Il 19 ottobre 1978, qualcuno bussò alla porta del Suite 1BB dell'Osborne Apartments, sulla West 57th Street di Manhattan. Non rispose nessuno. L'agente immobiliare che aveva un appuntamento fece intervenire il portiere, il portiere aprì la porta, e dentro trovò Gig Young - 64 anni, un Oscar sul comodino, cinque matrimoni alle spalle — steso sul pavimento, morto, dopo essersi sparato in bocca. A pochi passi giaceva Kim Schmidt, 31 anni, sua moglie da 23 giorni. La pistola, un revolver Smith & Wesson calibro .38, era ancora nella mano di lui. Nella stanza c'erano altre tre pistole e 350 proiettili. Sul tavolo, un diario aperto alla data del 27 settembre, con una sola riga scritta a mano: «Ci siamo sposati oggi.» Nessuno ha mai saputo perché lo fece.
Byron Barr da Waynesville: un nome che non bastava
All'anagrafe, Gig era Byron Elsworth Barr, nato il 4 novembre 1913 a St. Cloud, Minnesota, in una famiglia che si sarebbe presto trasferita a Waynesville, nelle colline della Carolina del Nord, dove il padre gestiva una struttura correzionale. Era il più giovane di tre fratelli, cresciuto in una piccola città del profondo Sud dove le ambizioni teatrali di un ragazzo erano, nel migliore dei casi, una bizzarria tollerata. Byron le coltivò comunque: recitò nei drammi scolastici, prese lezioni serali di recitazione mentre di giorno lavorava come venditore di automobili, mise da parte abbastanza soldi per andare a Pasadena quando venne a sapere dell'esistenza del Community Playhouse, una delle scuole d'arte drammatica più stimate del paese, fucina di talenti che avrebbero poi segnato il cinema americano del dopoguerra. A Pasadena, sul palco di una produzione minore intitolata Pancho, Byron Barr incontrò il destino sotto forma di un talent scout della Warner Bros. Il caso volle che recitasse accanto a un altro giovane attore di belle speranze, tale George Reeves, il futuro Superman televisivo, destinato a una fine altrettanto tragica. Entrambi furono messi sotto contratto. Byron arrivò a Hollywood con la valigia e il nome sbagliato: c'era già un altro Byron Barr nel registro degli attori e occorreva trovare una soluzione. La soluzione, nel 1942, arrivò da sola.
The Gay Sisters: il nome che mangiò l'uomo
Nel film Le Tre sorelle (1942), diretto da Irving Rapper con Barbara Stanwyck protagonista, a Byron Barr fu assegnato il ruolo del giovane affascinante e un po' spregiudicato che corteggia la sorella di mezzo. Il personaggio si chiamava Gig Young. La sua interpretazione colpì favorevolmente le preview audience che il capo della Warner Bros., Jack Warner in persona, decise che quel nome, Gig Young, era commercialmente più spendibile del grigio Byron Barr, e impose all'attore di adottarlo come nome professionale permanente. Byron Barr accettò e, da quel momento, prese il nome di un personaggio che aveva interpretato e ci visse dentro per trentasei anni, fino alla notte in cui si sparò alla testa nell'appartamento del West 57th Street. Fu sepolto nel Green Hill Cemetery di Waynesville, Carolina del Nord, sotto il nome che portava alla nascita: Byron E. Barr. Come se Hollywood, alla fine, avesse restituito alla terra quello che la terra aveva partorito, depurato dall'involucro che gli aveva messo addosso.
Il secondo uomo: trent'anni a fare la spalla agli altri
Se c'è un filo che attraversa la carriera di Gig Young - al di là dell'alcolismo, al di là delle cinque mogli, al di là dell'Oscar e della pistola - è quello di essere stato, strutturalmente e per vocazione del mercato, il secondo uomo. Non la star. Non il protagonista. L'amico brillante, l'antagonista simpatico, il playboy leggermente sbronzo che fa ridere senza mai portarsi a casa la ragazza. Era bello, era elegante, aveva un senso del tempo comico che rarissimi attori drammatici possono permettersi, ma aveva anche quella qualità indefinibile e commercialmente scomoda per cui il pubblico lo amava senza desiderare di vederlo al centro dello schermo. Hollywood lo capì subito e lo incasellò di conseguenza.
Gli anni Cinquanta lo videro costruire una carriera solida e riconoscibile nel territorio del secondo piano: fu il compagno di bevute di James Cagney nel dramma sull'etilismo Alcool (1951), con un'ironia del destino che non sfuggì a nessuno dei critici dell'epoca, guadagnandosi la prima nomination all'Oscar come miglior attore non protagonista. Sette anni dopo, la seconda nomination: 10 in amore (1958) con Clark Gable e Doris Day, commedia sofisticata in cui Young era il fidanzato colto e civile che perde la ragazza a favore del giornalista rozzo e vitale interpretato da Gable, una sconfitta che il pubblico trovava inevitabile e quasi giusta, il che dice molto sul personaggio-tipo che gli avevano appiccicato addosso. Nel 1962 tornò con Cary Grant e Doris Day in Il visone sulla pelle, ancora nella parte del galantuomo brillante di contorno. Trent'anni di carriera, cinquantacinque film. Ne disse lui stesso, con amara lucidità: «Non più di cinque film erano buoni, o buoni per me.»
Cinque mogli: un catalogo del dolore mal gestito
La vita sentimentale di Gig Young fu, come la sua carriera, una sequenza di secondi posti. Sposò Sheila Stapler nel 1940, collega del Pasadena Playhouse, giovane come lui; il matrimonio naufragò nel 1947 al suo ritorno dalla guerra. La seconda moglie fu Sophie Rosenstein, insegnante di recitazione alla Paramount, di qualche anno più vecchia, una donna che probabilmente capiva Young meglio di quanto lui capisse sé stesso: si sposarono nel gennaio del 1951 e Sophie morì di cancro nel novembre del 1952, lasciandolo solo dopo meno di due anni. Fu un dolore del quale Young non parlò mai volentieri, e che probabilmente non elaborò mai davvero. Seguì un periodo di fidanzamento con l'attrice Elaine Stritch, anch'ella personaggio di spigolosa e autoironica autenticità nella storia del teatro americano, che non si concluse con un matrimonio. Poi arrivò Elizabeth Montgomery. Si erano conosciuti nel 1956 sul set di un episodio della serie televisiva Warner Bros. Presents: lei aveva trent'anni meno di lui, era figlia dell'attore Robert Montgomery, era bella con quella bellezza luminosa e un po' ingenua che il pubblico americano degli anni Cinquanta adorava. Si sposarono nel dicembre del 1956. Il matrimonio durò sette anni: lei lo lasciò nel 1963 citando l'alcolismo di lui come causa principale e, subito dopo, quasi non ci fosse un attimo di pausa tra una moglie e l'altra, Young sposò Elaine Williams. Elaine era già incinta della sua unica figlia, Jennifer, nata nell'aprile del 1964. Anche questo matrimonio finì. Young, in un episodio che getta luce sinistra sulla sua capacità di rapporto con le persone che amava, negò in tribunale di essere il padre biologico di Jennifer: battaglie legali durate cinque anni, Young sconfitto, Jennifer riconosciuta. L'Oscar lasciato all'agente nel testamento, non alla figlia: un ultimo gesto che dice molto.
1969: l'Oscar, il ballo della morte e la frase che spiega tutto
Il film che gli cambiò la carriera — e che, secondo la sua quarta moglie Elaine, gliene segnò anche la fine — fu Non si uccidono così anche i cavalli? di Sydney Pollack (1969), uno dei più cupi e impietosi film sulla condizione umana prodotti da Hollywood in quell'era. Young interpretava Rocky, il presentatore: un uomo che sorride, incita, umilia, sfrutta e, alla fine, è complice di una morte. Il ruolo era agli antipodi di ogni cosa avesse mai fatto. Era viscido, manipolativo, moralmente corrotto nel modo quieto e organizzato di chi ha smesso da tempo di farsi domande sulla propria coscienza. Young lo interpretò con grande maestria che lui stesso definì, in un momento di rara sincerità, «una ciambella di salvataggio per un uomo che stava annegando, un'ultima possibilità di mostrare il mio talento come attore serio». Egli vinse l'Oscar come miglior attore non protagonista nel 1970. Salì sul palco e ringraziò il suo agente Martin Baum, a cui avrebbe poi lasciato la statuetta nel testamento con la dicitura «l'Oscar che ho vinto grazie all'aiuto di Martin». La quarta moglie Elaine Williams, che lo conosceva bene, commentò anni dopo: «Quello che desiderava, mentre saliva sul palco a ritirare il premio, era un ruolo nel proprio film, uno che finalmente si potesse chiamare "un film di Gig Young". Per lui, l'Oscar fu letteralmente il bacio della morte, la fine della linea.» Young stesso aveva detto a Louella Parsons, dopo aver mancato l'Oscar nel 1951: «Così tante persone nominate all'Oscar hanno avuto sfortuna in seguito.» Aveva ragione. Non immaginava che stesse parlando di sé.
Blazing Saddles, Charlie's Angels e il crollo lento
Gli anni Settanta furono un catalogo di occasioni perdute, ognuna più umiliante dell'altra. Nel 1974, Mel Brooks stava girando Mezzogiorno e mezzo di fuoco e aveva scelto Gig Young per il ruolo del Waco Kid, un pistolero alcolizzato, redento dall'amicizia con uno sceriffo nero. Un ruolo, in altri termini, cucito su misura per lui, biograficamente oltre che artisticamente. Young si presentò sul set il primo giorno di riprese, collassò per i sintomi da astinenza alcolica e fu licenziato da Brooks quella stessa sera. Al suo posto andò Gene Wilder, che consegnò al personaggio una delle performance più amate dell'intera filmografia brookiana. Young non girò un solo fotogramma.
Due anni dopo, fu scelto come voce di Charlie Townsend per la nuova serie televisiva Charlie's Angels. Si presentò alle sessioni di registrazione in stato di ebbrezza tale da non riuscire a registrare le proprie battute. Fu sostituito all'ultimo momento da John Forsythe, che avrebbe poi prestato la voce al personaggio per l'intera durata della serie, diventando, paradossalmente, più celebre per una voce mai associata a un volto di quanto Young non fosse mai riuscito a diventare per il proprio volto in trent'anni di schermo. Young non girò nemmeno questo.
In quel periodo era in cura dallo psicologo Eugene Landy, lo stesso Landy che anni dopo avrebbe avuto la propria licenza medica revocata dallo Stato della California per violazioni etiche e comportamento scorretto nei confronti dei pazienti, tra cui Brian Wilson dei Beach Boys (plagio a fini di guadagni illeciti... La sua parcella era di 35.000 dollari al mese!). Il tipo di aiuto che Young stava ricevendo, evidentemente, non era quello di cui aveva bisogno.
Kim Schmidt, Hong Kong e il Game of Death
Il suo ultimo film fu, per una di quelle coincidenze che il destino sembra riservare ai casi più disperati, intitolato Game of Death, in Italia passato come L'ultimo combattimento di Chen. Era la pellicola che Bruce Lee stava girando quando morì nel 1973: girata solo in parte, lasciata incompleta, ripresa anni dopo da un altro regista con controfigure e materiale d'archivio per cercare di recuperare l'investimento. Young ottenne un ruolo secondario nella produzione del 1978. Fu sul set di questo film, nel 1977 a Hong Kong, che conobbe Kim Schmidt. Ruth Kim Schmidt era una donna di trentun anni, tedesca di origine, che lavorava come direttore di produzione; gestiva anche una galleria d'arte a Hong Kong e aveva lavorato come redattrice per la rivista Forum Arts. Era trent'anni più giovane di lui. Si innamorarono e si sposarono a New York il 27 settembre 1978. Non si sa quasi nulla di quei ventitré giorni di matrimonio: non ci sono testimonianze di litigi pubblici, di scenate, di crisi visibili. La polizia, esaminando la scena del crimine, teorizzò che Young avesse agito d'impulso: non c'erano segni di pianificazione, nonostante l'arsenale trovato nell'appartamento suggerisse una familiarità con le armi da fuoco che andava ben oltre il normale. Un uomo che teneva in casa tutto quello che serviva per fare del male - a sé stesso o a qualcun altro - da molto, molto prima che Kim Schmidt entrasse nella sua vita.
19 ottobre 1978: l'Osborne Apartments, Suite 1BB
I corpi furono trovati nel primo pomeriggio, lui con un colpo al palato, lei con un colpo alla testa. La polizia lo dichiarò omicidio-suicidio con Young come perpetratore. Le ragioni non furono mai chiarite. Non fu trovato un biglietto di addio, non ci furono testimoni, non emerse alcun movente verificabile. Solo quel diario aperto alla data del matrimonio, quell'ultima riga, e il silenzio di un appartamento in cui due persone erano andate a vivere un mese prima piene di aspettative.
Molti anni dopo, la figlia Jennifer Young, quella stessa figlia che il padre aveva cercato di disconoscere in tribunale e che era riuscita a riprendersi l'Oscar del padre solo nel 2010 quando morì l'agente Baum, produsse un documentario sulla vita e la morte di suo padre, intitolato An American Tragedy.
Byron Elsworth Barr
St. Cloud, Minnesota, USA, 04/11/1913
New York, New York, USA, 19/10/1978
Omicidio-suicidio (pistola). Uccise la quinta moglie Kim Schmidt e si tolse la vita
Sheila Stapler (1940-1947); Sophie Rosenstein (1951-1952, lei morì di cancro); Elizabeth Montgomery (1956-1963); Elaine Williams (1963-1966); Kim Schmidt (27/09/1978 - 19/10/1978)
Jennifer Young (1964, da Elaine Williams)
Oscar al miglior attore non protagonista (1970) per a Non si uccidono così anche i cavalli?; due precedenti nomination (1952, 1959)
Non si uccidono così anche i cavalli? (1969); Teacher's Pet (1958); Come Fill the Cup (1951); That Touch of Mink (1962)
Waco Kid in Blazing Saddles (sostituito da Gene Wilder per delirium tremens); voce di Charlie in Charlie's Angels (sostituito da John Forsythe)
Green Hill Cemetery, Waynesville, North Carolina, sotto il nome Byron E. Barr
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Scritto da Exxagon nel aprile 2026; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0