Good Boy
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Voto:
Todd (Shane Jensen) è un uomo gravemente malato che si rifugia con il suo cane Indy nella casa di campagna del nonno defunto. La proprietà è gravata da una presenza inquieta: un cimitero di famiglia la circonda e su alcune videocassette il nonno (Larry Fessenden) appare ancora a dispensare consigli sulla tassidermia. Mentre le condizioni di Todd si aggravano, Indy si trova a fare da sentinella contro minacce concrete — le trappole per volpi piazzate da un vicino — e contro qualcosa di più oscuro, di cui le ossa di cane disseminate nel terreno sembrano essere un avvertimento silenzioso. Di notte, la casa parla attraverso rumori che solo Indy percepisce.
LA RECE
Good Boy porta alle estreme conseguenze un espediente della letteratura gotica ottocentesca — il cane che percepisce l'invisibile prima degli umani — trasformandolo nel principio costruttivo di un intero film. L'adozione sistematica del punto di vista canino genera un'ambiguità percettiva che diventa autentico strumento critico: la minaccia soprannaturale rimane indistinguibile dall'angoscia di un animale che sente sfuggire il proprio compagno. Ne risulta un horror quieto, fondato sull'accumulo piuttosto che sullo spavento, e una meditazione discreta sul legame uomo e cane.
Nella letteratura fantastica dell'Ottocento era già un topos consolidato: il cane avverte la presenza prima del padrone. Un tema generalmente inteso come minore ma portato dall'esordiente Ben Leonberg alle sue conseguenze estreme, tale da costruire intorno ad esso un intero film. Il precedente più pertinente è il romanzo "Thor" (1992) di Wayne Smith, storia licantropica narrata dalla prospettiva di un cane che assiste, impotente, alla metamorfosi del proprio compagno umano. Eric Red ne trasse la pellicola Bad Moon (1996), rinunciando, però, all'angolazione originale: l'idea di un narratore canino sembrava troppo radicale per il mercato dell'epoca e, con budget e tempi ristretti, era più agevole dirigere Mariel Hemingway che un pastore tedesco. Good Boy riprende quel filo e lo porta, trent'anni, finalmente a compimento, usando un cane della razza Nova Scotia Duck Tolling Retriever, nota per essere giocosa, affettuosa e collaborativa; e cosa di meglio se non usare il proprio stesso cane per recitare nel film che decidi di girare?! La scelta formale di piazzare la macchina da presa all'altezza del cane Indy rimane la più rischiosa, con gli esseri umani che diventano figure parziali, riconoscibili dalle gambe in giù (come si vedeva nei cartoni di Tom e Jerry) e i loro dialoghi giungono frammentati, senza che nessuno senta la necessità di spiegare la situazione a un cane. Questa restrizione percettiva non è un artificio stilistico fine a sé stesso: produce un'ambiguità narrativa autentica. Quanto di ciò che Indy percepisce è reale? Quanto è proiezione dell'angoscia di un animale che sente il proprio compagno avvicinarsi alla fine? Il tema, infatti, e mi rincresce dello spoiling, è proprio questo, e parlare del film senza chiarire questo pivot drammaturgico rende impossibile scrivere cose di senso. La natura dell'infestazione resta volutamente opaca. Il film non si interroga sull'utilità di spaventare un uomo già morente: la minaccia si rivolge all'equilibrio del legame, non alla sopravvivenza. Leonberg lavora per accumulo: rumori notturni, sogni filmati dal punto di vista canino, immagini in bianco e nero che filtrano da un televisore ronzante. La linea ricorda Skinamarink (2022) nella sua ossessione per gli spazi domestici come territorio dell'inconscio, con la differenza che qui la deriva onirica ha un ancoraggio emotivo preciso: la lealtà di una creatura che non comprende la morte ma la riconosce. Il film mostra qualche cedimento nella sezione centrale che diviene ripetitiva con alcune soluzioni visive che ritornano senza evolversi. Good Boy, però, pur non privo di limiti, non può essere ridotto ad un mero esercizio formale: è una riflessione autentica sul vincolo tra uomo e animale, su cosa significhi vegliare sull'altro senza possedere gli strumenti per capire cosa stia accadendo. Indy è una presenza scenica efficace e, indubbiamente, molto dolce, fattore che rende naturalmente gradevole la visione di un horror “quieto”, meditazione più triste che spaventosa sul legame fra specie diverse.
TRIVIA
Ben Leonberg (1987) dixit: “Una delle cose è che è un cane per natura molto serio e intelligente. E abbiamo notato, ben prima di iniziare a provare a girare un film con lui, che ha uno sguardo molto intenso. Per chi ha un cane, quello di cui sto parlando è… sapete quell'eternità che passa tra il momento in cui riempite la ciotola del cane e quello in cui la mettete a terra perché lui possa mangiare? Proprio quello sguardo. Ce lo rivolge continuamente. E noi abbiamo pensato: Questo è uno strumento utile. È così serio e ha questi occhi dall'aria molto pensierosa. Con delle riprese oggettive di questo, combinate con un punto di vista soggettivo, potremmo realizzare un intero film solo con quello.” (Sagindie.org).
⟡ L'idea per il film è nata dopo che Ben Leonberg ha visto Poltergeist - Demoniache presenze (1982) e ha colto la riflessione della sensibilità degli animali che riuscirebbero a percepire gli spiriti prima degli umani nei film horror. O almeno così si vuole credere.
⟡ Ben Leonberg spesso ha dovuto vestire i panni dell'attore protagonista Shane Jensen poiché Indy a volte reagiva solo a lui che era il suo proprietario.
⟡ I lamenti angosciati di Indy sono stati tutti aggiunti in post-produzione.
⟡ I filmati di Indy da cucciolo sono gli originali realizzati dal regista Ben Leonberg quando il suo cane era piccolo
⟡ La prima bozza di sceneggiatura del film è stata scritta nel 2017.
⟡ La produttrice del film, Kari Fischer, è la moglie del regista.
Fast rating

Titolo originale
Id.
Regista:
Ben Leonberg
Durata, fotografia
72', colore
Paese:
USA
2025
Scritto da Exxagon nel marzo 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

