La Piedad

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Voto:

Spagna, 2011, l'anno in cui morì Kim Jong-il. Libertad (Ángela Molina) e suo figlio Mateo (Manel Llunell) abitano una casa dal sapore sepolcrale: colonne di marmo nero, pareti rosa pastello, soffitti altissimi. I due cenano insieme, dormono insieme, si muovono insieme come se l'esterno non esistesse, o come se fosse pericoloso immaginarlo. Libertad è convinta che Mateo non possa sopravvivere senza di lei; quando al ragazzo viene diagnosticata una malattia grave, quella convinzione trova finalmente la sua conferma. Mentre Mateo è indebolito dalla chemioterapia, la madre lo accudisce con un'intensità che ha qualcosa di seducente oltre che di soffocante. Il film alterna questa clausura domestica alle cronache di una famiglia nord-coreana che tenta di fuggire dal regime: i due piani si contaminano senza mai fondersi del tutto, tenuti insieme da un'unica equazione implicita.


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LA RECE

Il legame simbiotico e incestuale tra madre e figlio come specchio della dittatura, dimostrando come l'amore assoluto e il potere assoluto producano il medesimo effetto: l'erosione silenziosa della soggettività dell'altro. Casanova costruisce un film radicale e grottesco che interroga, con lucidità sardonica, il confine sottilissimo tra protezione e possesso, tra cura e controllo.

Erich Fromm, in “Fuga dalla libertà”, osservava che la libertà senza struttura relazionale diventa angoscia insostenibile, e che questa angoscia spinge gli individui a cedere la propria autonomia a un'autorità esterna. Casanova costruisce il suo secondo lungometraggio, dopo Pieles (2017), come un commento visivo a quella tesi, comprimendola nel paradosso del nome della protagonista, Libertad, che di libertà non concede nemmeno l'ombra. Il film prende le mosse da un'ispirazione dichiarata, Pietà (2012) di Kim Ki-duk, film anch'esso centrato su un rapporto familiare deviato ai margini della società; entrambi i film parlano di dipendenza e controllo, ma Ki-duk usa il naturalismo per approcciarsi al tema, Casanova usa il kitsch come strumento di denuncia. Il nucleo del film è un legame che la letteratura psicoanalitica definirebbe incestuale, non in senso fisico ma strutturale (ma, in effetti, c'è anche dell'incestualità qui...): un'intimità che esclude ogni alterità, una vicinanza che dissolve i confini dell'identità. Per Libertad, che precipita persino nelle manifestazioni della sindrome di Münchhausen per procura, il benessere del figlio non è mai davvero disinteressato, ma funziona come nutrimento per la propria sopravvivenza psichica; Mateo, dalla sua, ha interiorizzato questa prigione fino a non riconoscerla più come tale. Insomma, un ambiente affettivo che simula la cura mentre esercita il controllo. Il parallelismo con la Corea del Nord, ovviamente, non è decorativo. Il dittatore e la madre operano con gli stessi strumenti: isolamento, dipendenza indotta, riscrittura della realtà come atto d'amore. In entrambi i casi, gli oppressi sviluppano un'incapacità strutturale alla libertà. Casanova non enuncia mai esplicitamente questa equazione ma la costruisce per immagini. La casa di Libertad è un regime in miniatura: i suoi rituali (il bagno quotidiano, le unghie tagliate, la notte condivisa) sono l'equivalente domestico degli automatismi di obbedienza che i regimi totalitari impiantano nei cittadini. Ciò che, però, distingue la Piedad da una semplice allegoria politica è l'umorismo ed alcune sequenze decisamente bizzarre o “forti”: una su tutte, l’attrice Ana Polvorosa in piedi, nuda, ripresa frontalmente e dal basso, con i suoi genitali chiaramente visibili e in procinto di emettere il primo flusso di urina; la donna dovrà fare il test di gravidanza e, peraltro, questo introduce uno speculare soggetto femminile rispetto Libertad, cioè un’altra donna desiderosa di essere desiderata e necessaria incondizionatamente. Casanova sceglie il grottesco, il paradossale, il tragicomico per la sua irriverenza, rendendo il tutto ancor più destabilizzante, tanto più che tutto è rivestito da un non canonico, superfluo ed assurdo color rosa (la cifra cromatica firma del regista); come detto, anche la scenografia rimanda all'architettura del potere assoluto, e la bicromia rosa-nero sembra rimandare ad un binomio di dolcezza e morte. Performances, poi, di rara intensità. Ángela Molina abita il personaggio di Libertad con una pienezza che non lascia interstizi: il suo corpo occupa lo spazio scenico come un'entità gravitazionale, e ogni gesto oscilla tra tenerezza e sopraffazione con una fluidità che rende impossibile stabilire dove finisca la vittima e dove inizi il carnefice. Manel Llunell, dal canto suo, costruisce Mateo attraverso una recitazione di sottrazione: silenzi prolungati, sguardi che cercano la porta ma non trovano la volontà di attraversarla. È il ritratto di un soggetto che ha introiettato la prigione al punto da non percepirla più come tale, ciò che psicologicamente potremmo chiamare un falso sé adattivo, modellato interamente sulle esigenze dell'altro. Il sistema di personaggi che Casanova dispone intorno a questa coppia simbiotica non offre vie d'uscita autentiche. Non esistono, qui, figure realmente positive, né maschili né femminili. L'unica che sembra poterlo essere è la psicoterapeuta, la quale tenta di incunearsi tra madre e figlio per spezzare il legame collusivo, ma anche questa figura vacilla: di fronte alla fragilità di Mateo, la terapeuta sembra essere richiamata ad una dimensione di accudimento che rischia di travalicarne la funzione professionale. È un dettaglio sottile ma rivelatore: nel mondo del film, persino chi dovrebbe presidiare i confini finisce per esserne contaminato. Marta (Ana Polvorosa), la nuova compagna del padre di Mateo, replica lo stesso schema. Come Libertad, il suo perno esistenziale è voler essere totalmente indispensabile, costruendo un rapporto nel quale la disponibilità assoluta diventa la maschera di un controllo altrettanto assoluto. Bene e male insieme. La maternità incombente e il vizio del fumo amplifica questa dinamica: il suo corpo diventa promessa di un nuovo legame d'amore e morte. Il padre di Mateo, dal canto suo, parrebbe aver avuto la forza di sottrarsi a Libertad, ma è una libertà illusoria: ricade in un ennesimo rapporto di dipendenza masochistica, come se il copione relazionale fosse inscritto a un livello più profondo della volontà cosciente ma sia, forse, legato ai ruoli di genere o, forse, al genere biologico. Non a caso, la sua presa di coscienza avviene soltanto in un letto d'ospedale, dopo un tentativo di suicidio, con il volto segnato da scelte e fragilità che Casanova filma senza pietà. Il maschile, in questo racconto, è sistematicamente inefficiente e dipendente, incapace di autonomia autentica, gravitante sempre intorno a una figura femminile che non esce mai dalla forma più inquietante dell'archetipo materno: non la madre come origine e nutrimento, ma la madre come sistema chiuso, come dispositivo di cattura dal quale nessuna emancipazione sembra davvero possibile. Voto alto ma la Piedad, nel suo sottogenere di film drammatico e grottesco, sa portare immagini e significati ad un livello di stratificazione davvero evoluto, ed ogni passaggio è necessario, anche se si avverte una certa ripetitività nei quadretti che ci spiegano della relazione morbosa dei due interpreti. Ma va anche bene come opprimente reiterazione dato che lo spettatore può partecipare dei vissuti del racconto. Film non per tutti ma per i lettori di un sito come exxagon.it, film decisamente consigliato.

TRIVIA

Eduardo Casanova (1991) dixit: “A nessuno viene insegnato come essere padre, madre o figlio. Nessuno ci insegna come fare le cose per bene, come non fare del male; questo lo impariamo con la vita, crescendo e imparando strada facendo. Credo nelle buone intenzioni delle persone, nel fatto che cerchino di fare le cose. Tuttavia, ci sono persone che, nonostante cerchino di agire bene, finiscono per fare del male. Mi piace pensarla così, mi fa vivere più in pace. Non credo negli assoluti, nessuno è buono al 100% o cattivo al 100%. L'unica verità è che siamo umani al 100%. (Ecartelera.com)

⟡ La pandemia fece slittare l’inizio delle riprese e, peggio, comportò la perdita di Ana Belén come attrice principale che doveva vestire i panni di Libertad, dato che le riprese sono coincise con altri impegni lavorativi dell’attrice che, comunque, aveva già girato delle scene promozionali del film di Casanova. Vista, però, la resa della Molina, il regista ora non riesce ad immaginare che quel personaggio potesse essere interpretato da altre se non dalla Molina, attrice famoso che aveva recitato in Quell’oscuro oggetto del desiderio (1977). A differenza del ruolo materno, che doveva essere interpretato da un grande nome del cinema spagnolo, dato che il personaggio vuole essere iconico e trasmettere un senso di potere e rispetto eccessivo, quello del figlio doveva andare un attore esordiente e completamente sconosciuto al pubblico, al fine di rafforzare anche il parallelismo con la Corea del Nord: il leader, il dittatore è un'icona mentre il popolo è anonimo.

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Titolo originale

Id.

Regista:

Eduardo Casanova

Durata, fotografia

80', colore

Paese:

Spagna

Anno:

2022

Generi e Temi

Psicologico, Drammatico, Donna, Weird,

Scritto da Exxagon nel giugno 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

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