Il pozzo di Satana

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Voto:

Nel panorama dell'horror giapponese degli anni Sessanta, dominato da spettri mutuati dal teatro Nô e da spiriti vendicativi radicati nel folklore locale, Il pozzo di Satana costituisce un caso del tutto singolare: un film che guarda ad Occidente, edificando il proprio immaginario gotico su modelli europei e americani. Hajime Satô - che di lì a pochi anni avrebbe firmato Distruggete D.C. 59: da base spaziale a Hong Kong (1968), summa dell'horror fantascientifico della casa di produzione Shochiku - realizza un lavoro anomalo che mescolava i codici della casa stregata attraverso una sensibilità visiva in debito con Roger Corman, i thriller gotici italiani, gli Invasati (1963) di Robert Wise e la tradizione di Edgar Wallace. Il risultato è un ibrido affascinante e contraddittorio. Questa la storia. Quando il marito di Yoshie (Yûko Kusunoki) muore in un istituto psichiatrico, la donna è tormentata da sogni ricorrenti legati alla sua fine. Un avvocato comunica alla donna di aver ereditato una villa acquistata dal defunto nell'ultimo mese di lucidità. Recatasi sul posto, Yoshie trova ad accoglierla Genzo (Kô Nishimura), un inquietante custode gobbo, corvi aggressivi e un'atmosfera che trasuda malessere: ombre sui muri, urla notturne, rievocazioni di atrocità passate. Quando suoceri e avvocato raggiungono la villa, la situazione precipita. Una medium avverte la presenza di Satana tra le mura e dà il via a una seduta spiritica che scatena forze incontrollabili. La fotografia in bianco e nero costruisce un'atmosfera cinerea e densa: la villa, con i suoi corridoi scricchiolanti e le cantine umide, somiglia più a una magione vittoriana che a una qualsiasi location giapponese, il tutto accompagnato dalla colonna sonora di Shunsuke Kikuchi, compositore la cui carriera attraverserà decenni di cinema di genere nipponico. Sul piano narrativo il film procede per accumulo atmosferico piuttosto che per rigore narrativo. La trama, che intreccia eredità maledette, follia, sensi di colpa, segreti di famiglia e incursioni soprannaturali, perde più di una volta la propria coerenza interna, alternando momenti di autentica tensione a derive che disorientano o soluzioni buttate lì senza troppa raffinatezza; basti vedere come entra in scena la sensitiva, la quale… passava di lì e ha avvertito la presenza del Maligno! Un’arbitrarietà narrativa involontariamente comica sulla quale, tutto sommato, si può soprassedere visti i vantaggi “atmosferici” del tutto superiori a questi strappi in sceneggiatura. Fra gli interpreti emerge Kô Nishimura che plasma il suo custode gobbo con una fisicità ambigua che evoca i villain del gotico europeo senza ridursi a pura citazione. Il finale, leggibile come un vero e proprio orrore collettivo per il quale il confine tra la colpa dei vivi e la vendetta dei morti si dissolve, è la parte più riuscita del film: poetico, enigmatico, inaspettatamente denso. Quasi un po' fulciano. Il pozzo di Satana rimane un oggetto cinematografico irrisolto, un unicum nel panorama dell'horror giapponese, sospeso tra eleganza formale e caos drammaturgico. Perfetto per la seconda serata nel lettone. Voto largo.


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Titolo originale

Kaidan semushi otoko

Regista:

Hajime Satô

Durata, fotografia

81', b/n

Paese:

Giappone

Anno

1965

Scritto da Exxagon nell'aprile 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0