la 13ma Vergine
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Bürgstadt, un tempo indefinito che oscilla tra Settecento e Ottocento, a guardare i costumi dei protagonisti che non sanno decidersi. Il conte Frederic Regula (Christopher Lee) sale al patibolo per avere ucciso dodici fanciulle nell'ambito di un macabro protocollo alchemico: dal loro sangue avrebbe dovuto distillare l'elisir dell'immortalità, ma la tredicesima vittima designata è sfuggita e, con la sua testimonianza, lo ha consegnato al boia. La sentenza sceglie lo squartamento per trazione con quattro cavalli. Trentacinque anni più tardi, l'avvocato Roger Mont Elise (Lex Barker), orfano cresciuto senza notizie delle sue origini, riceve una lettera firmata proprio dal defunto conte, con invito al castello di Andonai: l'occasione, spera, per ricostruire il proprio albero genealogico. Sulla carrozza, sale prima un prete, poi la baronessa Lilian (Karin Dor), reduce dall'assalto di una banda di predoni sventato dallo stesso Roger. La comitiva attraversa una foresta popolata da impiccati appesi ai rami e nebbie sospette. All'arrivo, il castello si rivela abbandonato in superficie ma perfettamente conservato nei sotterranei, luogo in cui il fedele Anathol, servitore risvegliato dalla morte con un residuo di elisir, imprigiona gli ospiti in attesa di riportare in vita il padrone. Il piano ricalca il precedente: uccidere la baronessa, figlia della tredicesima vergine, per completare la formula, e giustiziare Roger, figlio del giudice che condannò il conte. Stravaganza gotica firmata Harald Reinl e sceneggiata da Manfred R. Köhler, la Tredicesima vergine tenta l'operazione ambiziosa di trasferire in Germania il gotico italo-cormaniano, saccheggiando con dichiarata devozione “Il Pozzo e il pendolo” di Poe, gli affreschi cromatici di Mario Bava e la sensibilità B-movie di Roger Corman. Il risultato è un ibrido teutonico ridondante e pittoresco che affronta il materiale con serietà tale da sfiorare l'inconsapevole autoparodia: le scenografie ammassano teschi e manichini martoriati sino ad evocare “il Giardino delle delizie” di Bosch e i colori esplodono in un modo barocco-pop. Memorabile la traversata della foresta infestata, calco di una simile sequenza visibile ne la Maschera del demonio (1960), qui riletta con venature comico-grottesche a motivo del cocchiere terrorizzato. Christopher Lee (1922-2015) presta il consueto carisma sepolcrale a un cattivo di seconda fila, vittima di una gestione produttiva che lo tiene troppo defilato. Lex Barker, dal canto suo, inamidato oltre i limiti, resta identico a se stesso persino sotto la lama del pendolo. Karin Dor si limita alla decorazione. La partitura easy-lounge di Peter Thomas svirgola in stranianti derive quasi psichedeliche, contribuendo ad addolcire le velleità gotiche in favore di una fiabesca innocuità. Concepito come primo tassello di una saga rimasta sul nascere per l'esito commerciale sfavorevole, il film è uno dei figli dalla filmografia di Reinl, regista prolifico di noir e krimi come lo Strangolatore dalle 9 dita (1963) e responsabile di due Mabuse (il Ritorno del dottor Mabuse, 1961; gli Artigli invisibili del dottor Mabuse, 1962), poi, curiosamente, approdato sul finire di carriera al documentario di archeologia esoterico-ufologica con gli Extraterrestri torneranno (1970) derivato dal noto saggio di Erich von Däniken. Sopravvive come episodio isolato, e proprio per questo prezioso, del gotico tedesco, rielaborazione creativa di suggestioni provenienti da altri paesi. Seppure non meriti un pieno recupero, può meritare, tuttavia, una visione da parte dell'appassionato.
Fast rating
Titolo originale
Die Schlangengrube und das Pendel
Regista:
Harald Reinl
Durata, fotografia
84', colore
Paese:
Germania Ovest
Anno:
1967
Generi e Temi
Scritto da Exxagon nell'agosto 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0
