l'Ascensore
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In un anonimo palazzo per uffici di Amsterdam, un ascensore inizia a manifestare comportamenti inspiegabili. Dopo che un temporale provoca un blackout, quattro persone rimangono intrappolate nella cabina e rischiano il soffocamento. Da quel momento, gli incidenti si moltiplicano. Il tecnico Felix Adelaar (Huub Stapel), chiamato a risolvere quelli che sembrano semplici guasti, si trova di fronte ad anomalie che sfuggono a qualsiasi spiegazione razionale. Felix sviluppa un'ossessione crescente per l'ascensore che finisce per erodere il rapporto con la moglie Saskia (Josine van Dalsum), convinta che il marito abbia una relazione con la giornalista Mieke de Beer (Willeke van Ammelrooy). Quest'ultima, fiutando lo scoop, si allea con Felix e, insieme, risalgono la catena fino alla multinazionale americana Rising Sun, responsabile dell'installazione di un processore sperimentale.
LA RECE
Un oggetto quotidiano diventa dispositivo persecutorio con un'intuizione horror-fantascientifica che anticipa le ansie contemporanee sull'IA, sostenuta dall'umorismo nero nordeuropeo e da un climax finale di notevole intensità fisica. Il film paga, tuttavia, il prezzo di una seconda parte appesantita dalla sottotrama coniugale irrisolta e da una razionalizzazione pseudo-scientifica che raffredda il perturbante nel momento in cui pretende di spiegarlo. Resta un piccolo oggetto di culto del cinema olandese anni Ottanta.
Esordio di Dick Maas (Amsterdamned, 1988) nel lungometraggio con un'intuizione di notevole efficacia: trasformare uno degli oggetti più banali della vita urbana in un dispositivo di morte. De Lift si colloca nella zona di confine tra horror e fantascienza che il cinema europeo degli anni Ottanta frequentava con meno mezzi ma spesso con più audacia concettuale rispetto alle produzioni americane. Realizzato con un budget di circa 300.000 dollari, il film ottenne una circolazione europea significativa, alimentata dal passaparola e dall'acquisizione per la distribuzione internazionale in versione doppiata in inglese. L'operazione funziona soprattutto per la sua capacità di trasformare l'ascensore in un oggetto persecutorio, nel senso quasi clinico del termine. La cabina metallica concentra, in pochi metri quadrati, un repertorio di paure arcaiche: il blocco, la caduta, il soffocamento, l'impossibilità di fuga, paradigma di ogni claustrofobia che voglia chiamarsi tale. Per chi sia interessato ad una nota clinica in più sul tema, diciamo che il sintomo claustrofobico si struttura come espressione somatica e spaziale di un legame primario vissuto come fagocitante; per Melanie Klein l'angoscia claustrofobica trae origine da primitive fantasie inconsce relative al corpo materno, e la fobia per gli spazi chiusi rappresenterebbe clinicamente il terrore di rimanere intrappolati all'interno di questo contenitore (il claustrum), percepito come persecutorio, oppressivo e ritorsivo; quindi, come sottolineò anche la Mahler, il sintomo emergerebbe come angoscia di perdere i propri confini identitari e la propria autonomia, riflettendo la paura di essere annullati e "riassorbiti" in una relazione asfissiante (inglobamento). E con queste carte interpretative, potremmo anche comprendere meglio certe creazioni artistico-erotiche quali il “Pregfur” e, soprattutto, il “Vore”, che, come estrema difesa, erotizzano il temuto. Tornando al film, quando le porte si aprono e chiudono davanti a una bambina come in un gioco di seduzione meccanica, il film tocca una corda perturbante, evocando quella zona in cui l'architettura smette di proteggere e diventa trappola. L'ascensore non si limita a uccidere, ma allestisce il rituale della punizione, dilata l'attesa, si diverte. Eppure, Maas non sfrutta mai la claustrofobia come leva drammatica diretta, preferendo lavorare su ciò che circonda la cabina: i corridoi vuoti, il vano corsa come gola verticale, il palazzo stesso come organismo anestetizzato. L'umorismo nero che permea il film rappresenta un'ulteriore cifra interessante: l'apertura con un urlo che si rivela una risata stridula, il montaggio che accosta una decapitazione a un tagliasigari, il passaggio dai corpi soffocati in cabina al suono di un'ambulanza giocattolo del figlio di Felix. Passaggi che tradiscono un gusto per il grottesco nordeuropeo, più vicino al cinismo di un Paul Verhoeven che alla comicità macabra del filone italiano. In uno dei momenti migliori, una mano spunta dal bordo dell'inquadratura per coprire la bocca di Felix, creando un istante di tensione prima di rivelarsi la mano dello stesso protagonista. Il problema de l'Ascensore risiede nella seconda metà. Se la prima parte costruisce un'angoscia diffusa e metaforica che funziona perché resta innominata, la seconda si impantana in una doppia zavorra: da un lato la sottotrama coniugale di Saskia, insistita e mai risolta, che sottrae tensione senza aggiungere profondità (notare la somiglianza fra il cipiglio della giornalista Gianna Brezzi di Profondo Rosso, 1975, e quello della giornalista Mieke); dall'altro, la razionalizzazione pseudo-scientifica del chip proteico, che raffredda il gioco nel momento in cui pretende di dargli un nome, benché, senza volerlo, l'idea diviene oggi aggiornatissima relativamente alle derive della nanotecnologia e della IA. Quasi profetico. Huub Stapel, un po' in sentore estetico con l'Al Pacino dei tempi che furono, pare il Serpico dei tecnici d'ascensore e costruisce un protagonista credibile nella sua ordinarietà operaia, un uomo la cui compulsione a risolvere il guasto tradisce il bisogno di compensare una certa piattezza famigliare che ottiene manifesta rappresentazione con la crisi di gelosia della moglie (davanti ai bambini piccoli, peraltro). Attorno a lui, un ecosistema - spazi vuoti, neon freddi, cieli plumbei - che pare funzionare come proiezione visiva di un mondo emotivamente svuotato in cui la tecnologia prende vita, tantopiù l'affettività si contrae. Fratello minore di HAL 9000 e Videodrome (1983), de Lift andava ad arricchire l'immaginario degli anni Ottanta in cui il progresso informatico è la promessa di un'efficienza che nasconde un potenziale di disumanizzazione. Maas tornerà sul tema con il remake Down: Discesa infernale (Down a.k.a. the Shatf, 2001) con Naomi Watts.
TRIVIA
Dick Herman Willem Maas (1951) dixit: “Quando l'Ascensore uscì in Olanda ebbe un enorme successo al botteghino e fu il primo film olandese a essere distribuito in tutto il mondo dalla Warner Bros. Da allora si parlò di un remake in lingua inglese. Dato che avevo molte altre cose per la testa, come Flodder e Amsterdamned, rifiutai. Negli anni Novanta diverse altre case di produzione americane mi contattarono per un sequel e, in qualche modo, l'idea iniziò a piacermi. Nel corso degli anni, scrissi diverse sceneggiature e, alla fine, ne trovai una che mi piaceva; era l'occasione per migliorare il primo film, realizzato con un budget molto basso (300.000 dollari), e cercare di renderlo più interessante. Mi ha sempre incuriosito il fatto che nessuno negli Stati Uniti avesse mai girato un film o scritto un libro - Stephen King, dov'eri? - su un ascensore assassino. Gli ascensori sono una parte fondamentale della vita americana, quindi perché non sono diventati il soggetto di uno dei vostri grandi blockbuster? Ho cercato di darvi una mano realizzandolo io stesso.” (Notcoming.com).
⟡ Dick Maas è stato licenziato a metà produzione a causa delle continue discussioni con il produttore Matthijs van Heijningen sul casting e perché Maas ha insistito perché facesse la musica da solo. Tuttavia, Maas ha continuato a lavorare durante il giorno stesso del licenziamento ed è stato riassunto il giorno dopo, perché Van Heijningen non poteva realizzare il film senza di lui, dato che era un regista poco costoso. Maas ha composto l'intera partitura su due sintetizzatori presi in prestito: un Jupiter 8 e un Juno 60. La registrazione ha richiesto solo un giorno. E dato che i diritti cinematografici non erano del regista, ma lo erano solo quelli della colonna sonora, Maas, finora, ha guadagnato più soldi con la musica composta per il film che con il film stesso.
⟡ Tutti gli attori hanno eseguito le proprie scene pericolose, poiché non c'era la possibilità di permettersi stuntman. Ad esempio, per proteggere gli attori, la scena in cui la testa di Gerard Thoolen rimane incastrata tra le porte dell'ascensore è stata filmata all'indietro; una barra d'acciaio è stata posizionata sotto l'ascensore come protezione, ma c'erano seri dubbi che la sbarra potesse effettivamente contenere l'ascensore in caso di rottura.
⟡ A parte l'interno dell'ascensore e un minuscolo pezzo di vano dell'ascensore, l'intero film è stato girato sul posto. Lo scenografo Harry Ammerlaan è riuscito ad allestire lo stesso corridoio in molti modi diversi per dare l'idea di diversi piani dell'edificio. Ammerlaan mantenne anche il pavimento costantemente bagnato per mantenerlo lucido e più inquietante.
⟡ Una copia del film sottotitolata frettolosamente venne proiettata a Cannes ed è fu un tale successo che la Warner Bros ne acquistò i diritti di distribuzione.
⟡ Dick Maas aveva bisogno dell'aiuto di un produttore di ascensori per realizzare il film e la nota azienda Schindler, interessata al progetto, diede la sua piena collaborazione. Questa collaborazione con la Schindler fu “benedetta” dal produttore chiamando il vecchio tecnico Breuker con il nome del vero amministratore delegato della Schindler Liften di quegli anni.
⟡ Il video musicale di «When the lady smiles» del gruppo rock olandese Golden Earring, anch'esso diretto da Dick Maas, contiene una scena in cui una donna entra in un ascensore. Allo stesso tempo, Felix, protagonista del film, esce dall'ascensore adiacente.
⟡ Ai membri della crew veniva spesso chiesto di inserirsi come extra. Ad esempio, l'addetta al catering Mariëlle Sprong appare come la segretaria Piet Römerdella.
⟡ L'edificio per uffici Kronenstede, dove si trova l'ascensore, è ancora operativo con questo nome. Durante il film, dopo il primo incidente con l'ascensore, Felix riceve una telefonata e menziona il numero civico 14: è corretto poiché l'edificio si trova su laan van Kronenburg 14, ad Amstelveen.
⟡ La sequenza di apertura, un'idea del cameraman Marc Felperlaan, è ispirata alla sequenza di apertura di Guerre stellari (1977).
⟡ Dick Maas ha fortemente voluto l'attore Huub Stapel nel cast, mentre il produttore Matthijs van Heijningen avrebbe voluto un attore più noto per la parte principale. Il film ha portato a una cooperazione a lungo termine tra Maas e Stapel per altri 5 film girati dal primo.
⟡ Nella scena in cui Felix e la giornalista vanno a visitare l'azienda Rising Sun, puoi vederli mentre guidano in quello che sembra essere un grande cantiere. In effetti, ciò che si stava costruendo lì nel 1983 era ciò che sarebbe diventata la cittadina olandese di Almere.
⟡ Il cognome dell'agente immobiliare che tenta aggressivamente di vendere l'appartamento al cieco è Spekkinga. Un in-joke in lingua olandese, dato che «(de kas) spekken» significa “riempire la cassa (di soldi)”.
⟡ Il film venne girato in parallelo col drammatico Een zaak van leven of dood per risparmiare sulle spese e il produttore Matthijs van Heijningen pensava che l'Ascensore, produzione secondaria, avrebbe reso molto meno del primo. Andò esattamente al contrario.
⟡ La società elettronica Rising Sun è un riferimento al Giappone, nazione che, negli anni Ottanta, dominava a livello di immaginario collettivo qualsiasi prodotto tecnologico.
⟡ Dick Maas ha ancora la testa fittizia originale della guardia notturna decapitata. È conservata al sicuro in una scatola nella soffitta di casa sua.
⟡ Quando Saskia e Felix litigano a tavola, la reazione spaventata dei bambini è reale, poiché non erano stati avvisati che i due adulti avrebbero simulato un litigio.
Fast rating
Titolo originale
De Lift
Regista:
Dick Maas
Durata, fotografia
95', colore
Paese:
Olanda
Anno:
1983
Generi e Temi
Scritto da Exxagon nell'agosto 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0
