Attrice
Arcadia Lake: la donna che uscì di casa e non tornò più
West Hollywood, primi anni Ottanta. Dalla finestra di un appartamento si vede la piscina del condominio illuminata di una luce azzurrina e vagamente irreale. Un uomo la fissa in silenzio. Alle sue spalle, una giovane donna dalla pelle chiarissima e dai lineamenti orientali pronuncia una frase breve, quasi cortese: «Ti lascio». Poi esce. Non prende i vestiti, non prende i braccialetti di giada né gli anelli a cui teneva tanto; non lascia un indirizzo, un recapito, un biglietto. L'uomo si chiama Eric Edwards ed è una delle figure più longeve del cinema porno americano; la donna, per il pubblico, si chiama Arcadia Lake. Da quella notte di lei resteranno soltanto voci di seconda mano, una lapide che forse appartiene a un'altra donna e un nome anagrafico, Michelle Carpenter, che nessuno, a parte lui, ha mai potuto confermare.
Fallin' Stars ha raccontato molte cadute; questa è diversa, perché non sappiamo nemmeno dove sia avvenuto l'impatto. O se sia avvenuto davvero.
Et in Arcadia ego: un nome che era già un paesaggio
Nella tradizione classica, l'Arcadia è la terra dei pastori e dell'innocenza perduta, un altrove luminoso dove la vita scorre semplice. I pittori del Seicento, però, vi collocarono un sepolcro con un'iscrizione inquietante, Et in Arcadia ego: «In Arcadia ci sono anche io», dice la morte. Non sappiamo chi abbia scelto quel nome d'arte, né perché; sappiamo soltanto che raramente un nome fu più profetico.
Le notizie sulla sua vita prima del cinema sono scarne e, come quasi tutto in questa storia, non concordano fra loro. Le ricostruzioni più diffuse la vogliono nata a Brooklyn, New York, il 3 settembre 1958 (IMDb indica invece il 1957). Figlia unica, cresciuta senza padre da una madre sola di origine asiatica: cinese secondo alcune fonti, giapponese secondo il giornalista Jared Beasley, che ne riporta anche il cognome di famiglia, Tamaya. I colleghi la ricordano bellissima e intelligente; il regista Carter Stevens parlava della pelle più bella che avesse mai visto: «chiara come porcellana». Ron Jeremy sosteneva che, prima di tutto il resto, avesse insegnato educazione fisica e aerobica: un dettaglio apparentemente marginale che, però, tornerà nell'ultimo capitolo conosciuto della sua vita.
A introdurla nel sottobosco dello spettacolo newyorkese degli anni Settanta fu il fidanzato dell'epoca, un musicista senza lavoro che la convinse a tentare. Era il 1977. Michelle aveva diciannove anni, o forse venti.
Show World, 1977: cinque spettacoli e un numero di telefono
Aveva girato soltanto qualche breve filmato, i cosiddetti loops, quando incrociò Robert Everett, per tutti Eric Edwards: un attore nato nel Michigan nel 1945, di dodici anni più grande, con una formazione teatrale alle spalle e una carriera che lo avrebbe reso, unico al mondo, presente nel cinema per adulti in ogni decennio dagli anni Sessanta ai Duemila. Edwards viveva allora in un appartamento sulla 57ª Strada. Al Rialto Report, la rivista online che da anni raccoglie la memoria orale di quella New York, ricordò un'intesa immediata e lo scambio dei numeri di telefono. Pochi giorni dopo lo chiamò il manager dello Show World Center, il grande emporio dell'intrattenimento a luci rosse all'angolo fra l'Ottava Avenue e la 42ª Strada, nel cuore di una Times Square ancora sordida e vitale: cercavano una sostituta per un "fucking live show", e qualcuno aveva fatto il suo nome. Quel qualcuno era lei. Edwards, che non aveva mai lavorato sul palco in quel genere di numeri, accettò. Quel giorno si esibirono insieme cinque volte, e, a suo dire, si divertirono molto: sul palco e, soprattutto, fuori. Fu l'inizio di una storia che, almeno per lui, non sarebbe mai finita davvero.
La breve stagione di Debbie Does Dallas
Edwards capì subito il potenziale di quella ragazza e divenne il suo mentore: le presentò le persone giuste, le procurò lavoro. Nel 1978, scritturato per The Pussycat Ranch, convinse il regista John Christopher ad affidarle una piccola parte; lei la affrontò con una serietà professionale che sorprese tutti, ed ebbe così il suo primo ruolo di qualche peso in un lungometraggio. Da lì la sua carriera accelerò: Misbehavin', Insane Desires, Business as Usual, tutti nello stesso anno.
Poi arrivò Debbie Does Dallas, in Italia Giochi maliziosi, sempre nel 1978: il film che, complice uno scandalo legale con le cheerleader dei Dallas Cowboys, uscì dai cinema a luci rosse per diventare un fenomeno di costume. Arcadia aveva un ruolo di contorno in quel film, ma bastò a renderla un volto riconoscibile. Seguirono, fra il 1979 e il 1982, una quarantina di titoli complessivi, più di trenta dei quali accanto a Edwards: Babylon Pink, Fascination, Robin's Nest, Neon Nights, Amanda by Night, Indecent Exposure, sul cui set, raccontò lui, si innamorò di lei per la prima volta.
Vale la pena di annotare una coincidenza che sembra uscita da una sceneggiatura troppo insistita: anche la protagonista di Debbie Does Dallas, Bambi Woods, sparì dalla circolazione negli anni Ottanta. Nel 2005 fu ipotizzato che fosse morta nel 1986 di overdose senza che le circostanze venissero approfondite. Nel 2007, emerse un'intervista che lasciava intendere che Bambi Woods fosse viva e risiedesse in California con il marito e i figli. Anche questo, però, non è certo, perché l'intervistatore non incontrò di persona l'intervistata con la quale aveva colloquiato solo via email.
«Arcadia and Eric in Eden»: l'idillio giamaicano
Fuori dai set, Arcadia ed Eric erano innamorati. Viaggiavano molto, e spesso si pagavano gli spostamenti con servizi fotografici scattati nei luoghi che visitavano. Uno di questi, realizzato in Giamaica e pubblicato dalla rivista High Society, portava un titolo che oggi suona come un presagio rovesciato: Arcadia and Eric in Eden. Era un rapporto curiosamente sereno per l'ambiente in cui nasceva, poco geloso, fondato su una comprensione reciproca che sembrava solida. Ma Arcadia portava con sé una dipendenza, da eroina e cocaina, in seguito tenuta a bada con il metadone. Quando Edwards se ne rese conto non fuggì: decise di aiutarla. Le propose di disintossicarsi proprio in Giamaica, lontano da New York, e i mesi che seguirono furono durissimi. Ne uscirono, o così parve. Anni dopo, Edwards avrebbe riassunto quella stagione con una frase disarmante: «Almeno mi sono goduto qualche anno in cui lei era pulita. Sono stati gli anni migliori della mia vita». Lei, però, gli aveva detto un'altra cosa, più lucida e più crudele: «Una volta tossica, tossica per sempre».
West Hollywood: la tentazione di una vita qualunque
Tornati sobri, capirono che New York, con le sue strade e i suoi giri, avrebbe rappresentato un invito permanente alla ricaduta. Nel 1982 caricarono le loro cose su un furgone Dodge nero e attraversarono il Paese; si fermarono a Denver per un ingaggio al Capri Theater, necessario a pagarsi il viaggio, e infine si stabilirono a West Hollywood. Lì trovarono una comunità accogliente di persone del mestiere, e la sensazione, rara, di poter ricominciare. Edwards trovò subito lavoro, abbastanza da permettere alla coppia di vivere con agio. Le offerte per lei, invece, si diradarono, e non per caso: Eric era sempre più a disagio all'idea che continuasse a recitare, conoscendone la fragilità e temendo ciò che quell'ambiente poteva farle. Del resto, in un'intervista concessa nel 1982 alla rivista Starlet, fu lei stessa a dichiarare di non voler proseguire in quel settore; e infatti il 1982 è l'anno del suo ultimo film. Prima di uscire di scena, comparve ancora accanto a Edwards in The Prey, un horror a bassissimo costo ambientato fra i boschi, uscito nelle sale americane nel 1984: l'unica incursione della sua carriera nel cinema «di genere», e un piccolo cult per gli appassionati di slasher dell'epoca.
Lontano dai set, Arcadia trovò un impiego come istruttrice di aerobica in una palestra del quartiere. Per un po' sembrò che la cosa funzionasse: era in salute, appariva felice, impegnata in una vita finalmente ordinaria. Per qualche mese, Michelle Carpenter sembrò aver riconquistato la propria Arcadia.
La ricaduta
La quiete durò poco. A una festa nel loro stesso condominio, entrambi entrarono in contatto con il PCP, la cosiddetta «polvere d'angelo». In palestra, intanto, Arcadia aveva stretto amicizia con una ragazza che, insieme al fidanzato, faceva uso di droghe. Le vecchie abitudini si risvegliarono con la puntualità che conosce chiunque abbia lavorato con le dipendenze: lei spariva per ore e tornava visibilmente alterata. La situazione precipitò quando Edwards dovette partire per New York per girare un film. Al ritorno la trovò in condizioni gravi: confusa, sotto l'effetto di sostanze, sveglia da giorni. Non volendo lasciarla sola, la portò con sé sul set successivo, a San Francisco; ma il nuovo ambiente peggiorò le cose. Lì Arcadia e un'altra persona della troupe cominciarono a farsi di speedball, il micidiale cocktail di eroina e cocaina. Ed è qui che la storia compie la sua svolta più amara.
Edwards, sentendosi impotente, escluso, desideroso di ritrovare un contatto con lei, prese la decisione che avrebbe pagato per anni: provò anche lui. Era la sua prima volta con quelle sostanze, e fu l'inizio della sua stessa dipendenza. Chi si occupa di relazioni d'aiuto conosce bene questa dinamica, quasi mitologica: Orfeo che scende negli inferi per riportare indietro Euridice e finisce per restarci impigliato. Tornati a Los Angeles, la loro vita fu interamente assorbita dalla droga. Il rapporto affettuoso e complice degli anni newyorkesi si trasformò in qualcosa d'altro: bisogno, rancore, disperazione condivisa.
«Little Bird»: la porta che si chiude
Si arriva così alla notte da cui siamo partiti: lui alla finestra, la piscina illuminata, lei che annuncia di volersene andare. Uscì lasciando tutto, compresi i gioielli di giada che amava. È un dettaglio curioso: chi vive di espedienti per procurarsi la dose raramente abbandona oggetti che si possono vendere. Edwards, negli anni, ha formulato varie ipotesi sulle ragioni di quella partenza: forse lo lasciò per amore, per non trascinarlo ancora più a fondo; forse tentò un'ultima, disperata disintossicazione in solitudine; forse capì che, finché fosse rimasta accanto a un uomo destinato a trascorrere tutta la vita lavorativa in quell'industria, non sarebbe mai riuscita a sottrarsi davvero alla sua ombra. Solo congetture.
Da quella notte, ogni traccia pubblica di Arcadia Lake si interrompe.
Una lapide a Oswego: cronaca di una morte non accertata
Per anni, la versione ufficiosa è stata una sola, ripresa da quasi tutti i database cinematografici: Arcadia Lake, all'anagrafe Michelle Carpenter, sarebbe morta di overdose accidentale il 13 settembre 1991, nella contea di Oswego, nello Stato di New York. La fonte, a ben vedere, è sempre la stessa: Eric Edwards. Ed è qui che il giornalista e scrittore Jared Beasley ha deciso di scavare, con risultati sorprendenti. Edwards ha sempre raccontato di aver appreso la notizia nel momento stesso in cui riceveva un premio alla carriera: un uomo presente alla cerimonia gli avrebbe detto che Arcadia era morta. Ma il riconoscimento in questione, il Lifetime Achievement Award della Free Speech Coalition, gli fu assegnato nel 1990, un anno prima della data di morte che tutti riportano. Dell'uomo che gli avrebbe dato la notizia, Edwards non ha mai fornito il nome né altri dettagli.
Esiste, è vero, una lapide con il nome di Michelle Carpenter e date compatibili, in un piccolo cimitero della contea di Oswego, fra le cittadine di Mexico e Pulaski: luoghi con cui l'attrice non risulta avere avuto alcun legame. E il 14 settembre 1991 il Watertown Daily Times pubblicò effettivamente il necrologio di una Michelle Carpenter. Solo che quella donna era morta di cancro, non di overdose; era nata Michelle Hageny e aveva preso il cognome Carpenter sposando, nel 1984, un certo Stanley Carpenter; e nel 1977, mentre Arcadia si esibiva allo Show World sull'Ottava Avenue, stava terminando gli studi di economia a Syracuse. Una vita perbene, di provincia, che con quella di Arcadia non ha nulla in comune se non un cognome acquisito.
A complicare ulteriormente il quadro, nella stessa zona risulta oggi residente un'altra Michelle M. Carpenter, dell'età che Arcadia avrebbe adesso. Quasi certamente non è lei; ma la sua esistenza dimostra quanto sia facile, in America, che un nome comune si perda fra mille omonimi, e quanto sarebbe stato semplice, per chi lo avesse voluto, lasciar morire una leggenda e ricominciare in una cittadina qualsiasi.
C'è poi un ultimo paradosso, il più vertiginoso di tutti. Il nome Michelle Carpenter fu reso pubblico soltanto dopo la presunta morte, e a renderlo pubblico fu, ancora una volta, Edwards. Ciò significa che non abbiamo alcuna prova indipendente nemmeno della sua vera identità. Nessun articolo di giornale sulla morte, nessuna copertura mediatica, nessun funerale documentato: soltanto il racconto di un uomo innamorato, un premio con la data sbagliata e la tomba di una sconosciuta. È per questo che Beasley, e con lui altri ricercatori, considerano del tutto plausibile che Arcadia Lake sia ancora viva; e che la voce della sua morte, nata chissà dove, sia stata lasciata circolare, da lei o da entrambi.
Coda: il custode della memoria
Eric Edwards ha continuato a lavorare per quasi tutta la vita, raccogliendo premi e ingressi nelle varie Hall of Fame del settore. Poi, nel 2005, un tumore al colon, la bancarotta per pagare le cure, un periodo vissuto in una tenda in un bosco poco fuori Los Angeles. Ne è uscito, almeno in parte. Ma nel 2023 gli è stata diagnosticata una demenza. L'unico custode della memoria di Arcadia Lake, l'unico testimone della sua vita e l'unica fonte della sua morte, sta perdendo, a poco a poco, la memoria stessa. Forse Michelle Carpenter, o comunque si chiamasse davvero, è morta in una stanza anonima nei primi anni Novanta, e nessuno se ne è accorto. Forse vive oggi in una cittadina di provincia, depositaria di una giovinezza di cui non parla mai. Entrambe le ipotesi sono tristi, in modi diversi; ma la seconda ha almeno la grazia di un lieto fine possibile.
Michelle Carpenter (non verificabile)
Brooklyn, New York, USA, 03/09/1958 (altre fonti: 1957)
Ignoti. Presunta: contea di Oswego, New York, USA, 13/09/1991. Non verificata
Scritto da Exxagon nell'ottobre 2026; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0