Romy Schneider

Attrice

Romy Schneider: il cuore spezzato della più grande attrice europea

La mattina del 29 maggio 1982, in un appartamento al civico 11 di rue Barbet-de-Jouy nel settimo arrondissement di Parigi, Laurent Pétin trovò il corpo senza vita di Romy Schneider china sulla scrivania, con una penna ancora stretta tra le dita e una lettera incompiuta le cui parole si interrompevano a metà frase. Aveva quarantatré anni. Con quella penna, e con quel gesto interrotto, si chiudeva una delle vite più luminose e devastate del cinema europeo del Novecento, una parabola che dal fiabesco splendore delle corti imperiali asburgiche era precipitata nell'abisso di una solitudine senza fondo. La morte di Romy Schneider resta, ancor'oggi, avvolta in un'ambiguità che nessuna indagine ufficiale ha mai sciolto: arresto cardiaco o suicidio?

La principessa prigioniera del suo mito

Rosemarie Magdalena Albach nacque il 23 settembre 1938 a Vienna, sei mesi dopo l'Anschluss, in una famiglia nella quale il palcoscenico era destino ereditario. Il padre, Wolf Albach-Retty, era un celebre attore del Volkstheater viennese; la madre, Magda Schneider, una diva del cinema musicale tedesco degli anni Trenta che Hitler in persona aveva eletto tra le sue attrici preferite, un'ombra che avrebbe avvelenato per sempre il rapporto madre-figlia. I genitori divorziarono nel 1945, e la piccola Rosemarie crebbe tra le Alpi bavaresi, affidata alle cure dei nonni materni a Schönau am Königssee, in un'infanzia segnata dall'assenza e dal silenzio. Il patrigno, Hans Herbert Blatzheim, si sarebbe rivelato una figura tossica: anni dopo, Romy lo avrebbe accusato di molestie e di aver dilapidato i suoi guadagni. A quattordici anni, nel 1953, Rosemarie debuttò al cinema accanto alla madre in Wenn der weiße Flieder wieder blüht (Quando rifiorisce il bianco lillà). Due anni dopo, il regista Ernst Marischka le affidò il ruolo che l'avrebbe consacrata e intrappolata per sempre: quello dell'imperatrice Elisabetta d'Austria nella trilogia di Sissi (la Principessa Sissi, 1955; Sissi - la giovane imperatrice 1956; Destino di un'imperatrice, 1957). I tre film furono un fenomeno senza precedenti nel mondo germanofono e trasformarono un'adolescente in un'icona. Ma Romy odiava quella gabbia dorata con una ferocia che non nascondeva: «Sissi mi si è appiccicata addosso come un porridge», dichiarò. Rifiutò un quarto episodio e giurò a se stessa che avrebbe demolito quell'immagine zuccherosa.

Il prezzo di quella liberazione fu Parigi. E il suo nome fu Alain Delon.

Romy e Delon Si incontrarono il 10 aprile 1958 all'aeroporto di Orly, sul set di l'Amante pura. Lui aveva ventitré anni, lei venti. La stampa francese li battezzò "les fiancés éternels", poi "les amants magnifiques", fidanzati eterni, amanti magnifici. Si fidanzarono ufficialmente il 22 marzo 1959. Per lui, Romy abbandonò la Germania, la carriera consolidata, la lingua materna; si installarono in un triplex parigino sopra la Senna, nei pressi della casa di Balzac, e per cinque anni furono la coppia più fotografata d'Europa. Ma Delon era un uomo inquieto, infedele, impossibile da trattenere. Nel 1963 pose fine alla relazione lasciandole un biglietto accanto a un mazzo di rose. Sposò poco dopo Nathalie Barthélémy, già incinta di suo figlio. Romy non si riprese mai del tutto da questa prima devastazione sentimentale. Alcune fonti parlarono di un tentativo di suicidio. Eppure il legame tra loro sopravvisse alla rottura: un filo invisibile, doloroso e indistruttibile, che li avrebbe uniti fino alla morte di lei, e oltre. Fu Delon a richiederla espressamente per La Piscina (1969), il capolavoro di Jacques Deray che rimise insieme i due ex amanti in una tensione erotica e psicologica incandescente. E fu Delon, tredici anni dopo, a vegliare il suo corpo per l'ultima notte, a scattare tre fotografie che avrebbe portato nel portafoglio per il resto della vita, e a scrivere il più straziante degli addii: «Tu n'as jamais été aussi belle», non sei mai stata così bella.

Da Sissi a Sautet: la metamorfosi di un'attrice

La Romy Schneider che la Francia adottò negli anni Settanta non aveva più nulla della principessa bavarese. Era diventata un'attrice di una certa profondità, nervosa, fragile, magnetica. Il merito fu anche di Luchino Visconti che, per primo, vide oltre il mito, affidandole un ruolo nel suo episodio di Boccaccio '70 (1962) e dichiarandola «una delle attrici più brillanti d'Europa». Poi venne Orson Welles, che la volle nel suo il Processo (1962), ruolo che le valse l'Étoile de Cristal. Ma fu il regista Claude Sautet a rivelarla definitivamente al mondo. La loro collaborazione, cinque film tra il 1970 e il 1978, è una delle più grandi della storia del cinema francese. l'Amante (1970), accanto a Michel Piccoli, la consacrò come star assoluta in Francia. E' simpatico, ma gli romperei il muso (1972), con Yves Montand, ne fece un simbolo di femminilità moderna e complessa. Con l'Importante è amare (1975) di Andrzej Żuławski, dove interpretò un'attrice in declino costretta a recitare in film pornografici, vinse il suo primo César come miglior attrice, il primo della storia, nell'anno inaugurale del premio. Con una Donna semplice (1978), vinse il secondo. Sautet la paragonava a Mozart. Tavernier parlava di Verdi e Mahler. Piccoli la definì «l'attrice più inquieta, fragile e incerta» che avesse mai conosciuto. In quella fragilità risiedeva la sua grandezza: Romy non recitava il dolore, lo abitava.

La catena delle tragedie: 1979-1981

Il decennio si chiuse con il primo anello di una catena di sciagure. Il 15 aprile 1979, domenica di Pasqua, il suo ex marito Harry Meyen, sposato nel 1966 e dal quale divorziò nel 1975, fu trovato impiccato nella scala antincendio della sua casa ad Amburgo. Meyen, nato Harald Haubenstock, figlio di un mercante ebreo deportato e ucciso dai nazisti, sopravvissuto lui stesso al campo di concentramento di Neuengamme, non aveva mai superato i traumi della guerra, né la separazione dal figlio David, né il fallimento professionale. Aveva cinquantaquattro anni. Romy, che si trovava in Messico con la figlia Sarah, ricevette la notizia via telegramma. Nel suo diario scrisse che avrebbe dovuto «prendersi più cura di lui».

Nell'Ottanta recitò a Pavia al fianco di Mastroianni (Fantasma d'amore) e nel maggio 1981, durante le riprese di quello che sarebbe stato il suo ultimo film, le fu diagnosticato un tumore benigno al rene sinistro. Fu operata e le fu rimosso il rene. L'intervento le indebolì il cuore, un dettaglio che diventerà cruciale nella ricostruzione della sua morte. Poi venne il colpo peggiore che una madre possa patire.

Il 5 luglio 1981, una domenica d'estate, il quattordicenne David Christopher Meyen, figlio nato il 3 dicembre 1966, tentò di scavalcare il cancello in ferro battuto della proprietà dei genitori del patrigno Daniel Biasini a Saint-Germain-en-Laye. Scivolò e cadde sulle punte acuminate. Una lancia gli perforò l'arteria femorale. Fu trasportato d'urgenza all'ospedale locale, ma morì sul tavolo operatorio. Romy arrivò che era già troppo tardi. Pochi giorni prima, madre e figlio avevano avuto un violento litigio, David non voleva andare in vacanza con lei e Laurent Pétin. L'ultima memoria che Romy conservò di suo figlio fu quella di un rimprovero. La donna pianse per tre giorni e tre notti consecutive, fino a non riuscire più ad aprire gli occhi; ricevette migliaia di lettere di condoglianze, tra cui una del presidente François Mitterrand. Le compagnie assicurative rifiutarono di coprirla per le ultime riprese del film, convinte che si sarebbe uccisa nei giorni successivi.

L'ultimo film e l'ultimo inverno

Eppure, Romy Schneider tornò sul set. Fu l'amica Simone Signoret a convincerla a completare la Signora è di passaggio (1982), diretto da Jacques Rouffio, accanto a Michel Piccoli. Il film, tratto dal romanzo di Joseph Kessel, racconta di una donna che sacrifica la propria vita per proteggere un bambino ebreo dalla persecuzione nazista, un tema che, alla luce della storia familiare di Romy e della morte di Harry Meyen, assume un peso peculiare. Le riprese, interrotte dalla morte di David, si conclusero tra ottobre e dicembre 1981. La première francese ebbe luogo nell'aprile 1982. In una delle sue ultime apparizioni televisive, intervistata da Michel Drucker, Romy disse con voce ferma: «La vita deve continuare. Il mio lavoro mi dà forza.» Ma in un'altra intervista, precedente e più rivelatrice, aveva confessato: «Sono solo una donna infelice di quarantadue anni, e mi chiamo Romy Schneider.»

Dopo le riprese, Romy fuggì alle Seychelles con la piccola Sarah e Laurent Pétin, ma i paparazzi la inseguirono fin laggiù. Tornò a Parigi, si trasferì nell'appartamento del produttore tunisino Tarak Ben Ammar in rue Barbet-de-Jouy, e acquistò una casa e un lotto nel cimitero del villaggio di Boissy-sans-Avoir, sessanta chilometri a ovest della capitale. Come se stesse preparando il proprio congedo.

Una morte senza risposta

La sera del 28 maggio 1982, Romy cenò con amici e rientrò nell'appartamento intorno alle tre del mattino con Laurent Pétin e Claude Pétin, cognata di Laurent e sua amica intima. Claude avrebbe poi testimoniato che quella sera Romy bevve solo acqua. Pétin andò a dormire; Romy restò alzata per scrivere una lettera a una rivista femminile, scusandosi per un'intervista che non avrebbe potuto sostenere.

Alle sei e trenta del mattino, Laurent Pétin la trovò riversa sulla scrivania, ancora vestita con la camicetta bianca e i pantaloni della sera prima. La penna era ancora nella sua mano. La lettera si interrompeva a metà frase. Chiamò immediatamente i vigili del fuoco, che tentarono invano di rianimarla con un massaggio cardiaco. Il magistrato Laurent Davenas dichiarò la morte per arresto cardiaco e si rifiutò categoricamente di ordinare un'autopsia. La motivazione che fornì sedici anni dopo, in un'intervista a Libération del 1998, resta una delle dichiarazioni più straordinarie nella storia della medicina legale francese: «Sissi non doveva imbarcarsi per il suo ultimo viaggio verso il quai de la Rapée. Non potevo rassegnarmi a distruggere il mito, a farne una carcassa palpata, manipolata, sventrata dalle mani di un patologo.» Il Quai de la Rapée è la sede dell'obitorio di Parigi.

Senza autopsia, senza analisi tossicologiche definitive, la verità sulla morte di Romy Schneider resta per sempre sospesa tra tre ipotesi. La prima: suicidio per overdose di barbiturici, teoria sostenuta dalla polizia nelle prime ore e dalla stampa sensazionalistica, alla luce della depressione devastante e del fatto che le assicurazioni l'avevano giudicata a rischio suicidario solo pochi mesi prima. Alcuni testimoni parlarono di una scatola vuota di Lexomil trovata nel bagno e di una bottiglia vuota accanto alla scrivania. La seconda: arresto cardiaco naturale, tesi ufficiale e posizione difesa strenuamente da Claude Pétin, che dichiarò alla televisione francese nel 2012 di aver assistito a un sondaggio post-mortem dal quale risultò che Romy non aveva ingerito veleni, e attribuì il cedimento cardiaco alla debolezza causata dall'operazione al rene. Anche la figlia Sarah Biasini ha sempre negato che la madre fosse dipendente da alcol o sostanze. La terza, e forse la più plausibile: una morte accidentale per uso eccessivo di farmaci e alcol, non un suicidio deliberato, ma il cedimento fisico. Il giornalista Guillaume Évin, nel suo libro del 2009, concluse che Romy «non si uccise» ma «morì dei suoi eccessi».

L'addio di Alain Delon e l'eterno riposo

Il funerale si tenne il 2 giugno 1982 nella chiesa di Saint-Sébastien a Boissy-sans-Avoir. Lo organizzò Alain Delon, che però non partecipò né alla cerimonia religiosa né alla sepoltura. La notte precedente aveva vegliato il corpo da solo, aveva scattato tre fotografie, e aveva scritto una lettera d'addio: «Non sei mai stata così bella. Vedi, ho imparato qualche parola in tedesco per te: Ich liebe dich, meine Liebe.» In una prefazione scritta poco prima di morire a sua volta, nel 2024, scrisse: «Era la vita. Era mia. So che mi aspetta. In chiesa, tra gli altri, erano presenti Jean-Claude Brialy, Michel Piccoli, Jean Rochefort. Romy fu sepolta con una Stella di David al collo, omaggio al figlio perduto. Sulla lapide è inciso il suo nome di nascita: Rosemarie Albach. Delon fece poi riesumare le spoglie del piccolo David e le fece tumulare accanto alla madre, nello stesso lotto che Romy aveva acquistato poche settimane prima di morire. La piccola Sarah, cinque anni, fu affidata al padre Daniel Biasini e alla nonna Magda Schneider, che sopravvisse alla figlia per quattordici anni, morendo nel luglio 1996. Sarah Biasini è oggi attrice a sua volta.

Vero Nome:

Rosemarie Magdalena Albach

Luogo e data di Nascita:

Vienna, Austria, 23/09/1938

Luogo E Data Di Morte:

Parigi, Francia, 29/05/1982

Scritto da Exxagon nel febbraio 2026; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

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