l'Immoralità

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Voto:

In una villa isolata nella campagna italiana convivono tre solitudini inconciliabili. Il marito (Mel Ferrer), confinato, anche per rinuncia volontaria, su una sedia a rotelle da una malattia invalidante. Sua moglie Vera (Lisa Gastoni), donna dal fascino ancora vivo ma consumata dall'insoddisfazione, cerca nelle avventure notturne un sollievo che non arriva mai. Fra i due, la dodicenne Simona (Karin Trentephol): priva di amicizie, ignorata dalla madre e trascurata dal patrigno, cresce in una zona d'ombra emotiva dove nessun adulto le ha mai fornito gli strumenti per distinguere l'affetto dal possesso. L'equilibrio malato della famiglia si frantuma quando Simona, durante una passeggiata nel bosco, si imbatte in Federico Anselmi (Howard Ross), pedofilo e assassino in fuga dalla polizia. La ragazzina lo nasconde nel rifugio di caccia della tenuta, sottraendolo alle ricerche del tenente incaricato delle indagini (Andrea Franchetti) e alla furia di una milizia privata capeggiata dal violento Antonio (Wolfango Soldati). Il trasferimento del fuggiasco all'interno della villa principale porta alla sua scoperta da parte di Vera che, anziché denunciarlo, gli offre un patto: se si libererà del marito invalido, potranno fuggire insieme con il patrimonio di famiglia.


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LA RECE

Favola nera familiare che inscrive la rivalità fra madre e figlia, la patologia relazionale e la violenza pulsionale in un quadro domestico privo di qualsiasi possibilità catartica, sorretto dalla performance di Lisa Gastoni. Il film oscilla con risultati discontinui, penalizzato da una sceneggiatura che non regge il peso delle proprie ambizioni e da una sequenza controversa che resta, dopo decenni, il piatto forte dell'operazione. Forse l'unico. Opera borderline del cinema italiano anni Settanta, impossibile da raccomandare senza riserve.

Massimo Pirri, lo stesso di Tunnel (1980), alle prese con un cinema italiano di quello che, come si suole dire, adesso sarebbe impossibile fare. Uscito nelle sale italiane il 20 novembre 1978, l'Immoralità divide ancora oggi tra chi vi riconosce un atto di coraggio narrativo - più un rimpianto per un cinema coraggioso che una lode per un film di alta qualità - e chi lo liquida come un esercizio di morbosità pretestuosa, dato che siamo alle prese con il tema della pedofilia, soprattutto mostrata sulla giovane pelle della “misteriosa” Karin Trentephol, la quale esibisce nudità non frontale, seno acerbo e una scena di sesso ovvimente controfigurata. Sul set, la mamma della giovanissima; allora, a posto così. Certo che, fra la sequenza sessuale e la nudità di una ragazzina di 11 o 12 anni (questione di lana caprina), l'Immoralità si fa sì parecchio immorale. Il pensiero vola immediatamente a Maladolescenza (1977) ma questo solo per il tema dell'infanzia sessualizzata e, di certo, per una quota un poco spregevole - diciamo exploitation se vogliamo suonare meno severi - che “obbliga” la sceneggiatura a mettere in quadro sequenze che, francamente, potevano essere evitate in quel modo o rese ellittiche, non perdendo nulla dell'operazione narrativa complessiva. Ma, diciamocelo, de l'Immoralità si direbbe ben poco, a distanza di decenni, se non fosse per la scabrosità di certe sequenze, e questo la dice lunga un po' su tutto. Ad ogni modo, il parallelismo con Maladolescenza è svilente, perché dove quel film usava il corpo di bambini per veicolare tematiche stracotte e una poetica miserella, Pirri, almeno, tenta, sulla struttura dello spaghetti thriller, una certa riflessione sulla patologia relazionale di un microcosmo familiare disfunzionale. C'è un pervasivo tema di prigionia simbolizzato dalla voliera; ogni personaggio è prigioniero del proprio corpo: Ferrer della paralisi, Gastoni dell'invecchiamento, Ross delle proprie pulsioni distruttive. La piccola Simona è un coacervo di tutto ciò. In questo senso, il paragone con Cane di paglia (1971), da molti rivisto nella sequenza dell'assedio della casa, qui rende ancora più esplicito di quanto fece il lavoro di Peckinpah quanto la violenza sia endogena, già inscritta nel tessuto familiare ben prima dell'arrivo del fuggiasco e dell'aggressione proveniente dall'esterno. Interessante la scrittura per il personaggio di Vera, ben resa dalla Gastoni che pare abbia investito in questo ruolo un'intensità che trascende le fragilità della sceneggiatura. La sua Vera non è il semplice stereotipo della ipersessuale disordinata: Vera tenta un contatto emotivo con la figlia, un gesto tardivo e goffo che lascia intravedere, sotto la superficie cinica, la consapevolezza di un fallimento materno irreparabile; tuttavia, la donna sessualizza ogni comunicazione, oppure svilisce apertamente la bambina, lasciando trasparire un assetto borderline con un narcisismo parecchio malmesso, cose che poi spiegheranno agilmente la freddezza psicopatica della bambina. Interessante anche un tema accennato in un dialogo, ma non portato a pieno sviluppo, relativo a pagare con il corpo tutti i passaggi esistenziali; il sesso, per la donna, non come piacere ma come dazio da pagare per sopravvivere. Vera, d'altra parte, è un accumulo di contraddizioni: la vanità e la disperazione, la seduzione e il disgusto di sé, l'astuzia tattica e l'incapacità strategica. Di contro, Mel Ferrer appare visibilmente sottoutilizzato e il suo personaggio ne risente in termini di spessore. Howard Ross è sostituibile ma gli si riconosce una fisicità gagliarda che, infatti, viene ostentata per tutto il set. La giovane Karin Trentephol, poco sopra definita “misteriosa” in quanto di lei si sono perse le tracce da tempo, attrice in questo film solo, viene scelta molto bene per il suo potenziale di lolitismo da esprimere in una storia che pare una fiaba ribaltata, con una Cappuccetto Rosso che finisce per liquidare lupo, nonna e cacciatore. Tuttavia, qualcosa continua a non convincere. Troppo ambizioso per essere liquidato come mera exploitation, l'Immoralità patisce il fatto che Pirri non possedesse il polso necessario per maneggiare materiali tanto incandescenti, finendo per chiedere al pubblico di sottoporsi a scene disturbanti a fronte di una scrittura non così raffinata. Nessuno, comunque, può negare a Pirri di aver dato vita ad un film di tema e sequenze controverse ma, perlomeno, sostenuto da tematiche e resa attoriale non pedestri; chi abbia voglia di pucciare il piede in acque torbide, faccia. Ah, dimenticavo: nell'operazione ci entra anche Ennio Morricone con uno score dolente e rarefatto.


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TRIVIA

Lisa Gastoni (1935) dixit, a proposito del suo ritiro dalle scene: “Non volevo più fare l'attrice. I ritmi cominciavano a divenire stressanti, con queste alzate alle sei del mattino, dopo un po' ne risenti… E poi volevo stare con mio marito, nel frattempo mi ero sposata. Ho già raccontato l'episodio alquanto spiacevole con Cecchi Gori; mi voleva a tutti i costi, ma io non ho ceduto, nonostante i regali che mi faceva. Lontana dal mondo del cinema ho comunque coltivato un sacco di interessi, tipo la pittura, alla quale mi ero dedicata sin da ragazza. Avevo bisogno comunque di creare, anche in forma privata. Adesso ho smesso, credo di aver fatto il mio dovere!” (Filmdoc).

⟡ Gastoni, insoddisfatta del finale, convinse Pirri a girare una conclusione alternativa più conciliante; il regista finse di acconsentire, girò la scena come diversivo, poi ripristinò il proprio finale originale in sede di montaggio. L'attrice intentò un'azione legale che ne bloccò temporaneamente la distribuzione, ma perse la causa. Dopo questo film, Gastoni si ritirò per ventisette anni dedicandosi alla scrittura e alla pittura, per poi tornare trionfalmente con Cuore sacro (2005), dove condivise il Nastro d'Argento come “Migliore attrice non protagonista” con Erika Blanc.

Fast rating

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Regista:

Massimo Pirri

Durata, fotografia

104', colore

Paese:

Italia

Anno:

1978

Scritto da Exxagon nell'agosto 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0