l'Inverno più duro
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Voto:
Più sono i testimoni di un'emergenza, meno è probabile che qualcuno intervenga perché la responsabilità si diluisce nel gruppo fino a diventare di nessuno. Furno John Darley e Bibb Latané, nel 1968, a descrivere questo fenomeno, a cui fu dato nome “effetto spettatore”. Thordur Palsson, regista islandese formatosi in televisione con la serie the Valhalla Murders (2019-2020), e qui al primo lungometraggio, colloca quel fenomeno in un fiordo dell'Ottocento e lo trasforma in un racconto di fantasmi. Il risultato è un folk horror che spaventa poco con i mostri e molto con la coscienza. Siamo nei Fiordi occidentali, all'inizio dell'inverno più rigido, quando la luce dura poche ore e il mare è l'unica strada possibile. Eva (Odessa Young), giovane vedova del caposquadra Magnus, ha ereditato la stazione di pesca e, con essa, il comando di un piccolo equipaggio di uomini coriacei. Il cibo scarseggia, si tira avanti con l'alcol, la vicinanza reciproca e le storie raccontate attorno al fuoco: la più abile è la cuoca Helga (Siobhan Finneran), custode di credenze antiche che il cristianesimo non è riuscito a sradicare. Un mattino, una nave si schianta sugli scogli di fronte alla baia. Salvarli o non salvarli, quei naufraghi, visto che il cibo è già poco per gli autoctoni? Nessuna barca verrà calata in acqua ma, da quel momento, qualcosa entra nella stazione: cadaveri che il mare restituisce, provviste che spariscono, visioni notturne e, soprattutto, un sospetto che corrode il gruppo dall'interno, fino alla violenza. Helga ha un nome per tutto questo: draugr, il morto che torna dalla tomba, figura cardine delle saghe norrene. Palsson e lo sceneggiatore Jamie Hannigan non scelgono mai davvero per una spiegazione definitiva; fame, alcol, isolamento, superstizione e soprannaturale restano ipotesi concorrenti, e il draugr funziona come forma visibile del rimorso collettivo, una colpa che non trova parole e torna sotto forma di persecuzione: ciò che non si riesce a pensare, ciò che non si vuole pensare, viene proiettato all'esterno e assume il volto del nemico; il perturbante, qui, è letterale, perché ciò che terrorizza è precisamente ciò che è stato rimosso, cioè quei corpi lasciati annegare a pochi metri dalla riva. Il finale, poi, ribalta la prospettiva con buona quota di crudeltà. Sul piano visivo il film è notevole: la fotografia di Eli Arenson costruisce un'opposizione netta fra l'esterno, un bianco accecante dove cielo e ghiaccio si confondono, e gli interni di legno, caldi e soffocanti, illuminati da un fuoco che sembra sempre sul punto di spegnersi. Il mare è presente in quasi ogni inquadratura, come un testimone silenzioso, e l'inverno islandese, una sorta di carceriere naturale, diventa un personaggio del racconto a pieno titolo, un po’ come fu per Shining (1980), altro ben noto racconto di isolamento invernale e disgregazione mentale. Gli echi cinematografici più attuali, tuttavia, sono the Witch e the Lighthouse di Robert Eggers, se consideriamo il paesaggio come pressione psichica. Odessa Young regge il film con un'interpretazione trattenuta, tutta sguardi e mascelle serrate, credibile nel portare il peso di una decisione che sa sbagliata. Joe Cole, il John Shelby di Peaky Blinders, e Rory McCann offrono corpi e volti adeguatamente consumati, mentre Siobhan Finneran, lontanissima dalla Downton Abbey che l'ha resa nota, dà alla sua Helga una dignità quasi oracolare. I limiti riguardano soprattutto la tenuta narrativa e il ritmo, volutamente e giustamente lento, che si trasforma, nella parte centrale, in una certa stasi, nel senso che l'attesa non sempre genera tensione e gli uomini dell'equipaggio sono delineati più come funzioni che come personaggi. Nel complesso, l'Inverno più duro funziona bene come folk horror elegante e gelido che convince più per ciò che evoca che per la resa finale, perché, ahimè, come film del terrore non rimane molto sulla pelle dello spettatore. Ad ogni modo, è un film competente. Consigliato alla platea che ama gli elevated horror e l’art house.
Fast rating
Titolo originale
the Damned
Regista:
Thordur Palsson
Durata, fotografia
89', colore
Paese:
Islanda, Irlanda, UK, Belgio
Anno:
2024
Generi e Temi
Scritto da Exxagon nell'ottobre 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0