It!

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Voto:

Reduce da i Redivivi (1966), Herbert J. Leder dirige per la Seven Arts una produzione americana girata in Inghilterra e, scrivendo anche soggetto e sceneggiatura, incrocia due tradizioni lontane, incorniciando il tutto con stile e scenografie che richiamassero il decor Hammer. Da una parte c'è il Golem dell'espressionismo tedesco, quello di Paul Wegener (1920), poi ripreso da Julien Duvivier (1936); dall'altra Psyco (1960) di Hitchcock, con il figlio che parla a una madre morta. L'accostamento ardito è meno assurdo di quanto sembri. Un incendio distrugge il magazzino di un museo londinese: si salva solo una grande e strana statua. Il direttore Harold Grove la esamina e muore per un colpo misterioso, proprio mentre il suo assistente Arthur Pimm (Roddy McDowall) ha lo sguardo altrove. Pimm vive con la madre, un cadavere mummificato che veste, sistema in camera e riempie di gioielli sottratti al museo. Il consiglio gli preferisce un direttore esterno, mentre Ellen Grove (Jill Haworth), figlia del defunto, rifiuta le sue attenzioni e guarda a Jim Perkins (Paul Maxwell), curatore del museo di New York. È Perkins a riconoscere nella statua il Golem del rabbino Loew ma sarà Pimm ad animarla tramite la pergamena con la parola “emeth”. Da quel momento, il Golem esegue i suoi ordini, e le morti si moltiplicano. Nella leggenda praghese, il Golem nasce per proteggere una comunità perseguitata e si anima con una parola di verità che basta privare di una lettera per ottenere "met", morte. Nel film, questa creatura collettiva diventa lo strumento privato di un frustrato, e la sua funzione si rovescia: da difesa del gruppo ad arma di un singolo. Ma anche l'ambientazione ha un peso. Il Golem arriva nel museo come reperto, cioè come mito neutralizzato in oggetto di studio. Pimm lo riattiva, e lo fa nel modo giusto: è il ritorno di una forza antica che la modernità credeva di aver messo sottovetro e che riemerge per colpire proprio chi la custodisce. Perkins ed Ellen (una splendida Jill Haworth), al confronto, sono figure di contorno, funzionali alla trama ma prive di vera tensione psicologica; il film sta in piedi solo sul suo protagonista. Pimm è il vero folle della porta accanto: in apparenza educato ed azzimato impiegato di museo, il giovane Roddy McDowall (1928-1998) non solo si tiene in casa il cadavere della madre ma è un soggetto infido, invidioso, bugiardo e livoroso, e tutta questa cornice psicologica da psicopatico dal colletto bianco assume concretezza con l’arrivo del Golem: ogni rifiuto, ogni umiliazione sul lavoro o in amore si scarica sulla statua. In pratica un acting out per procura: il Golem funziona da doppio, nel senso di un'estensione dell'Io che compie ciò che l'Io non osa. C'è anche una fantasia di onnipotenza, quella dell'apprendista stregone che crede di dominare una forza più grande di lui, e qui il richiamo a Frankenstein è esplicito: la creatura obbedisce finché non sfugge di mano. La madre mummificata chiarisce il resto. Pimm non ha mai elaborato il lutto, e chi rifiuta di separarsi da un cadavere non può amare una donna viva; per questo la sottotrama romantica fra Ellen, Pimm e Perkins sembra un po’ inserita a forza e, invece, ha un suo valore narrativo. Forse, meno necessaria era la soluzione finale che merita un discorso a parte. Che si risolva un caso di omicidi con un ordigno nucleare tattico sulla campagna inglese è un salto logico assurdo, ma anche un riflesso coerente con il cinema del suo tempo: nel pieno della guerra fredda, dopo Godzilla (1954), l'atomica è ormai l'unico rimedio che l'immaginario collettivo concepisce davanti a un mostro. I limiti, però, non mancano e il primo di essi è il Golem stesso, la sua fattura effettistica più del fatto che si muova solo dopo quaranta minuti di film; peggio, buona parte delle azioni del Golem restano fuori campo, non solo gli omicidi ma anche il sequestro di Ellen. Il ritmo non sostenuto, tipico per il cinema britannico dell'epoca, è comunque compensato dal one man show di Roddy McDowall che regge tutto con una recitazione nervosa e malinconica. McDowall lo rincontreremo anni più tardi in Ammazzavampiri (1985); io me lo sono goduto anche nella parte dell’assassino Roger Stanford, pure lì sopra le righe, nell’episodio Mio caro nipote del serial Colombo (S1.E6). It!, poco visto e mai citato, merita l’attenzione dell’appassionato, forse più come studio di un personaggio che come horror in senso stretto. Nondimeno, recuperatelo.


Fast rating

etichetta di valutazione veloce del sito exxagon per i film giudicati di buon livello

Titolo originale

Id.

Regista:

Herbert J. Leder

Durata, fotografia

97', colore

Paese:

UK

Anno:

1966

Scritto da Exxagon nel novembre 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0