It Lives Inside

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Voto:

Non eccezionale debutto al lungometraggio per l’indiano Bishal Dutta ma anche uno dei rari casi di un horror americano che si costruisce intorno alla comunità di emigranti indiani e, attingendo al Pishach, demone del pantheon indù e del tutto ignoto qui da noi - articola un’interessante tema di possessione come metafora dell'alienazione identitaria, del disagio adolescenziale e dell'isolamento culturale. Un’evidente lavoro autobiografico per il regista, nato in India ma emigrato giovane negli States, il quale con It lives inside ha dichiaratamente tradotto l'esperienza di figlio di immigrati che si fa drammatica nel momento in cui la protagonista Sam sente il peso di appartenere a due mondi inconciliabili. Ma cosa si racconta nel film? La suddetta Sam (Megan Suri) è un'adolescente figlia di immigrati indiani, divisa tra la pressione materna verso la tradizione, incarnata soprattutto da mamma Poorna (Neeru Bajwa), e il desiderio di dissolversi nel tessuto sociale dei giovani liceali statunitensi con i quali si rapporta. Un interesse romantico per Russ (Gage Marsh) e l'appoggio discreto della professoressa Joyce (Betty Gabriel) sembrano tracciare una traiettoria verso l'integrazione. Tutto, però, cambia quando ricompare Tamira (Mohana Krishnan), ex amica ora reietta perché non integrata con le ragazze del posto. Quest’ultima s’aggira, in uno stato di allucinata solitudine, con un barattolo di vetro in cui sostiene di aver intrappolato un'entità demoniaca. In un momento di stizza, Sam fracassa il vaso, finendo per liberare il Pishach, un demone che comincia a perseguitarla, nutrendosi della sua vulnerabilità emotiva. Non è affatto complesso rilevare il fattore metaforico della faccenda né apprezzare l’etnicità dell’operazione, la quale potrebbe anche permettere di definire It lives inside un folk horror. D’altra parte, l’autenticità dell’operazione viene un po’ offuscata dalla struttura del film che replica un qualsiasi teen horror in cui un'adolescente attiva per errore una maledizione. Dove il quasi coevo e indiano Tumbbad (2018) riusciva a fare qualcosa di straordinario con i propri materiali mitologici, Dutta li gestisce con una certa superficialità, limitandosi a creare qualche efficace quadretto drammatico fra madre e figlia relativamente lo scontro generazionale e culturale, nonché circa il ruolo di genere. Ma, appunto, siamo nell’alveo del dramma famigliare più che dell’horror. Le soluzioni per la narrativa orrorifica è quella del cliché rodato: il diario con disegni inquietanti, il demone che striscia tra le stanze con movenze che rimandano direttamente a Ringu (1998), i falsi salti onirici. La fotografia, volutamente compressa nel buio, ottiene qualche effetto nella resa degli occhi del Pishach, il quale pare avere una fisicità simile ad uno dei mostri di Feast (2005) o a Pumpkinhead (1988) e, va detto, non si capisce davvero cosa sia capace di fare di particolare oltre allo “stealth mode”. In ruolo gli attori ma più che la protagonista, rende meglio l’alienazione Mohana Krishnan nel ruolo di Tamira ed emergono anche i due attori nel ruolo dei genitori di Sam. Qualche salto sulla sedia lo si fa e il finale, per il quale mi spingo al voto sufficiente e che giustifica il titolo del film, suggerisce la soluzione di una dolorosa incorporazione del trauma culturale, cosa che fa scendere quella terminale lacrima dagli occhioni della bella Megan Suri. Film ok per una prima serata disimpegnata sbocconcellando pollo tandoori.


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Titolo originale

It Lives Inside

Regista:

Bishal Dutta

Durata, fotografia

90', colore

Paese:

USA, Canada

Anno:

2022

Scritto da Exxagon nel maggio 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0