Overdose

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Voto:

Bilbao, primi anni Ottanta. Paco (José Luis Manzano) è figlio di Evaristo (José Manuel Cervino), comandante della Guardia Civil e nostalgico del franchismo, uomo d'ordine e d’impostazione marziale che per il figlio spera in un futuro militare. Il migliore amico di Paco è Urko (Javier García), figlio di Martín (Luis Iriondo), parlamentare indipendentista basco. Due mondi ideologicamente agli antipodi ma che si troveranno uniti nella deriva dell’eroina, in quanto i due giovani scivolano progressivamente dall'uso occasionale di droghe leggere all'eroina, gravitando nell'orbita del piccolo spacciatore e informatore El Cojo (Ovidi Montllor), che convive con la compagna tossicodipendente e incinta Pilar (Marta Molins). Nell'ambiente marginale della città fanno conoscenza dello scultore omosessuale Mikel Orbea (Enrique San Francisco) e della prostituta argentina Betty (Andrea Albani), la quale catalizza la loro volontà di trasgredire con le droghe e altro. Mentre la madre di Paco, Eulalia (Queta Ariel), muore lentamente di cancro consumando morfina, Evaristo si troverà a doversi associare al rivale Martin per salvare i figli dalla morte.


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LA RECE

Droga-movie iberico firmato da Eloy de la Iglesia che intreccia il genere quinqui con il dramma generazionale di una Spagna sospesa tra i relitti del franchismo e una democrazia ancora incerta. Rapporto padre-figlio come prisma per radiografare il cedimento strutturale della cultura adulta. Nonostante qualche ingenuità nella gestione dello score musicale, il film resta un documento storico rilevante e un'opera stratificata, capace di attraversare il melodramma, la critica sociale e una velata tensione omoerotica con uno sguardo diretto e privo di artifici.

Droga-movie iberico di una certa piccola fama, convergenza di più vettori narrativi. Abbiamo il livello del dramma di una Spagna sospesa tra le eco del franchismo e l'avvio incerto della democrazia socialista, con tutta una serie di valori in disfacimento. Quindi, quello del droga-movie che, a quei tempi, andava per la maggiore come docudramma dell’epidemia sociale dell’eroina che spazzava una generazione (cfr. Arrebato, 1979; Christiane F. Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino, 1981). Infine, abbiamo la tematica quinqui, ovvero un genere prettamente iberico, collocabile fra la metà degli anni ’70 e la fine degli ’80, che mischiava taglio neorealista, con protagonisti pescati per la strada, a storie di delinquenza, droga e relazioni incasinate; insomma, il nostro Amore tossico (1983) potrebbe essere preso come speculare italiano. De la Iglesia inaugura la sua fase quinqui - l'ultimo periodo veramente prolifico della sua carriera - traendo ispirazione e reinterpretando la marginalità suburbana (Street Dogs - I teppisti della strada, 1977) ed il panico borghese legato a un'insicurezza urbana esacerbata/alimentata dai media e da un'elevata disoccupazione che implicava scarse possibilità di ascesa sociale. Il titolo del film gioca con i due nodi principali del film: pico è un termine popolare che sta sia per eroina, sia per forze militari, in quanto pico è l'abbreviazione di picoleto, slang per Guardia Civile. Al centro della narrazione, il rapporto padre-figlio, declinato in una doppia variante speculare: da un lato il franchista Evaristo, portatore di un'autorità virile e repressiva che fatica a trasformarsi in ascolto; dall'altro il nazionalista Martín, mosso da un'ideologia opposta ma ugualmente cieco rispetto alle difficoltà del figlio. I due padri, che nel mondo esterno si ignorerebbero o si combatterebbero, si ritrovano appaiati nel fallimento; la solidarietà tra i due non nasce dalla conversione politica bensì a motivo dell'impotenza di chi ha costruito la propria identità sull'ideologia e si ritrova disarmato davanti alla realtà concreta. Si apprezza il fatto che la sceneggiatura di De la Iglesia, in collaborazione con Gonzalo Goicoechea, non si inaridisce in una lettura politica del dramma ma usa lo scenario politico per mostrare il cedimento strutturale della cultura adulta (borghese). Valido José Luis Manzano, attore non professionista scoperto dal regista, che incarna Paco con grande naturalezza e con una fragilità autentica, già segnata prima ancora che il dramma s’istalli; non a caso, De la Iglesia ne fece il suo attore feticcio per cinque film, e pure il suo amante, riconoscendo in lui qualcosa che trascendeva la recitazione e si faceva tormento privato, confermato poi dalla sua tragica e prematura morte avvenuta per overdose nel 1992, a soli 30 anni, una sorta di profezia che il cinema aveva già scritto. De la Iglesia adotta uno stile diretto, affidando ai luoghi urbani di Bilbao il compito di costruire un'atmosfera senza artifici. Si riconosce il tema omosessuale nella stretta amicizia dei due giovani - nonché nell'insistito torso nudo del protagonista più che nel nudo frontale maschile, comunque presente, insieme a quello femminile -, nonché una certa vena melodrammatica che emerge chiaramente nel subplot relativo alla figura materna morente. Interessante, a questo proposito, in chiave psicologica, notare che viene fatto morire l’archetipo materno classico, protettivo, caldo, accogliente, per fare invece emergere l’archetipo femminile emancipato e moderno (Betty), bello a vedersi e a godersi fisicamente, ma portatore di trasgressione e, in fondo, morte. E mettiamoci anche la prostituta tossicomane incinta Pilar, sorta di sintesi disperata dei due archetipi. Non ci dilunghiamo qui in tentativi di letture psicodinamiche che, alla fine, risulterebbero tediosi e forzosi; nondimeno, la gestione degli archetipi femminili, qui, è interessante, tantopiù conoscendo l’omosessualità di chi scriveva la sceneggiatura. Pollice versissimo, invece, per la scelta e la gestione dello score musicale che sottolinea ironicamente cose che non andavano sbeffeggiate e fa risultare certe sequenze sceme come si fosse in un film di Pierino. Va a sapere come non ci si fossero accorti dell’orrore di quelle musiche! Ad ogni modo, il film si rivelò il più grande successo commerciale della carriera di Eloy de la Iglesia ed uno dei film spagnoli di maggior incasso negli anni '80, cosa che portò alla realizzazione di un seguito - el Pico 2 (1984) - sempre per la regia di De La Iglesia e sempre con Manzano nei panni di Paco. Film non raffinatissimo ma interessante a vari livelli, anche come documento storico. Chi ama la coloritura omoerotica potrebbe avere un ulteriore motivo di visione.

TRIVIA

Eloy Germán de la Iglesia Diéguez (1944-2006) dixit: “Un professionista del cinema non smette mai di lavorare. Potrebbe non avere uno stipendio o un contratto, ma lo strumento è dentro di lui e lo affina dal momento in cui prende in mano una penna e inizia a scrivere una scaletta di sceneggiatura, o anche quando va a vedere un film e una particolare sequenza cattura la sua attenzione. Lo strumento è il suo sguardo. Quel processo di pensare e interpretare ciò che vede per strada, ciò che legge sul giornale.” (in Revista La Crítica, 2013)

⟡ La vita di José Luis Manzano è stata una parabola breve e tormentata, sospesa tra il riscatto del grande schermo e l'ineluttabile richiamo della strada. Nato nella periferia più povera di Madrid e segnato fin da bambino da un grave incidente alla schiena che lo costrinse a lunghi mesi di immobilismo, Manzano sembrava destinato all'anonimato fino all'incontro fortuito, nel 1978, con il regista de la Iglesia. Quel sodalizio, professionale e umano, lo trasformò quasi istantaneamente nel volto simbolo del cinema quinqui. Manzano diede voce e corpo a una generazione di giovani emarginati; tuttavia, la sua ascesa fu indissolubilmente legata alla fortuna del suo mentore: quando l'industria cinematografica spagnola cambiò rotta, condannando De la Iglesia all'ostracismo, anche per José Luis le porte del set si chiusero. Gli ultimi anni furono un lento degradare. Nonostante i tentativi di disintossicarsi dall'eroina e la speranza di reinventarsi, Manzano rimase intrappolato nello stigma del tossicodipendente e dell'attore di genere. Il colpo di grazia arrivò nel 1991 con un arresto per una rapina di cui si proclamò sempre innocente; l'esperienza del carcere di Carabanchel, vissuta tra sofferenza e ricadute, distrusse le sue ultime resistenze. Il tragico epilogo si consumò il 20 febbraio 1992: dopo un estremo, fallimentare tentativo di recupero in una clinica, José Luis fu trovato senza vita per overdose nell'appartamento di Eloy de la Iglesia, a soli 29 anni. La sua sventura lo inseguì persino oltre la morte: sepolto grazie ai servizi sociali, i suoi resti furono infine dispersi in un ossario comune dieci anni dopo, poiché nessuno aveva rinnovato il pagamento della sua sepoltura.

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Titolo originale

El pico

Regista:

Eloy de la Iglesia

Durata, fotografia

110', colore

Paese:

Spagna

Anno

1983

Scritto da Exxagon nel marzo 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0

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