Presence

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Voto:

Titolo che supporta molteplici interpretazioni: presenza spettrale, presenza emotiva (o assenza) tra i membri della famiglia, presenza necessaria per comprendere i pericoli che minacciano un'intera generazione di adolescenti. Presence è un kammerspiel soprannaturale che utilizza l'horror come cornice per un dramma familiare adolescenziale, più teorico che spaventoso, facendo coincidere lo sguardo della macchina da presa con quello di un'entità protettiva, non minacciosa. La premessa è ingannevolmente semplice: una famiglia disfunzionale, i Payne (nome programmatico), si trasferisce in una casa suburbana abitata da una presenza invisibile. Rebecca (Lucy Liu), madre carrierista orientata agli obiettivi e priva di empatia; Chris (Chris Sullivan), padre bonario ma un po' inconsistente; Tyler (Eddy Maday), figlio arrogante; Chloe (Callina Liang), figlia adolescente immersa nel lutto per la morte per overdose della migliore amica. Solo Chloe, forse perché così vicina alla realtà della morte, percepisce lo spirito che abita la casa. La scelta radicale di Soderbergh - che manovra personalmente la macchina da presa, come quasi sempre - è fare della presenza non solo un soggetto narrativo ma un dispositivo percettivo: lunghi piani sequenza fluttuano tra le stanze, simulando la percezione di un osservatore che assiste agli eventi senza poterli modificare. È un rovesciamento della soggettiva horror tradizionale: qui la camera non è strumento di minaccia ma di testimonianza, quasi di protezione. Lo spettatore occupa il punto di vista di un soccorritore disincarnato, costretto a guardare senza agire, mentre la famiglia si autodistrugge. La presenza cinematografica diventa metafora della presenza spettrale, e viceversa. David Koepp, sceneggiatore di molti blockbuster spielberghiani (Jurassic Park, 1993) e autore lui stesso di ghost stories (Echi mortali, 1999), costruisce una narrazione frammentata nella quale la casa infestata diventa spazio mentale in cui riemergono fragilità, rancori e sensi di colpa, piuttosto che luogo di jump scare o manifestazioni poltergeist da manuale. Il film si colloca in una tradizione che include The Others (2001) di Amenábar o Personal Shopper (2016) di Assayas, ovvero opere in cui il fantasmatico non è tanto minaccia, quanto riflessione sul lutto, sul tempo, sulla responsabilità morale. La fotografia, curata dallo stesso regista sotto lo pseudonimo Peter Andrews, cambia registro da stanza a stanza, creando micro-atmosfere che riflettono gli stati emotivi dei personaggi e dello spirito osservante ma il film non sviluppa tutti i suoi fili narrativi con eguale profondità; inoltre, il ritmo viene sacrificato sull'altare del mumblecore con più stile che suspense, più riflessione che terrore. Il twist finale rilegge retrospettivamente il fantasma come àncora di salvezza, e trasforma Presence in dramma morale sulla responsabilità personale. Opera breve, horror non convenzionale ma nemmeno un dramma familiare tradizionale; Presence è, piuttosto, un esperimento formale che usa il sovrannaturale per interrogare la nostra capacità, e incapacità, di essere presenti gli uni per gli altri. Tutto molto “alto”, ma intimamente avvertito come freddo (e dire che la tematica è fortemente emotiva), trascinato e non trascinante. Bene, bravo ma non lo rivedrò.


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Titolo originale

Id.

Regista:

Steven Soderbergh

Durata, fotografia

84', colore

Paese:

USA

Anno

2024

Scritto da Exxagon nel febbraio 2026; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0