The Rule of Jenny Pen
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Voto:
Il geriatric horror che non ti aspetteresti mai di vedere, non solo perché con protagonisti maschili e non femminili, come vuole la norma del genere anche noto come hagsploitation, ma perché le due teste di serie sono gli anziani Geoffrey Rush e John Lithgow, il primo vincitore di un Oscar, il secondo candidato ad esso. The Rule of Jenny Pen, a firma del neozelandese James Ashcroft al secondo lungometraggio dopo l’interessante Viaggio nell'incubo (2021), racconta del giudice Steffen Mortensen (Geoffrey Rush), il quale, colpito da un ictus mentre pronuncia una sentenza in un caso di maltrattamento minorile (non una coincidenza), si ritrova su una sedia a rotelle, con mezza faccia paralizzata, ricoverato in una casa di riposo che sembra abbandonata dal personale non appena tramonta il sole. In questo infelice luogo, Steffen incontra Dave Crealy (Lithgow), il quale ha eletto il reparto a proprio feudo notturno e, con la bambola del titolo infilata sulla mano, umilia e terrorizza chiunque non si inginocchi al suo piccolo rituale privato. Eccellentissimi i due interpreti - mi hanno riportato alla memoria il Lithgow stronzo in Cliffhanger (1993) - ed interessante la location, una RSA, luogo che il cinema horror ha stranamente frequentato poco (cfr. Next of Kin, 1982; Bubba Ho-Tep, 2002), forse perché l’anziano non solo è un soggetto umano “distante” dal target medio del cinema di genere ma anche perché le persone attempate sono più comunemente associate a temi di tenera drammaticità (cfr. A spasso con Daisy, 1989). Il film, per tanta parte del suo tempo, sembra serbare significati e sviluppi strani, immaginando che la bambola senz'occhi che tiene in mano il pessimo Dave ne governi magicamente e malignamente le azioni, tantopiù che, in una specifica sequenza, si vede Steffen ispezionare vecchie foto appese alle pareti e vede il suo rivale sempre presente in esse, un po’ come ci diceva la foto di Jack Torrence in Shining (1980). Poi, soprattutto grazie ad un monologo finale, si comprende che tutto l’orrore di The Rule of Jenny Pen è relativo ad una guerra di volontà tra un uomo abbattuto dalla malattia e un sociopatico che dell'altrui fragilità vive. Ad approfondire, la chiave di lettura definitiva ci viene offerta dallo stesso regista Ashcroft: si tratta di un film sulla tirannia e sull'ascesa di un dittatore in un luogo poco probabile. In quel monologo terminale, si rivela l’estrema miseria umana dei bulli e di chi ama porre gli altri sotto il proprio governo: si tratta di poveri diavoli intellettuali, senz'arte né parte, che passano buona parte del loro tempo ad osservare gli altri, ad invidiarne i pregi finché la vita offre un’opportunità di emersione da questa pochezza, la quale è sempre un’opportunità relativa all’indebolimento delle forze altrui. E siccome il bullo misero era, misero e demente rimane nelle manifestazioni del suo potere che nulla costruisce davvero, se non una vuota celebrazione di un misero potere. Tutto questo, mostratoci attraverso i corpi di due vecchi attori in stato di grazia che, coraggiosamente, mostrano il tempo passato sulla loro pelle. Il guaio è che Ashcroft non trova mai una seconda tonalità. La brutalità procede monocorde per circa 100 minuti e s’inizia a ragionare - tuttavia sbagliando perché il film va preso come racconto fantastico, ce lo ricorda l’enorme testa del bambolotto - su come sia possibile che le infermiere non comprendano, non intervengano ed abbiano riposto questa illimitata fiducia su un anziano che è palesemente molesto; forse a parificare la violenza di quel vecchio mostro alla morte stessa, dalla quale non è possibile affrancarsi. Ma è proprio così che si esce dalle case di riposo: senza sorprese narrative. Resa attoriale strepitosa, quindi, horror d’essai ma in un impianto che non lascia la voglia di essere rivisto.
Fast rating
Titolo originale
Id.
Regista:
James Ashcroft
Durata, fotografia
104', colore
Paese:
Nuova Zelanda
Anno:
2024
Generi e Temi
Scritto da Exxagon nel settembre 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0
