il Boia scarlatto

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Voto:

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Massimo Pupillo, regista dalla filmografia esigua e piuttosto dimenticabile (per quello che ci riguarda, abbiamo il coevo 5 tombe per un medium) colloca il Boia scarlatto nell'alveo dei prodotti a basso budget, girati nei castelli della provincia abruzzese, pseudonimi anglosassoni, allure erotic-horror da fumettone pulp e la speranza di captare l'interesse di un pubblico non troppo raffinato. La punta di diamante della produzione è Mickey Hargitay (Delirio caldo, 1972; Riti, magie nere e segrete orge nel trecento, 1973), ex Mister Universo, culturista ungherese trapiantato a Hollywood per i bicipiti più che per il talento drammatico. Il suo Boia Scarlatto è una creazione ipnotica nella sua esagerazione: avvolto in un costume che ricorda il Phantom di Lee Falk - cappuccio rosso, mascherina nera, torso nudo da wrestler messicano - Hargitay si getta nella parte con un parossismo che trascende il concetto stesso di overacting. I suoi monologhi sulla purezza del corpo e la degenerazione morale, declamati con taglio fotoromanzesco, hanno decisamente un loro impatto “so bad so good”. La storia narra di John Stewart, noto come il Boia Scarlatto, che nel 1648 venne giustiziato per i suoi sadici crimini; il tribunale decretò che nessuno potesse mai più mettere piede nel suo castello. Secoli dopo, una sgangherata comitiva capitanata dall'editore Daniel Parks (Alfredo Rizzo) vi si introduce clandestinamente per realizzare le copertine di una nuova collana di romanzi pulp, "Le Vendette di Skeletrik", scritta dal romanziere Rick (Walter Brandi) e immortalata dall'obiettivo del fotografo Dermott (Ralph Zucker). Tra modelle in posa, costumi succinti e finti strumenti di morte, il gioco si fa rapidamente macabro quando una corda si spezza e il modello Perry (Nando Angelini) finisce infilzato per davvero. Il Boia Scarlatto si è risvegliato, e ha tutta l'intenzione di riprendere il lavoro da dove s'era interrotto. Quindi, Hargitay al centro e il resto del cast che orbita a distanze siderali, ma la cosa non ha grande importanza perché la vera co-protagonista del film è l'estetica Sixty: le ragazze copertina che si vestono e si svestono per i servizi fotografici, le scenografie rutilanti del Castello Piccolomini di Balsorano - l'unico elemento davvero inattaccabile della produzione - e quella patina Eastmancolor luccicante che conferisce al tutto un'aura di fumettone sadico-erotico d'epoca. Il film si dichiara ispirato agli scritti del Marchese de Sade, ma il legame è più un'etichetta pubblicitaria che una reale filiazione. Le torture che il Boia infligge alle sue vittime hanno la crudeltà infantile di un numero da circo: ragnatele giganti con frecce a scatto (qui sembra anticipare i marchingegni di Jigsaw), giostre con lame taglienti, vergini di Norimberga da quattro soldi. Il genere è il roughie, antenato del torture-porn, e proprio qui risiede il fascino perverso di un'operazione totalmente incapacità di essere davvero disturbante. Il Boia scarlatto, oltretutto, non scarta un registro comico infantile e la colonna sonora lounge di Gino Peguri, con le sue marcette spensierate, accompagna scene ilari e di morte con un contrappunto che oggi definiremmo postmoderno (o pornosoft), ma che, all'epoca, era probabilmente solo il frutto di un budget insufficiente a pagare un compositore più ispirato. In definitiva, oggetto filmico sgarrupato ma significativo: un tentativo di ibridare il gotico italiano con l'immaginario del fumetto nero che, in quegli anni, popolavano le edicole. Fallisce miseramente sul piano dell'orrore, tuttavia cristallizzare un immaginario grottesco-sexy che, oggi, resta difficilmente replicabile. Insomma, guilty pleasure anni Sessanta allo stato puro.


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Fast rating

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Regista:

Massimo Pupillo

Durata, fotografia

90', colore

Paese:

Italia

Anno:

1965

Scritto da Exxagon nell'agosto 2026 + TR; testo con licenza CC BY-NC-SA 4.0